La panna montata di una volta

11 Agosto 2026

Per restituire nostalgia, non basta evocare un ricordo. È necessario che ci sia almeno un pizzico di malinconia, un sentimento di mancanza, che faccia quanto meno un po’ soffrire. Bisogna crogiolarsi in quella mancanza, desiderare ciò che non c’è più, o che non c’è più sotto quegli aspetti. Bisogna che quello che abbiamo perduto ci appaia migliore e desiderabile di quando l’avevamo tra le mani. Così il passato può diventare tempo da ammirare e a cui dare un valore nuovo, dotandolo di desiderabilità. Lo sguardo di chi prova nostalgia è infatti uno sguardo mutato, che ridà significato altro alle cose del passato, ai fatti, alle persone, agli oggetti.

k

Esistono anche le nostalgie al presente, come quelle che proviamo per qualcosa che abbiamo o stiamo vivendo ancora ma che sappiamo perfettamente non è destinato a durare a lungo. Allora c’è la nostalgia della vacanza che sta per terminare, della casa da cui dobbiamo separarci, dell’infanzia che sta per concludersi, di tutte le cose che non vogliamo che finissero.

Ma se quest’ultima nostalgia presentificata è per sua natura ansiogena, piena di tensione per il futuro, quella del passato è più rilassata, non può aver pretese, non tenta di acciuffare, ma guarda e basta, immalinconita.

k

È proprio della nostalgia del passato che parla il libro di Sara Catella, Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? (Casagrande 2026, pp.128), restituendo al lettore una lista di memorabilia di quarant’anni fa. Nello specifico, si tratta del passato trascorso dall’autrice tra il Sud Italia e la Svizzera tra gli anni 80 e 90, nel quale una buona parte di coloro che appartengono alla generazione dei cosiddetti millennials può identificarsi, riconoscendosi non poco. Perché non esiste più la panna montata che mangiavo da bambina? è infatti un libro che può entrare a pieno titolo a far parte di quelle forme testuali e prodotti culturali di vario tipo (serie tv, fenomeni social e mediatici in generale, reunion musicali, collezioni, vintage e così via) che già da un po’ hanno preso a mitologizzare quel periodo. Proprio come fatto dalle generazioni precedenti ciascuna con i decenni della propria gioventù. Gli anni 80 sono esistiti, certo, ma ce ne accorgiamo soprattutto quando qualcuno ci dice che non ci sono più e che altrettanto non ci sono le situazioni, gli oggetti, i sapori, le scene che li caratterizzavano. E li caratterizzavano non tanto di per sé ma perché ne viene fatta una narrazione, una sorta di canonizzazione che, allontanandoli dal presente e associandogli una serie di significati irripetibili, li mitizza. Una narrazione che da individuale e introspettiva, come nel caso del libro di Sara Catella, può diventare subito collettiva, corale.

k

L’esercizio della nostalgia del passato è insomma fatto di narrazioni. E si può esercitare in tanti modi. Sara Catella lo fa stendendo un elenco delle cose, degli odori o dei gusti provati da ragazzina e che sono, per varie ragioni, scomparsi. Il sapone fatto in casa ma che puzzava, l’automobile che faceva su e giù tra l’Abruzzo e il Canton Ticino per le vacanze, con i nonni dentro ad ascoltare le canzoni dei loro tempi, l’album di famiglia del fratello maggiore, la penna d’oro del nonno, i libri della madre, le scarpe da ginnastica blu, la stampa di un Pierrot triste appesa in cameretta, le pesche sciroppate, il pane, le mele cotte, la panna montata sul gelato. Ogni pagina del libro è dedicata a un oggetto e a ciò che accadeva intorno o a partire da esso. Sara Catella lo fa riuscendo a produrre un effetto di distanza meravigliata, di nostalgia controllata, di chi guarda indietro e contempla.   

Ovviamente non è solo l’elenco in sé a funzionare da memorabilia, è necessario che ciascuno di quegli oggetti sia legato a un periodo preciso della vita (l’infanzia ovviamente, le vacanze coi nonni e la vita quotidiana con loro – molto presenti nel libro), a una persona (la madre, il fratello, lo zio, la cugina, il padre), a un grande tema esistenziale (la famiglia, la vita sdoppiata tra Nord e Sud, i rapporti tra adulti e bambini, la cucina e la condivisione a tavola, i giochi).

k

Il viaggio in auto con cui si apre il libro e che porta Sara Catella e i suoi nonni ‘ggiù, e poi di nuovo inisvizzera alla fine delle vacanze estive, è l’occasione per raccontare di un’esistenza familiare e personale che si svolge su due sponde geografiche e culturali, e percorre molti dei passi del libro. Così come il grande tema della famiglia e dei rapporti che si intrecciano dentro di essa, e sono raccontati proprio a partire da oggetti e sensazioni. L’automobile dei nonni è il mezzo magico che non solo porta su e giù la famiglia ma testimonia e rende possibili emozioni: l’euforia di tutti, in particolare della nonna, al momento della partenza verso l’Abruzzo e la penosità del ritorno su, quando i gesti si fanno più seri e i viaggiatori sono già colti da un altro spirito. Malinconico, appunto. I tanti romanzi che tanto assorbono la madre nella lettura sono raccontati da Catella non come qualcosa che ruba tempo alla figlia o la fa ingelosire, ma al contrario come un amo, come un gancio di curiosità: se appassionavano tanto la mamma, allora qualcosa di importante dovranno significare, scrive l’autrice oggi adulta. Il camion del padre, in cui Catella bambina sale insieme al fratello grande, è il piccolo spazio per misurare e capire i rapporti tra padre e figli ma soprattutto tra il padre e ciascuno di loro. Il pane fatto con la bisnonna, o meglio guardandola mentre lo fa, è il momento in cui ricevere passivamente i diktat di un modo di vivere femminile antico e incomprensibile. Ne viene fuori un pane per niente gradevole, duro, senza sale.

k

Non ci sono ricordi senza che fatti, comportamenti, gesti, silenzi, accadano intorno ad oggetti, sembra dire il libro di Catella. E in effetti una nostalgia impalpabile non può esistere. Semmai sempre sollecitata da dettagli domestici, frammenti di cose, memorie di odori e sapori, che fanno sì che sia il corpo a sentire, guardare, meravigliarsi del passato.

La nostra memoria è pressoché sempre sensoriale ma nel libro di Catella diventa la marca con cui si costruisce tutta la narrazione, composta da micro-fatti, micro-universi (il gelato, l’automobile, le pesche e così via), che, messi in relazione tra loro, ricomposti nell’interezza del libro, si aprono come finestre, punti di osservazione allo sguardo che si fa nostalgico.

k

Ma appunto non è solo guardare indietro, non è solo posare uno sguardo nuovo a metterci nelle condizioni di rivivere diversamente il passato, ma è tutto il corpo a farlo: la pelle, l’olfatto, l’udito, il gusto. Bisogna sentirlo. A volte tutti e cinque i sensi – per come ce li hanno insegnati a scuola – si mescolano e non si capisce più se si vede un odore o si tocca un sapore. Sara Catella ce ne fa accorgere, che le sensazioni sono ben poco monolitiche e molto più fluide, si parlano tra loro. Non solo perché uno stimolo può far riaffiorare un ricordo – cosa ovvia – ma perché quello stimolo, che ormai è tutto nella mente di chi rimembra, è assolutamente presente e tocca tutti gli altri. La stazione dei treni sa di ferro arrugginito, il buio del giardino dietro casa sa di terriccio e rosmarino, il velluto del divano splende come uno smeraldo, il pavimento di graniglia sembra un torrone. Non ha nulla di astratto il passare del tempo, soprattutto per chi, come l’autrice del libro, non si sente di appartenere a un solo luogo ma a tanti. Perciò, per trattenerli è necessario che essi lascino tracce sul corpo di chi li attraversa.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).