Sloterdijk e la banalità del Grande
Per un falegname di un piccolo paesino europeo, la differenza tra monarchia e repubblica è abbastanza semplice: la prima gli commissionerebbe il rivestimento di un trono, la seconda una poltrona per il presidente del Consiglio dei ministri. L’immagine è di Peter Sloterdijk e contiene un problema che non può essere ridotto a una banale questione di arredo. Possiamo abbassare il piedistallo e porlo all’altezza delle altre sedie, riducendo le prerogative di chi lo occupa; possiamo anche invitarlo a non confondere la carica che ricopre con la propria persona, magari legando il suo mandato a una data di scadenza. Lo possiamo fare, e lo abbiamo fatto. Eppure, anche se il re viene congedato e il trono ospitato in qualche museo, ci si è accorti ben presto che molti dei suoi successori hanno scoperto in corso d’opera di essere in possesso di una vocazione monarchica.
Il principe e i suoi eredi. I grandi uomini al tempo della gente comune (Raffaello Cortina, 2026, traduzione di Stefano Vastano) prende le mosse da questo apparente paradosso. La presenza simultanea di Trump e Putin, osserva Sloterdijk, è uno scandalo solo per chi credeva che le società moderne – e quindi “avanzate”, e votate perciò per loro natura alla democrazia e alla divisione dei poteri – si fossero finalmente lasciate alle spalle le tentazioni imperiali, schiacciate dal peso storico dei loro esiti. Poiché i prìncipi sono ritornati – o meglio: dato che non se ne sono mai andati, ma hanno continuato ad aggirarsi tra le sale del potere sotto mentite spoglie –, è al Principe di Machiavelli che occorre tornare a guardare. La lucidità del segretario fiorentino, infatti, è la cornice che ci permette di osservare da vicino chi esercita il potere e chi, dal basso, continua ad autorizzarlo.
Per comprendere l’attualità dell’insegnamento di Machiavelli, Sloterdijk ci invita a riflettere sul racconto della nostra cacciata dal Paradiso. Una caduta, da sola, non basta. Il peccato originale ci ha consegnati alla caducità e alla paura della morte; a questa prima caduta se ne aggiunge però una seconda, quella nello Stato, che coincide con l’ingresso nel tempo storico. Ha inizio così «il regno dei cinquemila anni della verticalità politica» (p. 23), vale a dire l’epoca segnata dallo squilibrio tra chi sta in alto e chi deve imparare a guardare dal basso. Nella lettura di Sloterdijk, ed è uno dei passaggi più brillanti di un libro caratterizzato a tratti da una scrittura fiammeggiante, il secondo peccato viene proiettato retroattivamente nel primo. Il divieto della Genesi presuppone già una cultura della sottomissione. Ciò significa che l’ordine impartito da Dio colloca all’origine dell’umanità un’esigenza maturata molto più tardi, all’interno di comunità preoccupate della propria conservazione. In altri termini: il comando riscrive la sua stessa genealogia per scoprirsi antico quanto l’uomo. Ecco che la disobbedienza politica acquista allora il peso di una colpa originaria.
La caduta nello Stato riscrive anche il fondamento della moralità e pone le basi di una «Seconda etica» (p. 25), in cui la distinzione fra Bene e Male viene sovrastata da quella fra successo e fallimento. In questa prospettiva, il principe – qualunque principe – deve innanzitutto saper conservare la posizione che ricopre. La sua legittimità passa così dalla capacità di auto-conservarsi. È qui che il precetto machiavellico di imparare a «potere essere non buono» acquista tutta la sua asprezza: la cattiveria può essere talvolta una competenza da esercitare, al pari dell’astuzia, che non va mai disgiunta dalla forza, o della devozione, sincera o simulata poco importa. Descritto in questi termini, il sovrano perde la propria eccezionalità antropologica e si scopre fatto della stessa materia dei suoi sudditi, con una sola, significativa differenza: a distinguerlo dai suoi subalterni sono la posizione, le occasioni e la capacità di approfittarne.
Certo, si potrebbe rilevare, questa traiettoria è utile per mostrare la progressiva secolarizzazione delle virtù regali, ma non siamo entrati nella modernità proprio per guardare questo processo con la condiscendenza dovuta al nostro passato remoto? Insomma, l’emancipazione moderna non ha posto fine a questa separazione, riuscendo nella faticosa impresa di trasferire la sovranità dal principe al popolo? Non esattamente. Nell’idea rousseauiana di volonté générale, Sloterdijk individua un «terzo peccato originale», ed è un peccato «costituito dal tentativo di espropriare violentemente il singolo Io per annegarlo in un plurale» (p. 89). La fortuna di Rousseau ha prodotto la finzione di un Noi omogeneo capace di concorrere alla propria realizzazione. Nella misura in cui il singolo viene assorbito in una pluralità pensata come un unico soggetto, vi sarà qualcuno pronto a presentarsi come suo legittimo interprete e a trattare chiunque resista a questo processo di identificazione come un traditore del popolo, e dunque, in fondo, come un traditore di se stesso.
Vi è tuttavia anche una genealogia alternativa, che Sloterdijk prova a ricostruire attraverso Lutero e Kant, in grado forse di conservare la dignità del singolo. Ora, la filosofia kantiana pretende troppo dal soggetto umano, perché gli chiede di essere «un re in abiti civili, o un santo senza abito talare» (p. 100), ma costituisce un antidoto all’idea secondo cui il singolo sia chiamato a dissolversi in una moltitudine astratta per essere veramente se stesso. La democrazia, ossia quel particolare «evento volto a sedare tutti quei re che, essendo numerosi, si intralciano a vicenda», è descritta come «un’assemblea di re in latenza» (p. 98), ciascuno dotato di una modesta corona. Come si diceva, si tratta di un’investitura oltremodo esigente, e lo stesso Sloterdijk ne è consapevole. Non solo: si basa su un presupposto – quello di una sovranità razionale e distribuita in cui ogni cittadino, riconoscendo i propri interessi e rapportandoli al bene comune, concorra a scegliere i suoi rappresentanti – che la scena contemporanea ha incrinato e scalfito a più riprese.
In effetti, le decisioni politiche dipendono sempre meno dal voto di quei piccoli re che noi siamo e sempre più dalle pressioni esercitate sui governi. In tal senso, sembra che la sovranità popolare si possa davvero esercitare solo quando indossiamo i panni del consumatore. È come clienti, forse, che possiamo conservare il nostro antico titolo nobiliare. L’esito politico di questa tendenza si esprime attraverso l’astensione, la veste secolarizzata dell’abdicazione: il cittadino si dimette da una regalità che non crede e non sente più di poter realmente esercitare. Questa zona grigia diventa al contempo il terreno di una contesa, e nuove promesse si elevano per rioccuparla, promettendo nuovi significati. Torna allora a riaffacciarsi lo spettro del terzo peccato originale: il ritiro dei molti corre il rischio di compattarsi nuovamente sotto le parole d’ordine di un Io che pretende di parlare a nome di tutti. Per raggiungere il suo scopo, avrà bisogno di una narrazione che sappia attribuire legittimità al proprio ruolo mentre lo mette in scena.
Questa esigenza non è nuova, e Sloterdijk la ripercorre attraverso le vicende che videro protagonisti Cesare ed Enea. Nel racconto di Svetonio, un’apparizione improvvisa spinge Cesare ad abbandonare ogni indugio e ad attraversare il Rubicone. La condotta del Divus Iulius sembra perciò autorizzata e giustificata da un piano divino. Anche nell’Eneide sono le armi comparse in cielo a spingere l’eroe troiano a prendere piena coscienza della sua missione. In entrambi i casi, questi segni “miracolosi”, sapientemente collocati all’interno della narrazione, funzionano come un espediente retorico per proiettare nel passato il fondamento della legittimità presente.
Ben prima delle attuali tecnologie comunicative, pertanto, l’ordine costituito piantava i piedi a terra attraverso un artificio narrativo volto a giustificarne la divina provenienza. Con la modernità, questo nesso olimpico e sacrale assume la forma di una «verticalità selvaggia» (p. 122). L’asse fra alto e basso permane, ma le condizioni di accesso si moltiplicano, vale a dire: per occupare il vertice non è più richiesta una giustificazione divina. La vetta del potere diviene per sua natura qualcosa che può essere rivendicato e conteso. Ciò non significa che il sacro sia diventato per questo inutilizzabile (nel ritratto della Russia putiniana, Sloterdijk si sofferma sul ruolo svolto dalla Chiesa ortodossa, che ha offerto una giustificazione religiosa alla nuova avventura neoimperiale); significa piuttosto che la leadership non richiede più una consacrazione trascendente o dinastica per esercitare il potere.
Non potendo o non volendo guardare a Dio, che cosa dovrà fare il principe per giustificare il ruolo apicale appena conquistato? Quello che ha sempre fatto: dovrà raccontare una storia; sarà chiamato, cioè, a lavorare retroattivamente sulla propria legittimazione, magari interpretando il suo successo alla luce di una missione storica. Quella che Sloterdijk chiama la «teoria personale dei media» (p. 68), in cui la persona è il medium di una forza che agisce attraverso di lei, incontra così la potenza dei mezzi di comunicazione di massa. Se la radio e la televisione avevano trasformato interi Stati in comunità di ascoltatori e spettatori sincronizzati, le attuali piattaforme permettono al personaggio al potere di alimentare senza tregua il racconto di sé. Poiché la verticalità vive dell’estensione orizzontale dei suoi messaggi, «quel che manca in altezza dovrà essere ricompensato in diffusione» (p. 162). La statura politica del leader rischia perciò di essere giudicata in funzione del grado di esposizione del messaggio, e la dispersione delle voci, che ha reso più fragile la convergenza delle ragioni, può magicamente ricomporsi attorno a una figura onnipresente.
Individui privi di qualità straordinarie possono finire per trovarsi al centro di effetti enormi, e la loro piccolezza convive con una potenza che eccede smisuratamente le loro capacità. Tale sproporzione, che assume i tratti dell’«Assurdo», ci pone di fronte a ciò che l’autore chiama la «banalità del Grande» (p. 183). Trump e Putin tornano ancora una volta al centro della scena, ma Sloterdijk sceglie – accade spesso nel corso del libro – di rileggere la contemporaneità attraverso esempi storici precedenti. La relazione tra il Grande e l’Assurdo viene allora esemplificata attraverso il confronto fra Victor Hugo e Napoléon le Petit, ossia Napoleone III, il “piccolo” nipote del “grande” Napoleone. La domanda che regge il pamphlet dello scrittore francese è tanto semplice quanto inevitabile: come è possibile che un individuo tanto piccolo si sia impadronito di una realtà tanto grande? Non solo: per quale ragione la vacuità del protagonista non impedisce allo spettacolo di avere efficacia? La risposta, che vale sia per il Secondo Impero sia per i nostri giorni, va cercata nel funzionamento della catena informativa: l’immaginario, quando viene continuamente riattivato, produce realtà politica. Persino l’attività di smascheramento finisce per partecipare alla diffusione e al consolidamento del personaggio, nella misura in cui ne prolunga la presenza. Il potere è in grado dunque di sopravvivere alla confutazione del proprio prestigio, e la denuncia può mostrare, sì, la piccolezza del governante, senza però scalfirne il dominio. Possiamo contribuire a far cadere le maschere, ma «la realtà esistente ignora la sua stessa messa a nudo» (p. 202).
La denuncia della banalità del Grande, tuttavia, non deve offrire un alibi a chi guarda dal basso. Sloterdijk rifiuta ogni via di fuga verso un nuovo Grande senso garantito dall’avvento di un qualche salvatore. A tal proposito, parafrasando ironicamente la celebre formula di Heidegger, si chiede se non sia un idiota, in fondo, a poterci salvare. La grandezza non appartiene più agli uomini, ma ai problemi: sono le minacce comuni a presentarsi in dimensioni gigantesche. In assenza di un’autorità universale, il lavoro politico ricade sulle persone ordinarie, chiamate a costruire forme possibili di «co-esistenza» (p. 231). D’altronde, in un mondo che ha rinunciato ai salvatori, spetta a loro dimostrarsi all’altezza di qualcosa di grande. Resta da capire quanto la polemica di Sloterdijk contro la mediocrità culturale e politica sia compatibile con un ordinamento chiamato a funzionare anche per persone stanche, fallibili e scarsamente interessate a esercitare una qualche forma di grandezza personale.
Leggi anche:
Antonio Lucci | Peter Sloterdijk: spegnere un pianeta in fiamme
Luisa Bertolini | Il grigio di Sloterdijk
Antonio Lucci | Peter Sloterdijk. Contro il principio genealogico
Antonio Lucci | Peter Sloterdijk. Che cos’è successo nel ventesimo secolo?
Antonio Lucci | Peter Sloterdijk. Tutta la musica è “musica ritrovata”