Woke: l’immaginario e la politica
Il woke è reale o immaginario? L’operazione compiuta dalla destra, al momento vincente sul piano della comunicazione, è consistita nel prendere le lotte delle minoranze, toglierne il nocciolo politico e rivestire il tutto di moralismo. Depoliticizzare per moralizzare: ed ecco servito il woke in salsa destrorsa. Ma qual era il nocciolo politico? Detto brutalmente: che le minoranze non esistono in natura. Sono il risultato di una certa costruzione storico-culturale e di una certa configurazione politico-sociale. Pensate a come era considerata una persona disabile a metà del Novecento. Guardata dall’alto in basso con un misto di pietà, imbarazzo, fastidio. Per non parlare di neri e omosessuali. Non erano minoranze, erano reietti sociali. A un certo punto questi rifiuti della società hanno smesso di crederci. Hanno smesso di credere alla narrazione dominante che li voleva reietti sociali. E sono riusciti a mostrare che quella narrazione era un’invenzione. Non è che il cieco per natura non è adatto alla vita cittadina, è la vita cittadina che è stata costruita in modo da non essere adatta al cieco. Non è che il nero per natura non è adatto alla vita aziendale, è la vita aziendale che è stata costruita in modo da non essere adatta al nero. Non è che l’omosessuale per natura non è adatto alla vita familiare, è la vita familiare che è stata costruita in modo da non essere adatta all’omosessuale. “Per natura” qui significa “per necessità”. Ecco, quella necessità era un’invenzione. Quella necessità – quel muro che teneva separati il cieco dalla vita cittadina, il nero dalla vita aziendale, l’omosessuale dalla vita familiare – non aveva nulla di necessario. Era una costruzione storica impostasi sulla base di determinati rapporti di potere, per dirla con Foucault. Rapporti che possono quindi essere rovesciati. È qui che la questione diventa politica e cessa di essere semplicemente morale (una mera questione di “rispetto” delle minoranze). Perché riguarda il modo in cui è stata costruita la polis, il modo in cui sono stati eretti i muri, il modo in cui è stato regolato il potere. Riguarda il conflitto che sempre abita la vita associata. È questa la dimensione reale-simbolica e non semplicemente immaginaria (non riducibile a una mera questione di “rappresentazione”): reale perché tocca la vita delle persone, simbolica perché tocca la legge, ossia le norme che determinano la convivenza e disciplinano il conflitto sociale. Questione politica perché – detto terra terra – riguarda il modo in cui qualcuno si è messo sopra e qualcuno è stato messo sotto.
Dunque, cos’hanno messo in luce questi ex reietti? Appunto che le minoranze non esistono in natura, essendo piuttosto un effetto di design dello spazio pubblico, il risultato di una costruzione politica. L’esito di un conflitto sottaciuto. I miliardari sono inferiori quantitativamente, non qualitativamente. E infatti nessuno li definirebbe una minoranza. Le minoranze, invece, sono una questione qualitativa, non quantitativa, come mostra la minoranza archetipica che dai tempi di Adamo ed Eva fa da modello a tutte le altre: quella femminile. In breve, che cos’è una minoranza? La categoria in cui vengono stipati quelli che sono stati messi sotto. E non sono certo stati messi sotto per ragioni numeriche. Come mostra plasticamente la serie Hollywood di Ryan Murphy, la minoranza è l’effetto di una certa narrazione, che cancella alcuni o li rappresenta come reietti, ma anche il risultato di una esclusione reale, molto concreta, dalla vita familiare, sociale, cittadina. Ossia, dal modo in cui queste sono state plasmate. È così che nascono i “minori” nel senso di Deleuze e Guattari, coloro che sono in lotta col sistema e con la narrazione dominante.
Di fronte al disvelamento del meccanismo che produce minoranze e al crollo della narrazione che le sorreggeva, i conservatori hanno reagito negando il conflitto e chiamandosi fuori. Ovvero, disconoscendo la natura politica di queste istanze e respingendole nell’ambito della morale, derubricandole a semplici questioni di bon ton (il famigerato politically correct). Per poi farne una caricatura trasformandole in istanze moralistiche. Sino alla riduzione ultima: una mera questione linguistica. Volete che vi chiamiamo non vedenti anziché ciechi, neri anziché negri, gay anziché froci? Che è come dire: noi altri non c’entriamo niente. Non è una questione di design della vita familiare, sociale, cittadina che ci chiama tutti in causa. Non è una questione conflittuale, di chi sta sopra e di chi sta sotto o di chi si è messo sopra e di chi è stato messo sotto. È solo una questione di parole, quindi state facendo battaglie che, nel migliore dei casi, risultano inutili e vuote.
Ora, la domanda è: come mai la strategia della destra conservatrice è risultata vincente? Lo è stata tanto da imporre a chiunque i termini del dibattito, fino a risemantizzare la parola woke, termine di nobili origini (stay woke!) oggi ridotto a indicare una sorta di pagliacciata. Non è che forse le battaglie politiche delle minoranze per cambiare le istituzioni e i rapporti di potere si siano davvero trasformate, almeno in parte, in battaglie moralistiche e identitarie?
Questa è la domanda da cui muove Élisabeth Roudinesco nel suo Sé come un re. Saggio sulle derive identitarie, pubblicato in Francia nel 2021 e oggi disponibile in italiano per Mimesis. Molto documentato e assai ben scritto, il libro offre una ricca ricostruzione storico-genealogica delle idee dei movimenti anti-razzisti, post-coloniali, femministi e LGBT+. Il titolo tradisce la risposta dell’autrice: sì, sorte con nobilissimi propositi, queste istanze hanno imboccato una deriva identitaria scivolando verso l’immaginario. Riassumendo molto schematicamente, si potrebbe dire che secondo l’autrice questi movimenti all’inizio, nella seconda metà del Novecento, avevano un approccio critico e decostruzionista, volto a mettere in questione il discorso dominante su razza, genere e culture non-occidentali. Poi negli ultimi decenni hanno preso una diversa strada, giungendo a rivendicare le proprie identità etniche, culturali, sessuali.
I critici diranno: ma la deriva non è dei movimenti politici, è di altri soggetti che la retorica destrorsa mette in primo piano proprio per offuscare e depoliticizzare le reali istanze dei movimenti. Sicché Roudinesco cascherebbe nel tranello della retorica conservatrice. Comunque la si pensi, Sé come un re ha il merito di sollevare una domanda su quello che è accaduto alle lotte delle minoranze. Basta confrontare quest’ultimo decennio col precedente per accorgersi quanto l’aria sia cambiata. Vale allora la pena ripercorrere tutto il tragitto che ha portato sin qui e il libro offre in merito una ricostruzione utilissima. Sarebbe un errore liquidarlo come un semplice pamphlet contro la cosiddetta cancel culture. Oltre che storica e psicoanalista, Roudinesco è scrittrice molto stimata proprio per la capacità di coniugare profondità storiografica e verve critica.
Con un profondo gusto del paradosso, il libro dedicato alle “derive identitarie” comincia da una domanda apparentemente innocua: “Chi sono?”. L’interrogativo sembra riguardare l’intimità più elementare del soggetto e invece, appena pronunciato, apre un campo minato. Da dove vengo? A quale comunità appartengo? Qual è la mia origine, il mio sesso, il mio genere, la mia razza, la mia religione? Sono domande che possono apparire come altrettante forme di liberazione quando vengono rivolte a un soggetto al quale è stata negata la possibilità di definirsi da sé. Ma possono trasformarsi, sostiene Roudinesco, nell’esatto contrario: in nuove procedure di classificazione, in nuove forme di appartenenza obbligatoria, in nuove identità che finiscono per sostituire la persona. L’identità è un’arma a doppio taglio. Ed è proprio questa intuizione dell’autrice a rendere il suo lavoro interessante anche per chi non ne condivide la tesi di fondo.

È indubbio che nella società attuale vi siano problemi identitari. Gli psicoanalisti ci raccontano che siamo in un periodo di ipertrofia delle identità e non c’è ragione per non crederci, si sottovaluterebbe altrimenti un fenomeno registrato da più parti. Si tratta di una tendenza che non si oppone al suo contrario ma ci va a braccetto: fa infatti sistema con la frammentazione del simbolico e la dispersione pulviscolare della soggettività. Più il mio io è spappolato in una congerie di contesti, di bolle e di dispositivi tecnologici che selezionano solo una fetta, magari infinitesimale, del mio essere, ad esempio il mio particolare gusto per i video di capibara, più mi manca un’immagine unitaria di me stesso, più finisco per costruirmela ricorrendo all’immaginario. Col rischio di finire come la rana tronfia che nella favola di Fedro si gonfia fino a esplodere. Dunque ha ragione Sé come un re, siamo in un’epoca di pericolosa accentuazione delle identità che ha contagiato anche le minoranze?
Forse la vera questione sta altrove: lambisce le preoccupazioni di Roudinesco ma richiede anche una distinzione che nel suo libro è assente. È però una distinzione che l’autrice stessa finisce per suggerire quando mostra che l’identità è un’arma a doppio taglio. E infatti, si potrebbe dire, un conto è l’identità sul piano dell’immaginario, un conto è l’identità sul piano politico.
Partiamo dall’immaginario. Lacan paragonava l’io a una cipolla: la nostra soggettività non ha un nucleo centrale o un’essenza autentica, ma è fatta interamente di strati sovrapposti. Ogni strato è un’identificazione immaginaria che il soggetto ha accumulato nel corso della vita. Roudinesco – che si è formata sui testi di Lacan, cui ha anche dedicato una celebre biografia – muove proprio di qui. Posto che il centro del soggetto è vuoto, non si tratta per Lacan di eliminare gli strati in quanto illusori. Non c’è infatti niente che li possa sostituire. Per quanto illusori, sono tutto ciò che abbiamo. Si tratta allora di giocare con le nostre identificazioni, saperle abitare con ironia e flessibilità, passando dall’esserne schiavi all’esserne attivi protagonisti (ciò che l’ultimo Lacan chiama “saperci fare con il proprio sintomo”).
Ecco, questa capacità di gioco può risultare fondamentale sul piano politico. Prendo qui a prestito un concetto di Spivak: essenzialismo strategico. La filosofa americana di origine bengalese, molto attiva nel campo del post-colonialismo e degli studi di genere, delinea l’essenzialismo strategico come una sorta di errore necessario. Come per Lacan, anche per lei le identità (uomo, donna, bianco, nero, creolo, ecc.), sono false, o quanto meno artefatte. Se intese come essenze universali sono certamente un errore. Ma sono un errore necessario per ottenere scopi politici. Sul piano simbolico, ossia sul piano della legge, funzionano infatti le categorie universali. Prendiamo la celebre frase di Lacan “la donna non esiste”. Ovvero, esistono solo donne prese una per una nella loro singolarità, l’universalizzazione è un artificio. Ma è un artificio necessario sul piano politico perché la legge si applica a tutte le singole donne e, se voglio i diritti delle donne, devo usare questa categoria.
Ora, i movimenti anti-razzisti, post-coloniali, femministi e LGBT+ usano le identità politiche come essenze strategiche per ottenere obiettivi politici. Ma nell’attuale narrazione comune le loro battaglie sono per lo più misconosciute e interpretate come battaglie identitarie. Il che significa: battaglie ideologiche perché presupporrebbero l’esistenza di identità, cioè di essenze. E dunque battaglie morali perché pretenderebbero il rispetto, sul piano morale, di queste supposte essenze o identità. Il problema viene rimosso dal versante reale-simbolico e dislocato sul piano dell’immaginario. Come se il discorso fosse: devi rispettare la mia identità di creolo o di intersessuale. Cioè, devi usare certe parole, declinare gli aggettivi in un certo modo, ecc. Una questione di galateo linguistico.
Ma le identità politiche sono appunto politiche, cioè strategiche, finzionali, pretestuose. E funzionano da sempre così. Come le associazioni di categoria. I tabaccai, ad esempio, non si sono riuniti perché si sentono interiormente tabaccai e vogliono difendere il loro sentimento interiore sensibilizzando gli altri perché li chiamino in un certo modo. Non è una questione di immagine. Se sono tabaccaio piuttosto che creolo, maschio, cisgender, ecc. non mi interessa come mi sento e come gli altri mi percepiscono ma come lo Stato mi tratta in quanto tabaccaio o in quanto creolo o in quanto maschio ecc. Ovvero: cosa posso fare e cosa non posso fare. Prendiamo ad esempio la prima lettera della sigla LGBTQI, la L di lesbica. Se sono lesbica, il problema non è come mi sento io ma se mi posso sposare oppure no. Se posso adottare la figlia della mia compagna oppure no. Si tratta di questioni politiche. Dipendono infatti dallo Stato in cui vivo e dalle leggi che il parlamento di quel paese ha stabilito. Riguardano i modi in cui il simbolico dà forma al reale, non il modo in cui supposte identità trovano posto nell’immaginario.
Fornendo di questi movimenti un ritratto de-politicizzato e dando dunque l’idea che oggi siano divenuti moralisti e moralizzatori, il rischio è che la diagnosi contribuisca a diffondere il morbo anziché a frenarlo, corroborando l’immagine di una società disertata dal politico, composta da soggetti persi a contemplare il proprio ombelico. Ma è proprio così? Il conflitto politico è scomparso dal nostro orizzonte? O non è questa narrazione essa stessa frutto, consapevole o inconsapevole, del conflitto politico, un suo esito momentaneo tutto interessato a sottacerlo?
In copertina, fotografia di Danny Burke, Unsplash.