Una tomba in Germania

21 Settembre 2026

Scendendo da Berlino sull’autostrada A9, poco dopo lo svincolo per Lipsia Sud, la prima uscita a destra porta dritti a Weissenfels. Questa cittadina di neanche 40.000 abitanti dal nome un po’ anonimo non ci offre granché: un piccolo castello barocco come tanti, una piazza del mercato come tante, e qualche bar come tantissimi sulla riva del fiume Saale. Il motivo per cui l’altro giorno, tornando verso l’Italia, ho deciso di fermarmi qui per una pausa caffè sta nel fatto che, ai piedi del piccolo e scosceso parco che culmina nel cimitero cittadino, si trova la tomba dei baroni di Hardenberg. Esponente più noto del casato fu il giovane Georg Friedrich Philipp, che ivi morì a ventotto anni nel 1801 e che, forse per togliersi di dosso quell’aura di anonimità che aveva intaccato anche il suo triplice nome di battesimo, prese il vezzo di farsi chiamare come si chiamavano le terre pronte a nuovi coltivi che appartenevano alla famiglia, e cioè: Novalis.

 

Novalis ricordo di averlo letto per la prima volta al liceo. Non so perché, ma per me è un po’ un paladino dell’adolescenza, epoca in cui si subisce il fascino dei poeti, meglio se appartenenti a quel periodo più venerato che compreso che è il Romanticismo, e meglio ancora se scrivono breve e conciso (guarda e impara, Manzoni!). E poi negli Inni alla notte si trovava molto materiale per le nostre anime fragili di quindicenni disperati, al primo incontro con la caducità dell’amore e della vita. Senza contare, ça va sans dire, che il poeta benedetto è morto giovane come tanti rocker – e ditemi che quei riccioloni scapigliati al vento, immortalati pure nel suo monumento funebre, non lo fanno sembrare un po’ Jim Morrison e un po’ Kurt Cobain... Vite brevi spezzate troppo presto, segnate da una passione per l’arte che ti consuma; e il nostro, che era cresciuto in un ambiente pietista fino alle estreme conseguenze, e di spiritualità ne aveva respirata parecchia, sapeva bene che le parole mai sono capaci di dire tutto ciò che scaturisce dal fondo dell’anima. I suoi pensieri e aforismi, che si spargono nell’aria come pollini di fiore – Blütenstaub è appunto il titolo dell’antologia – sono spore di filosofia e lirismo, testimoni di un linguaggio che, davanti all’impossibilità di dare forma a ciò che vorrebbe esprimere, non può che darsi in modo frammentario.
 


Per Novalis, come per molti esponenti del Romanticismo, scrivere in frammenti permette al pensiero di non seguire per forza le vie articolate, complesse e complete di un ragionamento organico. Nel frammento, il pensiero può interrompersi, associarsi, riprendere altrove, passare dalla poesia alla filosofia, dall’immagine alla riflessione, libero di seguire il proprio percorso, anziché adeguarsi a una stringente costruzione logica. Ma il frammento non è semplicemente pensiero breve; è anche e soprattutto figura di una forma incompleta, coscienza dell’impossibilità di raggiungere una totalità. Coscienza infelice, si sa... ma è proprio quando è privato della possibilità di ricomporre il mondo in un’immagine coerente, che il desiderio della totalità si accende e brucia. Il frammento evoca una riconciliazione dell’io con l’universo che è problematica ma comunque sempre auspicabile, già che nel frammento ci è già mostrata un’anticipazione di quell’unità da raggiungere. Per i letterati germanici dell’epoca, poi, questo poteva essere allegoria di un’auspicabile ma non ancora raggiunta unificazione nazionale; in verità più culturale, che politica.

 

Nell’epoca più scura (finora) della storia tedesca, Walter Benjamin aveva fatto del frammento la sua cifra stilistica. Dai Passagen-Werk alle Tesi, accumulare citazioni, immagini, testimonianze, significa riconoscere l’impronta della storia anche nei piccoli avvenimenti, in modo che il passato sia «citabile in ognuno dei suoi momenti» – si legge nella tesi numero tre. Per il filosofo berlinese, il frammento è dunque il luogo nel quale una totalità storica può improvvisamente rivelarsi e rendersi leggibile. Similmente, l’amico Brecht concepiva la frammentazione come momento fondamentale di ricostruzione del senso: interrompendo la storia e spezzando l’illusione della rappresentazione, lo spettatore e la spettatrice avevano il tempo di riflettere su di essa, sui suoi meccanismi e i suoi effetti. Un’operazione critica bella ma rischiosa, che implicava un’estrema fiducia nell’educazione, anche ideologica, del pubblico.

 

La seconda metà del Novecento ha invece visto il frammento più come risultato di una rottura, un’esplosione, una disgregazione che è stata intesa anche come una liberazione. La fine delle grandi narrazioni, faticose da ricevere, interpretare e sostenere, ha significato il crollo delle grandi storie, dei grandi eroi, dei grandi peripli e dei grandi obiettivi, sostituiti da una nebulosa di elementi, ognuno con valenze sui generis – scrive più o meno così Jean-François Lyotard nel 1979, nel celebre saggio che decretò il successo del concetto di postmodernità. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica saranno lette come la pacifica conseguenza dello spirito dei tempi. Il motto era «liberi tutti»; senza troppo curarsi del valore che avrebbe assunto il concetto di “libertà”, né del fatto che sarebbe stato impossibile che proprio tutti ne avrebbero fruito. E, soprattutto, senza pensare che le narrazioni che andavano in frantumi erano anche asset condivisi, modelli di organizzazione, elementi coagulanti di una società. Così l’acquisizione di “libertà” personali è andata di pari passo alla crescita di un individualismo selvaggio, promosso dalla vittoria temporanea del capitalismo; e il risultato, fondamentalmente, è che negli ultimi decenni sempre di più e sempre più volentieri abbiamo coltivato l’antica arte di badare ognuno al suo orticello, e cioè di farsi ognuno i fatti suoi.

 

Le arti dello spettacolo hanno patito il processo di individualizzazione soprattutto nella loro componente fruitiva. Va letta in questo senso la scomparsa dei cinema, devastati dalla concorrenza della televisione e l’home video prima, e dalle piattaforme in streaming poi; passando per gli stadi di calcio, sostituiti dalla pay-per-view; fino all’evidenza dello sfacelo odierno degli smartphone. Che oggi ognuno di noi abbia un rapporto intimo, quasi erotico, con il proprio telefono è scontato e quasi superfluo a dirsi. Lo ricordo solo perché l’altro giorno mi è capitato sottomano un interessante articolo che parlava del microdrama. Per chi non lo sapesse – io non lo sapevo – si tratta di un format di fiction che viene emesso in miniepisodi di circa 1 minuto l’uno, su TikTok, YouTube e altre piattaforme per mobile, che da qualche anno spopola soprattutto in Cina. La notizia, pure parecchio datata, è che la prima serie prodotta in Italia è stata lanciata qualche mese fa da Mediaset e Fascino PGT, la casa di produzione di Maria De Filippi – cosa che automaticamente la rende già un fenomeno: mea culpa per non essermene accorto prima. Si intitola Tutto in una notte, ma te lo vedi tutto in meno di un’ora, visto che si tratta di 54 episodi di 55 secondi ciascuno. Sorvolando sulla recitazione e la regia, che in fondo chissenefrega se sono inqualificabili, la verità è che funziona perché contiene tutti gli ingredienti base di una classica fiaba. C’è la principessina depressa che si sente incompresa, con un fidanzato stronzo che è un condensato di machismo tossico; tossiche sono anche la boomer madre matrigna (il papà caro e buono è deceduto, lasciandole piene di debiti) e qualche amica di quelle che è meglio perderle che trovarle. Tutte tranne una, che fa da aiutante magica e rimedia il numero di telefono del cameriere principe azzurro, pure lui alle prese con una ex insopportabile. Ma la cosa più interessante è la quantità abnorme di cliffhanger che affollano una storia tanto scontata: considerato che ogni puntata deve terminare con il tipico momento algido da soap che ti lascia sulle spine, chi l’ha scritta ha dovuto tirarne fuori una cinquantina! Uno shot via l’altro di sospiri strozzati, un flusso continuo di «E adesso che cavolo succederà?», una raffica di emozioni a go-go, una al minuto. Peggio dei tweet di Donald Trump.
 


In fondo il principio è lo stesso: sottoporre il pubblico a un bombardamento di stimoli emotivi, spesso contraddittori, spesso scadenti, fino a ottenere una pressoché totale svalutazione dell’emozione, e dell’informazione. A quel punto, quando ci si rende conto che ormai è impossibile capire cosa pensare, tutto viene preso per buono e ogni contenuto diviene accettabile, purché sia subito seguito da un altro. In effetti, gli episodi di un microdramma vengono di solito pubblicati insieme (o al limite divisi in grandi blocchi), per cui in realtà la sospensione dell’azione “sul più bello” è un mero espediente formale senza alcuna utilità, e il principio di serialità è meramente simulato: tutto è già disponibile subito, perché vogliamo tutto immediatamente a disposizione. L’eliminazione dell’attesa offre una soddisfazione dopaminica che alimenta il desiderio di una ricompensa sempre raggiungibile; e, parallelamente, elimina ogni spazio per la riflessione su ciò a cui si è assistito: non c’è tempo per pensare, di questi tempi! Già Debord ci avvertiva che la società dello spettacolo produce una realtà fatta di immagini separate, di esperienze mediate, di individui isolati che ricevono passivamente frammenti di mondo. Nel nostro universo accelerato di post, stories, reel, notifiche, citazioni ad cazzum, pensierini brevini, pseudoaforismi trash e microdrammi, il frammento non è più percepito come parte di una totalità mancante: si è convertito in un’unità compiuta di consumo. La frammentazione, ormai svuotata della sua funzione critica, è divenuta l’immagine di una condizione sociale, che il frammento riproduce sotto forma di esperienza estetica. E tutto questo è straordinariamente coerente con l’individualismo che caratterizza la nostra vita, la nostra economia, la politica.

 

E qui tornerei al mio incontro con Novalis. Perché sull’autostrada A9, poco dopo lo svincolo per Lipsia Sud e della prima uscita a destra che porta dritti a Weissenfels, c’è un bel cartello che ci dà il benvenuto in Sassonia-Anhalt. Dove, il giorno prima della mia pausa caffè, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland aveva vinto le elezioni regionali con il 43,8% dei voti. I populismi hanno sempre flirtato con la frammentazione del tessuto sociale, di cui si alimentano e che a loro volta alimentano. E come ogni partito populista, AfD si spaccia per paladina delle libertà personali, prima fra tutte la libertà di consumo. Uno dei suoi più eclatanti slogan elettorali recitava più o meno: «Come rimedio alla crisi climatica, energia a basso costo per tutti». Anche se il grosso della campagna ha puntato sulla difesa dell’unità nazionale, minacciata da immigrati invasivi e da un’Unione Europea invadente. Ma forse il motivo principale del suo costante aumento dei consensi è dovuto al fatto che AfD si auto-proclama avversa a ogni scomodo dogmatismo: «noi non ti diciamo cosa devi pensare, come devi parlare, come devi comportarti; tutto il contrario di quei noiosi borghesi di sinistra, pieni di tabù linguistici, censure e plurali inclusivi di cui alla nostra cassiera del supermercato o all’operaio edile non frega alcunché». E qui ovviamente possiamo discutere di molte cose: della diseducazione generata da tutte quelle micronarrazioni che ci invitano a “prenderci cura”, cioè preoccuparci, solo di noi stessi; delle catastrofiche conseguenze di decennali tagli all’istruzione; ma anche di una sinistra che ha fatto diventare certe rivendicazioni talmente dottrinarie, da renderle insopportabili persino a chi avrebbe voglia di farle sue: non c’è niente di peggio, per una battaglia politica, del lasciare che le proprie armi dialettiche si arruginiscano nella retorica. Ora, al di là dell’autolesionismo della SPD (e non solo), è ovvio che l’europeismo, il femminismo, l’ecologismo, il post-colonialismo sono i grandi temi che la politica tedesca deve oggi faticosamente affrontare. Ma se il campo in cui queste battaglie vanno combattute è quello di una società irrimediabilmente frammentata e troppo poco predisposta alla rinuncia del privilegio personale, anestetizzata dai suoi microdrammi individuali, queste narrazioni che propongono obiettivi il cui raggiungimento richiede sforzo e fatica restano poco appetibili. Molto più assimilabili sono i discorsetti su patria, famiglia, difesa del territorio; che offrono contenuti semplici ed emozioni immediate, e che chiamano in causa la collettività solo nella loro forma esteriore (cosa irrinunciabile per ogni partito di massa), ma che esprimono a ben vedere nient’altro che il solito principio di egoismo. Rigermanizzazione, remigrazione: il Land come spazio privato dei Deutsch. Se le battaglie di AfD possono vendersi a buon mercato come battaglie per la libertà, è perché ormai per noi la libertà è un concetto inerente alla sfera del privato, e non certo a quella del sociale.

 

Così, la frammentazione che nella modernità invocava la critica e generava una spinta verso l’unità perduta, è divenuta oggi estetizzazione e normalizzazione di quella perdita; e il frammento è passato da forma della critica a forma della crisi: forma di una società che ha perso l’idea di se stessa come totalità. Era inevitabile per me, a questo punto, pensare Weissenfels come un frammento di quella Germania che sceglie di dar credito all’ideologia che solo pochi decenni prima aveva lasciato il continente in macerie. Ero arrivato cercando in Novalis un frammento di quella magnifica costellazione di cultura che era il Romanticismo tedesco; partivo pensando al suo monumento funebre come frammento di quel cimitero che rischia di diventare, ancora una volta, l’Europa. E direi che tutto il resto è silenzio. Di tomba, ovviamente.

 

Per saperne di più:
Di Novalis, Einaudi aveva fatto uscire anni fa una completa Opera filosofica in due volumi, a cura di Giampiero Moretti e Fabrizio Desideri. La raccolta Polline è invece pubblicata dalla casa editrice SE. Quel pazzesco saggio in frammenti che è La società dello spettacolo di Guy Debord è invece appena stato rieditato in italiano dalla piccola e coraggiosa casa editrice Shake. Ero tentato di inserire anche il link al microdramma di cui vi parlavo, ma qualcosa (la coscienza?) mi blocca dal farlo; qui, però, trovate almeno l’articolo di “Io Donna” per approfondire l’argomento.

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