Pierre Adrian. Scrivere la nostalgia
La nostalgia è una sensazione sfuggente, imprendibile, si riannoda su sé stessa come un gomitolo, ha a che fare con lo smarrimento e lo sprofondare senza posa nel passato.
Pierre Adrian riesce a imprimerla su carta e a darle un corpo letterario. La nostalgia è azzurra, ha il rumore del mare, il suono liquido e il volto limpido dell’acqua. È il tentativo di un ritorno impossibile, come rivela l’etimologia stessa della parola: da nóstos, in greco «ritorno» e álgos, «dolore».
La nostalgia è il sentimento stesso del tempo e il giovane autore francese, classe 1991, in ogni suo libro la insegue e la ricerca servendosi di una prosa lirica e intonata di proustiana memoria.
I giorni del mare, pubblicato da Atlantide edizioni nella traduzione di Maria Sole Iommi, è un romanzo che sembra un’elegia. Poetico, impalpabile, narra l’impermanenza di tutte le cose mostrandoci lo splendore estivo attraverso una luce retrospettiva. È un libro in cui non accade nulla, eppure accade tutto: il narratore, trentenne, nel mese di agosto ritorna nella grande villa di famiglia in Bretagna dove ha trascorso tutte le estati della sua infanzia e, nel farlo, attraversa la soglia dolorosa che separa la giovinezza dall’età adulta, «avevo smesso di essere un figlio. Ero un padre senza figli». Nel dare sostanza alla nostalgia Pierre Adrian riesce a porre chi legge nel mezzo di una consapevolezza precisa: il passato è per sua natura inafferrabile, si avvera soltanto nella scrittura «notavo che con il passare degli anni certi luoghi scomparivano dalla mia geografia intima».
Il titolo originale francese è più calzante Que reviennent ceux qui sont loin, letteralmente: «che tornino coloro che sono lontani» e riassume non solo una visione e un desiderio, ma uno stato d’animo. In Francia il romanzo, edito nel 2023 da Gallimard, ha vinto vari premi letterari – tra cui il Prix Michel Déon – e suscitato consenso unanime di critica e pubblico. La scrittura dell’autore è stata definita una «cronaca intima del tempo che passa», ma la moderna ricerca del “tempo perduto” praticata da Adrian non mi ha fatto pensare soltanto a Proust – paragone quasi scontato, eccessivo, forse persino abusato –, mi ha riportato invece alla memoria certe atmosfere sospese di Al faro di Virginia Woolf.
Del resto si sa, libro chiama libro e, come testimoniano le note affidate ai suoi diari, Woolf stava leggendo proprio la Recherche durante la stesura di To The Lighthouse e aveva un fermo proposito in mente, ovvero che «per tutto il libro si deve sentire il mare». Nelle pagine di Pierre Adrian il mare si avverte in sottofondo come una presenza costante, pervasiva – e non accade solo in questo libro, come vedremo.
La grande casa sulla costa bretone cui fa ritorno il narratore di Que reviennent ceux qui sont loin ricorda Talland House, la dimora sull’isola di St Yves, in Cornovaglia, dove Woolf trascorse le estati della sua infanzia – e che divenne l’ambientazione trasfigurata di Al faro, da questo punto di vista forse il suo romanzo più autobiografico. Il tema centrale della narrazione di Virginia Woolf è il Tempo, che del resto emerge come voce narrante autonoma e a sé stante nella parte centrale, l’interludio Time Passes, in cui attraverso uno stile impersonale viene narrato lo scorrere degli anni e i suoi effetti sulla casa estiva della famiglia Ramsay. In una sorta di intermezzo lirico Woolf riusciva a condensare la devastazione portata dalla Prima guerra mondiale, il vuoto incolmabile del lutto e l’inesorabile passaggio del tempo. Ed è esattamente ciò che ritroviamo nella lettura de I giorni del mare di Pierre Adrian, in cui il suono delle onde sembra fare da sfondo insieme al bagliore fugace di un’estate bretone, mentre in primo piano appare di riflesso quel sentimento impalpabile di nostalgia che è poi la vera trama onirica dell’intera storia.
Così come in Al faro è centrale il personaggio della signora Ramsay, la cui presenza-assenza cuce tra loro le tre diverse sezioni del romanzo, in I giorni del mare troviamo la figura quasi totemica della nonna, che rappresenta l’elemento aggregante della grande famiglia e, simultaneamente, incarna con la sua «vecchiaia estrema» l’immensa fatica della vita e, come una specie di angelo del focolare, pare essere l’unica forza capace di arginare il caos e l’instabilità di un mondo in cui tutto, persino le stagioni, muta «sotto il cielo che cambiava solo la nonna opponeva la sua fissità».
Non è un caso che il narratore, guardando le luci al di là della riva, scorga il profilo del faro dell’Isola Vergine: è un simbolo e, al contempo, la chiave di lettura metaletteraria del testo.
La strada del mare dove soffia sempre il vento sembra porre il narratore nel mezzo di una rivelazione o al centro di una specie di epifania. Ritorna l’equazione di Brodskij «acqua uguale tempo» che identifica il fluire liquido con la durata temporale, scrive infatti Adrian: «La lenta progressione dell’acqua indicava lo scorrere del tempo. Le onde rotolavano pigre. Il sole girava intorno a noi, vagava», l’intero paesaggio qui pare essere trasfigurato in una metafora fisica e restituisce l’immagine archetipica di una grande meridiana.
L’ambientazione solitaria e selvatica della costa bretone richiama anche un altro grande libro, La costa selvaggia di Jean-René Huguenin, esplicitamente citato dall’autore nelle toccanti descrizioni: «Non conoscevo più bel tramonto di quello sulla costa selvaggia. Spesso si sentiva solo il vento, mentre il mare sembrava muto». Anche il personaggio di Anne, l’amica-amore della giovinezza ritrovata dal narratore, sembra una citazione-omaggio all’opera di Huguenin.
I giorni del mare è un romanzo che narra l’incanto puro di un’estate, ma paradossalmente è perfetto da leggere in autunno, o in inverno, perché irradia la stessa luce bianca, incorporea e livida delle stelle e ci immerge in un abisso, il tempo immobile, che è quello della memoria.
«L’oblio aveva un inizio? Una fine? Avevo mentito al bambino che ero rinunciando alle promesse che contavano per lui. La vita mi insegnò che non potevo rispettarle».
Nella casa sul mare il protagonista insegue la propria infanzia – ogni luogo, sensazione o oggetto diventa così un pretesto per ricordare, come la pozza «ci avevamo passato mattinate meravigliose a catturare le larve con i nostri retini» – e si specchia in un bambino, Jean, che gli ricorda sé stesso a quell’età perché «aveva sei anni e già la saggezza di un vecchio».
Tra fanciullezza e vecchiaia si muove l’indecifrabile enigma del tempo.
I bambini, scrive Pierre Adrian, stavano chiusi a scuola tutto l’anno e soltanto durante le vacanze estive facevano «apprendistato della vita», un addestramento spesso feroce, dolente, persino selvaggio (memorabile e tremenda la scena in cui per gioco, in branco, torturano un gabbiano). Ma un apprendistato alla vita comprende anche il suo rovescio, ovvero la morte, che infatti incombe come un presagio sulla storia e, a tradimento, si rivela.

Il legame tra estate e infanzia sancito all’inizio del libro «E io pensavo che solo nel mese di agosto si è veramente bambini» viene bruscamente spezzato nel finale. Il mese di agosto è un filo conduttore tra le opere di Pierre Adrian, che in un’affermazione si rispondono come di riflesso: «Agosto era il mese che assomigliava di più alla vita» scrive ne I giorni del mare e riprende l’espressione in Hotel Roma (Atlantide edizioni, 2025), rovesciandola: «Agosto era il mese che assomigliava di più alla morte». Anche questo nuovo libro di Adrian si configura come un itinerario malinconico, è il tentativo di ricostruire l’ultima estate di Cesare Pavese a Torino sino al suo suicidio, avvenuto il 27 agosto del 1950 nella camera 346 dell’Hotel Roma in Piazza Carlo Felice.
Non è la prima volta che Pierre Adrian, da moderno cacciatore di fantasmi, si mette sulle tracce di uno scrittore-poeta estinto. L’aveva già fatto nel 2015 con il suo esordio Pista Pasolini (Enrico Damiani Editore), vincitore del Prix des Deux Magots e del Prix François Mauriac. Ma in questo romanzo c’è qualcosa di diverso, non è un semplice reportage dell’anima o un pellegrinaggio narrativo, perché Hotel Roma sviscera interrogativi più profondi e inquieti e, soprattutto, tra le sue pagine pulsa un dubbio cui è impossibile sfuggire: Pavese si sarebbe potuto salvare? Pierre Adrian non si limita a ricostruire l’immagine dello scrittore attraverso i libri e le lettere, pone al centro la tragedia dell’uomo Pavese: «Ero convinto che la cosa più violenta nella povera vita di Pavese non fosse stata la sua morte da gatto selvatico. Ancora più brutale era quella sete d’amore mai placata». Un suicidio prevede solo la vittima, non ha mandanti.
Non ci sono colpevoli in un suicidio, non si può investigare su una morte del genere, che una persona decide per sé, causandola di propria mano. Eppure resta un dubbio, che Adrian nelle tumultuose pagine finali della storia riesce a rendere scottante: delle ultime ore di Pavese colpisce il suo disperato tentativo di parlare con qualcuno, fece numerose telefonate che non ottennero risposta, scrisse lettere, vagò per tutta la notte e si recò persino nella sede della redazione di Einaudi; ma non trovò nessuno, perché ad agosto erano tutti in vacanza. Ad accoglierlo, nella casa editrice torinese, c’era solo un giovane stagista che rimase inebetito nel leggere la parola che Pavese scrisse a caratteri cubitali su una lavagna col gesso bianco «Merda»; non osò cancellarla e, dopo il fatto, quella scritta rimase a troneggiare al centro della stanza per giorni, pareva un urlo inascoltato.
È la solitudine dell’uomo Pavese che commuove, in questo libro l’autore pare prenderlo per mano e non lasciarlo andare via. Sarebbe bastato un gesto, una parola, una voce; un attimo prima o un attimo dopo, un incontro casuale, un messaggio. Lascia sgomenti realizzare che anche il suicidio di Cesare Pavese, come tutto nella vita, è stato causato da una serie di sfortunati eventi, da un concatenarsi catastrofico di circostanze. Eppure Pavese del suicidio aveva parlato in numerosi suoi scritti, come di una morte annunciata. In Tre donne sole è il gesto estremo compiuto da Rosetta, tragica anticipazione del suo che si riverbera come un presagio nelle lettere e nelle pagine de Il mestiere di vivere, «il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò» fino alla fine «Non parole. Un gesto. Non scriverò più».
La bella estate di Pavese, consacrata dalla vittoria del Premio Strega, sarebbe terminata il 27 agosto nella stanza d’albergo di un hotel torinese. Ritorna ancora il mare, Pierre Adrian racconta l’ultimo soggiorno dello scrittore a Bocca di Magra, poi interrotto bruscamente con la decisione di fare ritorno a Torino. Rimane la poesia e la pena, lo sconforto «di un uomo cui nessuno aveva mai detto “ti amo”» e la certezza che di fronte all’evidenza estrema di un gesto che invoca su di sé il silenzio non ci sono verità da rincorrere. Tra le tante testimonianze raccolte da Adrian, durante il suo pellegrinaggio sulle tracce dello scrittore, ce n’è una che commuove: è quella di Bianca Garufi.
Con Pavese, Garufi formò una «bellissima coppia discorde», si amarono, si criticarono, si scambiarono lettere e scrissero a quattro mani un romanzo incompiuto, Fuoco grande (1946), poi si lasciarono. Ma Bianca non si perdonò mai la morte di Pavese. Divenne psicoanalista e fu la prima a portare il lavoro di Jung in Italia. Tempo dopo quel 27 agosto sul suo diario scrisse: «Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare». È un grido che si riverbera sino a noi, che ora leggiamo, con una forza d’urto tremenda: sono le parole non dette, la mano tesa troppo tardi, il destino.
Di Cesare Pavese resta la scrittura autunnale, «la sua lingua, come lui, era di settembre», il grande romanzo La luna e i falò «il libro del ritorno incompiuto», il senso di estraneità, lo smarrimento emotivo e la malinconia che, proprio come Pasolini, si portava addosso come un profumo. Nella figura dello scrittore piemontese si conciliano gli opposti, giovinezza estrema e vecchiaia, tanto cari a Pierre Adrian «pensai che era rimasto un ragazzino che si diverte, unito a un uomo disperato che lo affligge».
Alla fine, cosa resta? Una domanda capace di rovesciarsi come un’onda nella bellezza del dubbio, perché la vita continua nonostante tutto: «Dove andavano i treni, un 27 di agosto?» pare ricalcare il refrain sorrentiniano «Di chi sono i nostri giorni?».
Sono nostri, certo, Pavese sarebbe d’accordo e forse con la propria morte intendeva affermarlo; eppure la sua fine annunciata pare un tradimento nei confronti dei vivi, lascia dietro di sé un senso oscuro di irresolutezza e il desiderio di afferrare ciò che è perduto. Nóstos e álgos, il dolore del ritorno.
La nostalgia è fatta di opposizioni inconciliabili, ha lo stesso moto lento di andata e ritirata del mare – per scriverla, insegna Pierre Adrian, bisogna provarla.