Un libro e un luogo. Roma, via Merulana

9 Settembre 2026

Allora, io scendevo lungo la strada in questo bollore, immaginandomi di parlare con l’amico Pisnarico dei coniugi signor e signora Pilou e del loro business di liquori fatti con prodotti calabresi, la rigorizza intanto, e pare stiano andando per la migliore, insomma scendevo da Santa Maria Maggiore per il marciapiede con il Pisnarico, che però non era lì, insomma; io scendevo per questa via perché mi ci portava una curiosità di tipo per così dire letterario, poiché intendevo vedere i luoghi dove era stato ambientato questo libro strabiliante che si chiama “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”.

Via Merulana. Io passando passeggiando, guardavo di qua e di là nella luce romana del tardo mattino, insomma passavo vicino al teatro dove – poi leggerò – furono anticamente fatte delle offerte dal comunista Togliatti italiano alla DC per un’alleanza per la democrazia progressiva, già allora, e poi fatte naufragare negli anni ‘70 in maniera devastante per noi per tutti, come sappiamo; e io camminavo per qui, per là, tra i taxi.

E la strada sembra un rettifilo, anzi così da qualche parte viene descritta, e porta d’altra parte direttamente all’altra rosa religiosa e situazione artistica, perché conduce a San Giovanni in Laterano, mi pare questa direttrice un qualcosa di interessante, insomma io scendevo perché in generale la via è in pendenza, finché non arrivavo al numero che segnala dove c’è stato il palazzo dove risiedevano i Balducci e la Menegazzi, quel posto fantastico simulato dal lombardo grandioso, dove ci furono il furto dei gioielli e il delitto, e la povera Liliana, così lacerata nella gola e composta malamente per terra con le gonne alzate così colorita d’avorio, così rossa e così nera nel suo squarcio bestiale e Ciccio Ingravallo, ci fu: una persona di cui ci si innamora subito. Ciccio Ingravallo, che fine avrà fatto Ciccio Ingravallo? Che andava e saliscendeva per le scale e poi cosa capita? Attraverso la strada e (non pensare che io abbia una passione per il coltelli, è forse perché mio papà era macellaio, io vorrei sì in effetti collezionarli, ma non voglio mettermi nelle questioni collezionistiche perché poi uno diventa pazzo e perde un sacco di soldi; comunque fino a un certo punto io dai luoghi dove andavo in visita mi portavo a casa dei souvenir che erano CD musicali con musiche del luogo o degli oggetti di artigianato locale, cose così: adesso i CD non ci sono più e quindi lasciamo perdere, quel progetto di artigianato locale talvolta ancora funziona, nel caso, quando lo trovo, ma soprattutto mi sono in qualche maniera indirizzato a cercare se c’è una coltelleria storica in quel luogo che visito e se lì c’è qualche tipo di coltello fatto a km zero, insomma magari dalla coltelleria stessa, che comunque mi riproduca le fattezze di un coltello regionale o locale meglio ancora, più della zona e così via, ecco ho trovato, facendo questa storia del visitatore in Italia, delle invenzioni bellissime, quindi attraversando la strada a zig zag più o meno) ti trovo un negozio di fiori vicino a una cosa magnifica e struggente, cioè l’Antica Coltelleria Zoppo, un negozio storico, con tutte le catane i serramanici i coltelli da cucina e da caccia nelle vetrine, i manici di legno, di corno, di osso, i rasoi. Entro in uno spazio raccolto pieno di coltelli esposti nelle teche: i sardi Resolza tra cui Pattada e Arburesa, i gobbi abruzzesi, il maremmano e la rivisitazione del maremmano con blocco lama a tre scrocchi e leva laterale per chiuderlo, il fiorentino, lo zuavi, il coltello dell’amore, i siciliani. Tutti i coltelli della tradizione italiana.

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Via Merulana, NikonZ7II - Wikimedia Commons.

Al bancone c’è una ragazza alta, riccia, con gli occhiali; tra una daga e un gladio, ecco voglio dire che lei è la padrona dell’attività e là dove non ti aspetteresti una ragazza, ma invece un greve lento fabbro, qualcuno tra il sornione e l’omone, c’è invece quella ragazza lì tutta sorridente e ironica, svelta, che ha rilevato l’attività dallo zio, che è un’attività antica: che già nonno e bisnonno l’avevano e, per dire la coincidenza, bisnonno era imparentato dal punto di vista regionale proprio con don Ciccio Ingravallo; io non voglio dire, ma Ciccio Ingravallo! che tra l’altro, non esistendo, non poteva essere imparentato davvero con qualcuno, non so, ma lei ha rilevato l’attività e farà la lavorazione di questi coltelli bellissimi e soprattutto ha un retro bottega che è favoloso, dove si entra praticamente nel regno di Vulcano in cui lei, con una tuta addosso per non sporcarsi, rifila i coltelli di tutti i ristoranti e di tutti i clienti che ha in zona e quindi prende queste lame e frriii frriii  frriii  frriii le mola sulla la pietra bagnata che gira come una ruota: lei fa il filo ai coltelli e poi li guarda una volta rifilati come fossero dei pazienti guariti, delle persone a cui da brava osteopata ha rimesso a posto tutte le giunture e tutti i tendini e le articolazioni sgangherate e che adesso funzionano di nuovo benissimo, dei senza fissa dimora lavati e profumati e ripresentati alla società come giovin signori. Guarda con l’amore queste lame affilatissime, queste cose che vanno dritte dritte dritte nel rettifilo veramente, che quello sì è un rettifilo più di via Merulana, e poi mentre mette la lama sulla mola contenta sorride perché vede il lavoro e ci sono tante scaturenti scintille che schizzano sparate e fiammanti, da dove veniamo il Dottor Pisnarico e io si chiamano splüe e più ci sono splüe più vuol dire che l’acciaio del coltello è ricco di carbonio e quindi splüe splüe splüe splüe sembra veramente di essere nell’antro di Vulcano e lei è una ragazza e questo fa davvero curiosità anche perché di fronte, dall’altra parte della strada proprio, c’è sempre questo delitto letterario con un coltello mai più trovato e il fantasma bianco e rosso e bruno della Liliana, della povera Liliana: quindi questo gioco deve dire che sì c’è il coltello dove c’è una velocità roteante di pietra abrasiva a ’sto giro nelle interiora dell’antro di Vulcano, ma non c’è più nel libro meraviglioso che ci ha portati qui dentro, l’avvocato Pisnarico e me.

Un elemento rotondo che gira, che è la mola, come una ruota preistorica; e, quando si toccano, l’elemento dritto e l’elemento contorto che gira e gira storto, che gira rotondo, quando si toccano ci sono queste splüe come se fosse il linguaggio che entra nelle cose, come se fossero le cose che entrano nel linguaggio e come se tutto il garbuglio fosse un’unica macchina fatta di linguaggio e di cose, perché è davvero un’unica macchina fatta di linguaggio, di cose e di persone: di persone che vanno su e giù, che escono dal teatro Brancaccio che intercala i negozi, che si ammazzano che si amano e si inseguono che si parlano e ci sono i tre Pupi di Pirandello a sovrintendere la scena e anche lì lui aveva trasposto tutta la sua acuzie sicula: i tre personaggi, cioè quello che io sono davvero, quello che io credo di essere e quello che io sono per gli altri; quello che loro sanno di me – ma poi cosa sanno? Fosse però solo il trio! Ci sono anche gli infiniti punti che si guardano l’un l’altro, che fare? E un po’ preoccupato io, scendendo e quasi continuando a commentare con l’ingegner Pisnarico, vedo la strada rimbalzarmi indietro accartocciandosi come in Inception e laggiù il sedime stradale sale e arriva fin qui e mi sbatte la Scala Santa più o meno dove sono: questa si apre, si sgola e dentro ci sono dei personaggi che nelle scale lì interne vanno come in una cosa di Escher, vanno giù, vanno su, vanno giù, si fanno sanguinare i piedi e, con i gomiti emorragici, sulle ginocchia salgono in silenzio e vanno su e giù per i loro peccati, quindi vanno a fare le mute richieste su questa scala sconvolta e scardinata a mezza strada fra l’allucinazione e la fantasia onirica, vero Pisnarico? Tanto alcolico è il prodotto dei Pilou: una gradazione balla decisa, altroché!

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E sotto questo cielo aperto il rettifilo è diventato arricciato come al solito, ovvio normale ammatassato, il sacramentato gomitolo nel quale gomitolo di strade il poeta vuole essere sbattuto, ma qui il gomitolo sarebbe anche tagliato facilmente come il nodo di Gordio dalla coltellaia, sorridendo sì, con queste catane, questi coltelli, questi bellissimi coltelli a serramanico di Roma che si chiamano Tre Scrocchi e che lei fa suonare tra tre tra tra tra e ti racconta che il primo scrocchio sta lì proprio per dire che il coltello ce l’ho, il secondo scrocchio è per dire che lo sto aprendo, il coltello mio, e il terzo per dire che è tutto aperto e che mo’ te puncico. Poi una pausa ci vuole e questa è la vita che va avanti con coltelli e con la Scala Santa nell’Inception e gira qui e gira lì e gira là e il lombardo grandioso cosa ne farebbe di tutti questi che adesso sono in TV e allora non c’era la TV ma adesso sono qui, sono qui che parlano e hanno lo stesso buco di culo di faccia sormontato dalla coda del fagiano doré (Chrysolophus pictus) sparata da un vento, e questi occhi protobasedowiani questa parlata catramata e qui a dirci che all’epoca del delitto c’era il fascismo, all’epoca del palazzo prima al 119 poi al 219, e gli Ori e gli Squali, perché adesso cosa c’è? Boh non lo so, cosa c’è, non voglio saperlo, ma voglio solo dire questa cosa: che ci sono personaggi che si affacciano con la faccia da cretino e parlano parlano non si capisce niente e altri che dicono delle cose in cui inseriscono ragionamenti, ma dopo; e qui moriamo di caldo. Moriamo insieme ai soldi, siamo tutti senza soldi, per cui i soldi se li sono portati via, non sappiamo neanche chi ce li ha portati via, intanto continua questo gomitolo a essere separato perché nel gomitolo c’è solo un filo, d’accordo, ma non si trova mai il bandolo: qui servirebbe un bel taglio verticale, altroché, ma poi siamo sicuri? Voglio vedere Ingravallo. Che fine hai fatto Ingravallo? Quando eri lì ancora a parlare soprattutto a sentire che parlavano, tra le masse dei broccoli e i ciuffi dei sedani e dei finocchi. Con la palpebra a mezz’asta così attergando che in questo mondo è tutta una lenta digestione che dissimula, sotto un tappeto di finta smaglianza e di finta leggerezza – su cui ondeggia una processione contorta di masse turistiche – mette lì sotto un ipogeo dove il crine è sempre sperlusciato.

E Liliana? La vediamo rivolgersi disperatamente, chiamare, dal suo mare d’ombra: con lo stanco volto sbiancato, l’occhio dilatato nel terrore, fermo, per sempre, sui voleri atroci del coltello.

Ci sono ancora queste giornate meravigliose di quelle cose splendidamente romane che ti senti rimpastare nel cuore qualcosa che assomiglia alla felicità.

Ma poi, neri fantasmi, vuoti della notte che di notte vagano staccandosi dalle porte e fiorendo dalle finestre e svitandosi dalle inferriate dal selciato dal marciapiede volano, si involano vaporizzati come profumi, svoltano gli angoli, partono verso il mercato che sta là, verso le case che stanno più qua; verso monti e scollinamenti che stanno più su, verso le lontananze che stanno laggiù, ballano sui tetti e sulle terrazze: e svaporano, evaporano come fossero fumi nebulosi d’acqua dopo la pioggia quando ritorna un po’ di sole, e trasvolano di notte, portandoci i profumi delle cose che rimescolano raccattando tutto in un giro fetente in un gorgo aulente in una masticazione collosa in un ruotare che sembra non finire mai e che mescola rimescola tramescola tutto quanto in questa enorme maionese.

In copertina, fotografia di Julianflies.

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