Puntellare il mondo con la lettura
Con Il rito della lettura (Quodlibet, 2026), Mario Barenghi torna nel solco della sua visione antropologica della letteratura, intesa come trasmissione culturale connessa e necessaria all’evoluzione della specie umana, per il suo ruolo di risarcimento al perdurante sbilancio ecologico di Homo sapiens. È l’uso creativo della parola, infatti, il suo farsi poesia (da poièin, fare), che consente all’uomo di sopravvivere agli squilibri e alle pressioni dell’ambiente. Clifford Geertz rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana per la sua riformulazione del rapporto tra natura e cultura come interazione continua; e il campo che Barenghi va tracciando, da più di un decennio, seguendo le prospettive della nuova antropologia è policentrico, aperto a nuove angolazioni e diversi campi del sapere. Malgrado l’inclinazione a sconfinare, conserva tuttavia una sua feconda tensione interna che si è fatta stile critico, stringendo continuamente nodi tra le teorie più recenti, le trame dei classici della letteratura e del pensiero occidentale e le vicende minori del quotidiano, episodi custoditi nelle pieghe dei destini privati. Con i due saggi precedenti, Cosa possiamo fare con il fuoco? (2013) e Poetici primati (2020), Il rito della lettura abita la stessa casa, Quodlibet; e, difatti, molte sono le stanze comunicanti tra questi libri.
La relazione tra cultura e antropologia è qui focalizzata «sull’esperienza della lettura» che, considerando i testi “in termini pragmatici, piuttosto che semantici” e “l’atto del leggere” all’interno di una “dimensione rituale” fondata sulla ripetizione (p. 35), gli consente non solo di recuperare il discorso sul ri-uso di Brioschi, ma anche di accostarlo alla Fatica di leggere dell’altro “indimenticato maestro”, Spinazzola (p. 59).

La tendenza di Barenghi a superare gli steccati tra i campi disciplinari ha ancora più peso critico in questo libro, fondato sulla dimensione della liminalità. Per l’analisi della pratica rituale della lettura, il principale punto di riferimento è Victor Turner, ma la dimensione della soglia comporta il richiamo anche ad Arnold Van Gennep, ai suoi Riti di passaggio, pubblicati nel 1909, cioè sull’orlo di quel periodo storico che avrebbe fatto sentire a Virgina Woolf ovunque rumore di crolli. È, del resto, questa la funzione della letteratura per Barenghi, fare da contrappeso a un mondo che cade, soprattutto quando, per l’intensificarsi dei conflitti, precipita: “La società si manifesta come collasso, come frana, come cancrena (o, nelle sue apparenze meno catastrofiche, come vita alla giornata); e la letteratura sopravvive dispersa nelle crepe e nelle sconnessure, come coscienza che nessun crollo sarà tanto definitivo da escludere altri crolli” (p. 49).
Il primo saggio, inedito, che dà il titolo e fa da varco al libro, getta una luce retrospettiva sugli interventi pubblicati in precedenza e ora qui raccolti, orientandoli in un unico sistema e illuminando i passaggi che si rivelano segnati dal rito della lettura.
Prima ancora che da questi punti cardinali del percorso teorico (Turner, van Gennep, Spinazzola e Brioschi), il viaggio è orientato dalla parola di uno scrittore, Calvino, che per Barenghi vale «non solo come un riferimento culturale, ma anche come una sorta di amuleto» (p. 13). Il libro si apre con la sua voce: “Tutto cominciò con il primo narratore della tribù”, l’incipit di Cibernetica e fantasmi. È un punto di svolta critico per Calvino, ponendo al centro “un tema già toccato in precedenza, che però qui acquista un rilievo decisivo: l’attenzione al ruolo dei destinatari” (p. 17). Possiamo dire lo stesso anche di Barenghi e di questo suo ultimo libro.
Se l’origine è segnata da un homo narrans, fondamentale è l’effetto immediato che questo gesto produce: nell’istante in cui un singolo dà voce alla sua storia, tutti gli altri intorno, infatti, diventano destinatari, creando una comunità in ascolto. Il cerchio magico che prende forma proprio dalla liminalità coincide con un recinto (etimologicamente da témenos, da un taglio) di un altro tempo e un altro spazio: richiudere un libro vuol dire riposizionare i sensi (almeno da Don Chisciotte in poi) e “riprendere il contatto con la vita di ogni giorno” (p. 42). Il distacco dalla vita ordinaria diviene un filo rosso di questi saggi, a partire dai consigli al lettore di Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, da quel tenere i piedi sollevati da terra che è prima condizione per operare il rito del leggere. Il distacco è anche quello da sé stessi e, nel capitolo dedicato alle origini del romanzo moderno, al di sopra di quella del romanziere o del personaggio, è la solitudine del lettore che Barenghi vede come “la vera culla del romanzo” (p. 197): “senza lettori non c’è letteratura”, scriveva Spinazzola (p. 40).
Raggiungere questo altrove è abitare un luogo più umano, in cui “non è l’autore a educare i lettori, sono i lettori che si educano attraverso la letteratura”, come viene detto nell’intervista per un periodico brasiliano, ora tradotta in questo libro, dove il “rivolgersi a tutti” (p. 87) consente il rinsaldarsi della leopardiana “social catena”, quell’incremento della nostra competenza sociale che nella Scienza nuova di Vico già collegava antropologia e poesia.
La centralità data al rito della lettura rende visibile un’attitudine dello stile critico di Barenghi che marca in ogni suo intervento. Sempre, infatti, tende a radunare una comunità più ampia possibile di lettori, di volta in volta più capaci di intendere i riferimenti alle teorie evoluzionistiche e di intercettare la ricorrenza delle formule: in questa sua visione antropologica della letteratura, dà forma a una sorta di lessico familiare, allineando i lettori all’altezza di quella vasta galassia dell’arte del discorso in cui egli si aggira spinto dalla curiosità di nuove prospettive e dal desiderio di condividerle.

Nelle pagine di questo libro, inoltre, vediamo da vicino anche Barenghi lettore, mentre si confronta, dialoga e si contrappone ad autori che legge da tempo e in profondità. Di Gottschall ha sempre amato molto lo stile della scrittura, così simile al suo nel collegare i sistemi universali alle digressioni dell’infinitamente piccolo sterniano. Ma questa volta si distanzia dalla sua idea di Lato oscuro delle storie (anche se nel titolo originale, The Story Paradox, Gottschall aveva evitato la locuzione “dark side” e la sovrapposizione con il libro di Breithaupt), fondando la sua critica sulla definizione di “empatia”, sulle sue radici etimologiche (il tema riaffiora, qualche pagina più avanti, nel capitolo Sulla lettera di un Papa). Nella manzoniana fatica di leggere, odiare i cattivi aumenta il grado di fatica e l’empatia non va confusa con la partecipazione: l’esperienza della lettura resta virtuale, perciò catartica. “Se i giusti sono il sale della terra, i cattivi sono il sale della letteratura” (p. 73), è la formula fulminante con cui Barenghi definisce l’energia narrativa del lato oscuro e la “carica liberatoria” durante il rito della lettura. L’opposizione “noi e loro” è sempre sbilanciata verso il “noi” e anche l’eventuale empatia negativa non può essere equiparata a quella che “ha portato alla nostra specie un vantaggio evolutivo” (p. 62), consolidando la coesione di gruppo.
“Qualche sparsa personale lettura” (p. 139) di Barenghi affiora anche nelle sue rispettose obiezioni a Amitav Ghosh, alla sue tesi contro la modernità occidentale e il progresso scientifico: unendo l’immagine leopardiana della Natura matrigna alla meno nota “triangolazione storica” proposta da Loewen (p. 140), allarga la prospettiva, intorno all’interpretazione di Leopardi, a una questione antropologica, al perdurare di modi di agire atavici, per cui “il problema […] non è l’Antropocene, bensì il Pleistocene” (p.151). Una visione tanto vasta che, nell’ultimo capitolo, dedicato al libro sulla cultura della cancellazione di Furedi, finisce per inquadrare anche il fenomeno della “liquefazione culturale dell’Occidente” (p. 214).
Più consistente e urgente è, per Barenghi, la svalutazione della cultura umanistica, del suo ruolo formativo, e della parola in quanto tale.
L’attenzione costante alla parola (a quelle few words che tutti noi dobbiamo a un essere umano: è questo il senso più profondo del saggio dedicato al “I just want to talk” di La parola ai giurati di Lumet), il recupero della sua etimologia, della complessità del campo semantico e dei suoi usi, è un altro degli stilemi della scrittura saggistica di Barenghi.
Possiamo ripercorrere i saggi del Rito della lettura, seguendo tutte le parole che etimologicamente sono poste come fulcro del discorso (tecnica, empatia, letteratura, la radice vid- di tutti gli ismi, riflessione, romanzo), per creare imprevisti punti di sovrapposizione tra i campi o di coincidenza delle pratiche. A partire dal termine che unisce, per l’interruzione volontaria dell’ordinario, il rito della lettura al gioco: ricreazione: “termine sintetico, comprensivo e (inesorabilmente) ambiguo” (p. 44). L’atto stesso della lettura, del resto, pensando all’accezione linguistica del termine, implica un carattere performativo che crea mondi umani (o meglio, più umani), se è vero che “leggendo un’opera letteraria il destinatario la realizza” (p. 46).
Nell’intervallo scavato nell’esistenza quotidiana, “l’esperienza della lettura può valere come messa alla prova del sistema di valori e di relazioni che caratterizza una cultura” (p. 47). Perciò tanto peso ha in questo libro la parola contraria e soprattutto il dialogo e, sin dalle prime righe introduttive, “il degrado del mezzo linguistico” viene sentito come “un’autentica minaccia per la coesione della comunità” (p. 12).
Nel generale “imperversare d’un dozzinale e torbido inglese d’accatto” (p.12), una prova pratica, ironica e tagliente, di un uso letterario della parola capace di ribaltare lo svuotamento subìto all’interno della vita accademica, illumina una pagina scritta da Barenghi in punta di fioretto, quasi un duello combattuto a suon di irritazioni e verbi: “Un sordo fastidio per espressioni correnti e andanti come ‘open day’ o ‘summer school’. Un principio di irritazione per diciture quali ‘stakeholder’, ‘problem solving’, ‘incoming student’ (spesso semplificato in ‘incoming’). Un’irritazione più marcata per ‘welfare’, ‘mission’ e ‘customer care’. Una desolata rassegnazione alla pronuncia anglicizzante di parole come tutor o media (tiutor, midia) – che peraltro si tramuta immediatamente in orticaria all’emergere occasionale (ma capita, capita) di ‘tutoraggio’ pronunciato tiutoraggio. Personalmente dico solo ‘tutorato’; di tanto in tanto mi sorprendo perfino a chiedermi come suona a un orecchio inglese tutorage, rispetto a tutoring (ma questo ovviamente è un altro discorso). Non so se devo essere considerato un purista. A me non pare. D’accordo, ‘taggare’ non cessa di dispiacermi, ‘spoilerare’ mi disgusta, ‘card’ mi stucca. Ma, per dire, troverei insensato andare alla ricerca di un equivalente italiano non dico di software o di ebook, ma anche di spinoff o startup. Però dire ‘target’ invece di ‘obiettivo’ o ‘buyer’ anziché ‘compratore’ mi sembra sintomo d’una mentalità da paese colonizzato”.
La forza della letteratura, “intesa come arte della parola” (p.185) sta proprio nella sua “capacità di parlare di tutto, a tutti” (p. 102), di essere strumento fondamentale di connessione e coesione, riparo di una fallibilità costitutiva dell’uomo. Partendo dai Frammenti di Schlegel e arrivando agli studi recenti sulle forme brevi e fluide, Barenghi accosta la poesia universale romantica, la sua capacità di rifrangere la realtà in una serie di interminabili specchi (è il titolo del saggio dedicato alla letteratura riflessa) all’“apertura della testualità” contemporanea che moltiplica risorse e occasioni e che, in un sistema di continui decentramenti, può anche ribaltare la marginalità della cultura letteraria in privilegio ottico e fare del rito della lettura un contrappeso alla “galassia di soglie” degli schermi (p. 169)
Quando Turner parla di liminoide, distinguendolo dalla liminalità, lo fa proprio per il carattere volontario delle pratiche, comune all’arte e al gioco, e per la possibilità di “sottoporre a esame le strutture della civiltà” (p. 41) e ripensare alle fratture, ai crolli, immaginando alternative, ricreando, appunto, nuove forme di connessione.
Gli esseri umani si riparano nel tessuto di “discorsi proposti (prescelti) per durare nel tempo. Per essere letti, riletti, ripetuti e tramandati” (p. 98). Seguendo il solco tracciato da Brioschi (per inciso, il dialogo mai interrotto con il maestro affiora ovunque, anche nella traccia di una lontana conversazione ricordata in una breve nota a piè di pagina, gesto di antica e desueta eleganza) e ampliando il concetto di ri-uso, Barenghi dichiara che “il vero lettore è chi rilegge” (p. 82), che si “legge per poter rileggere” (p. 83).
Perché conta il tempo lungo, la lunga durata, quello che in Poetici primati era definito il «lento rilascio» (p. 18), se è vero che nessun testo è letterario per natura, ma lo diventa quando è trattato come tale, rivelandosi una sorta di riserva, dove “motivi, personaggi, situazioni, metafore si possono depositare nella nostra coscienza di lettori, sedimentare nel tempo: e quindi agire con lentezza, persuaderci per gradi, ovvero sorprenderci con epifanie dilazionate e tardive” (p.115).
La letteratura e il rito della lettura funzionano, dunque, come un antischermo, un controcampo alla galassia delle soglie del virtuale che, attraverso la parola, la sua ripetizione, il suo sedimentarsi, crea nuove forme, nuove connessioni, nuove trame.
Se “essere è tessere” (la formula è di Maria Lai), l’ultimo nodo spetta sempre al lettore.