Jaume Cabré: il romanzo della Catalogna

15 Agosto 2026

Le voci del fiume di Jaume Cabré (La Nuova Frontiera 2026) è ambientato in Catalogna – nel paesino di Torena, località attualmente disabitata nel Pallars Sobirà (Alti Pirenei) – e abbraccia settant’anni, dal 1943 fino al 2002 , spaziando su tre periodi della storia spagnola: l’instaurarsi del franchismo alla fine della Guerra Civile, con una repressione durissima fatta di torture, sparizioni, omicidi, esilio, espropriazioni; l’offensiva dei maquis, guerriglieri antifranchisti (fu proprio nella zona del Pallars che ebbe luogo una delle loro operazioni di maggiore portata, in cui vennero impiegati circa 6.000 uomini armati); il post-franchismo con la faticosa transizione alla democrazia. 
    
Tre linee temporali traversano il libro mescolandosi continuamente. La prima si concentra sulla vita di Oriol Fontelles, giovane insegnante che arriva a Torena con la moglie Rosa, per coprire il posto vacante della scuola elementare: un pauroso a cui starebbe bene in bocca la giustificazione di don Abbondio: “Il coraggio, uno non se lo può dare”. È proprio la paura di perdere il lavoro che lo fa entrare nella Falange e gli impedisce di opporsi al sindaco Valentí Targa, quando arresta il giovanissimo Joan Esplandiu “Ventureta” e lo uccide per pura vendetta. Disgustata dall’atteggiamento codardo del marito, Rosa seppur incinta lo lascia. La solitudine in cui Oriol precipita lo rende ancor più manipolabile da parte del sindaco; e ciò darà agli abitanti di Torena motivi più che sufficienti per collegarlo al potere e iniziare a odiare ciò che rappresenta. Questo sarà l’Oriol che resterà nella memoria collettiva e il motivo per cui la sua figura sarà così ripudiata. Segretamente però, schiacciato dai sensi di colpa e cercando di riscattarsi agli occhi della moglie e del futuro figlio, Oriol Fontelles inizia a lavorare per i maquis contro il regime fascista, diventando l’informatore dell’imprendibile tenente Marcó e arrivando perfino a nascondere di notte nella scuola gli ebrei che cercano di sfuggire alle persecuzioni naziste. La doppia vita è faticosa, perché di giorno deve continuare a fare il maestro elementare e fingersi un militante del franchismo: un personaggio di ombre e luci, con paradossi che mi fanno tornare in mente il “tema del traditore e dell’eroe” di Jorge Luis Borges.  
    
Suo grande antagonista è il sindaco Valentí Targa, soprannominato il boia di Torena: ex contrabbandiere dal carattere violento, falangista impegnato a inculcare con qualsiasi mezzo la legge e l’ordine nella “svertebrata” Catalogna. A lui si affianca la signora Elisenda Vilabrú, erede universale della fortuna tricentenaria di Casa Gravat, simbolo del potere economico della vallata: vera femme fatale che usa l’eccezionale bellezza per manipolare tutti i maschi che entrano in contatto con lei. Si accende di passione per Oriol e ne fa il suo amante, ma cambia totalmente atteggiamento quando per caso scopre che il maestro aiuta i maquis. Per la prima volta sperimenta la sensazione di essere ingannata, ossia quello che lei stessa ha fatto agli altri per tutta la vita: l’odio che ne deriva causa l’uccisione di Oriol da parte dei falangisti. Nel contempo però la signora mette in moto il processo di occultamento della verità: dell’omicidio saranno infatti accusati i maquis, per cui il maestro passerà alla Storia (quella con la maiuscola) come un martire della fede cattolica, “caído por Dios y por la Patria”. Il personaggio di Elisenda – da sfegatata sostenitrice del franchismo a finanziatrice della causa di beatificazione di Oriol Fontelles – occupa la seconda linea temporale, facendo da collegamento tra il passato e il presente. 
 

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L’attualità – nel 2002 – è invece incarnata nel personaggio di Tina Bros, una maestra appassionata di fotografia: mentre sta allestendo una mostra sulle scuole del Pallars, visita quella di Torena che è in fase di demolizione. Dietro la lavagna, per caso, trova un diario che Oriol Fontelles aveva nascosto. Sarà l’inizio della riscoperta della memoria storica... Strano personaggio, quello di Tina, che ci guida verso la verità: è come lo specchio di Oriol Fontelles. Il primo legame è dato dalla professione, entrambi sono insegnanti. Il secondo è la solitudine: Oriol è abbandonato dalla moglie e Tina scopre che suo marito, Jordi, la tradisce con un’altra. Il terzo è la doppia vita: il maestro tiene segreta la sua appartenenza ai maquis, Tina nasconde una diagnosi di cancro al seno. 
    
Moltissimi i temi del romanzo, ma l’asse centrale è il recupero della memoria storica, l’esplorazione – sia personale che sociale – di un passato il cui riconoscimento è stato reso difficile dalle permanenze del franchismo anche nella democrazia. Mentre I soldati di Salamina di Javier Cercas proponeva uno sguardo conciliatore, Jaume Cabré con Le voci del fiume si schiera apertamente per l’impossibilità dell’oblio e, soprattutto, l’impossibilità del perdono, sia politico che sentimentale. E la citazione che apre l'opera – «Padre, non li perdonare, perché sanno quello che fanno», del filosofo Vladimir Jankélévitch – condensa perfettamente la visione del mondo dello scrittore. In questo senso, va ricordata anche la sentenza del personaggio della vecchia serva Bibiana, raccolta in una delle altre epigrafi: “Non si sa mai la fine della disgrazia”. Passa la guerra, passa il dopoguerra, si instaura la democrazia, giriamo l’angolo del secolo, i personaggi invecchiano o muoiono, ma il ricordo non svanisce: ci sono strade che non si calpestano, nomi che non si pronunciano, case che non si possono visitare. Le ombre del passato sono ben vive, poiché i morti muoiono una e cento volte nel ricordo di chi è sopravvissuto: tutti a Torena hanno uno sguardo affilato per avere odiato tanto a lungo, per aver taciuto per così tanto tempo. E le voci dei morti, che il fiume Pamano porta con sé, raccontano la verità solo a coloro che vogliono ascoltare, a chi è disposto a aprire la scatola polverosa nascosta dietro la lavagna e a studiarne il contenuto. 
     
La seconda linea tematica è una cruda riflessione sul potere economico e politico – incarnato da Elisenda Vilabrú e Valentí Targa – che non esita minimamente a riscrivere la Storia secondo le proprie convenienze: con i soldi si può comprare tutto, dalle vite umane fino alla “santità”. La vittoria non consiste solo nel sottomettere gli sconfitti, ma nel cambiare la realtà, nel manipolare le persone, nel cancellare i loro ricordi e far credere loro che i libri di Storia raccontino la verità. Tema fondamentale per Cabré, che aveva già sviscerato il rapporto tra potere e giustizia nel 1991 scrivendo quello splendido romanzo intitolato Senyoria (Signoria, La Nuova Frontiera 2009).

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Ma, come già avveniva nel lontano Fra Junoy o l’agonia dels sons del 1984, le frecciate più dure dell’autore sono rivolte al potere religioso, impegolato tra compromessi, abusi e oscurantismo. Il clero – dal semplice parroco di Torena, don Rella, agli “alti papaveri” vaticani – è attore diretto nell’occultamento della verità: si schiera con il più forte e si muove per interessi economici.
     
A questo proposito, risulta molto interessante la struttura di Le voci del fiume. Ognuna delle sette parti del romanzo si apre con una scena in Vaticano, dove col passare degli anni assistiamo al controverso processo di beatificazione del maestro di Torena. Per contro, il capitolo finale di ciascuna parte si chiude con la rappresentazione della lapide di un personaggio deceduto. Quindi due scenari in cui la morte è presente: in Vaticano si cerca di travisare il significato della vita di una persona per trasformarla in ciò che non è mai stata; nel piccolo cimitero di Torena i becchini – i  Serrallac padre e figlio – intrecciano conversazioni amletiane tra le tombe, mentre incidono nella pietra la fine di ogni esperienza, veritiera o manipolata che sia: in fin dei salmi, della morte si può discutere tutto, tranne la data.
    
Sbalordisce – chapeau! – la grande complessità della costruzione narrativa: le storie dei tantissimi personaggi scorrono come un fiume, si mescolano e generano continui cambiamenti di focalizzazione. La trama arborescente sposta il lettore avanti e indietro nel tempo: spazio e oggetti sono spesso il collante di scene che si svolgono in epoche diverse. Senza contare che molte sorprese stimolano la lettura, a cominciare da un capitolo zero – che si ripeterà nel finale – in cui il misterioso Iuri Andreevič assiste impassibile alla scena di un furto (ma il lettore scoprirà solo molte pagine dopo la vera identità del dottor Zivago). Non mancano neppure elementi da romanzo popolare, come un manoscritto rinvenuto per caso o un figlio ritrovato con un cognome diverso. Ogni tassello comunque si incastra nel successivo con precisione: le informazioni sono abilmente dosate, piste false e autentiche mescolate quanto basta perché ogni lettore raccolga e ricomponga gli indizi disseminati nelle quasi seicento pagine. Fino al finale con l’incidente che causa la morte di Tina e la dichiarazione d’amore di Jaume Serrallac che lei non riceverà mai. 
    
Con la morte non accidentale di Tina, la storia di Oriol rimane di nuovo senza voce narrante; e d’altra parte la storia di Tina resta in attesa che qualcuno — allo stesso modo di quanto è accaduto con Oriol — scopra la verità.

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