I titani-stregoni della Silicon Valley
Il nostro rapporto con la magia è improntato a una tranquilla superiorità: la collochiamo nell’infanzia dell’umanità, tra divinazioni ancestrali e formule bizzarre, certi che la luce della ragione abbia ormai dissolto quelle ombre. Siamo individui maturi e disincantati: crediamo nei dati nudi e crudi e siamo figli di algoritmi che anticipano per noi desideri e rischi, indicandoci la strada più razionale da seguire. Il problema è che, se i vecchi oracoli odoravano di incenso, quelli nuovi non sono da meno: semplicemente, possiedono un’interfaccia più efficace, ma delle condizioni d’uso che rimangono oscure. A ben vedere, e al netto di quello che ci raccontiamo, le pratiche magiche non sono scomparse – si sono limitate ad aggiornare il loro lessico.
È questo lo scenario attraversato da Andrea Venanzoni in Il trono oscuro. Magia e potere nell’era degli algoritmi, apparso una prima volta nel 2022 e riproposto da Luiss University Press nel 2025 in una versione aggiornata e accresciuta. Pochi mesi dopo, Mimesis ha avuto il merito di rimettere in circolazione Elaborazione del mito di Hans Blumenberg, nella traduzione di Bruno Argenton già pubblicata dal Mulino nel 1991, impreziosita ora da una postfazione di Andrea Tagliapietra. La coincidenza editoriale merita attenzione: Venanzoni indaga la persistenza della magia nel cuore della razionalità tecnologica; Blumenberg mostra perché il mito non possa essere confinato nel passato remoto della ragione. I due libri sono certo lontanissimi per tono e metodo, ma contribuiscono a gettare un po’ di luce su alcuni sommovimenti tellurici di cui siamo spesso inconsapevoli protagonisti.
Il lavoro di Blumenberg, ridotto al suo scheletro, è un invito a lasciarci alle spalle due tentazioni uguali e contrarie: la concezione illuminista che celebra il passaggio dal “mito al logos” e l’esaltazione romantica che identifica nell’apparato mitologico il bagliore di una rivelazione originaria. Non c’è alcuna marcia trionfale di liberazione, né la possibilità di toccare con mano il riverbero degli inizi. Il mito esiste soltanto nelle sue trasformazioni: ha già in sé un proprio logos, ossia un insieme di discorsi e racconti che consente all’uomo di affrontare la presenza soverchiante del mondo per imporgli un significato e una direzione (Blumenberg parla in proposito di Bedeutsamkeit, traducibile con significatività). Il mito, in sostanza, depotenzia l’incontro con l’ignoto e lo rende, a un tempo, oggetto di narrazione. Attraverso il mito, mettiamo in campo una tecnica culturale di distanziamento: il terrore anonimo e indifferente assume un volto e una funzione, entrando così a far parte di una storia condivisa.
Questa pratica di istituzione del senso, tuttavia, non va declinata semplicemente al passato. Secondo Blumenberg, ogni esercizio di razionalizzazione produce i propri miti: ha bisogno cioè di una scena d’origine, di figure esemplari, di immagini che consentano di ordinare retrospettivamente ciò che è stato in vista del futuro. La domanda potrebbe sorgere spontanea: “Bene, ma dove sta il problema?”. Il problema si pone non appena questo movimento di autogiustificazione rifiuta di guardarsi allo specchio. L’autoritratto della ragione adulta viene ritoccato ex post, sospingendo fuori dalla cornice tutti gli elementi giudicati imbarazzanti. Il racconto fa piazza pulita della propria genesi e assume il monopolio della narrazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da una parte, ma molto lontano da dove ci troviamo, intravediamo le potenze oscure, le paure infondate e senza nome dei nostri antenati; dall’altra, contempliamo il placido esercizio di una ragione autonoma, finalmente in grado di camminare sulle proprie gambe. Questa ricostruzione ci rincuora, perché colloca l’irrazionale alle nostre spalle, permettendoci di osservarlo con la condiscendenza che riserviamo alle superstizioni altrui.
Il libro di Venanzoni raccoglie le tracce contemporanee di questa macchinazione narrativa, spaziando da John Dee ad Aleister Crowley, dalla cultura hacker al cyberpunk, dalla nascita di Internet al Burning Man, dal transumanesimo al Basilisco di Roko. È un itinerario volutamente affollato e dispersivo. La direzione, tuttavia, resta chiara: il mondo digitale non ha relegato il pensiero magico in qualche scantinato della storia; al contrario, ne ha assorbito immagini, ambizioni e posture. Eravamo convinti di esserci liberati della magia, delle sue parole d’ordine e dei suoi riti, ma abbiamo finito in realtà per «introiettarne e metabolizzarne in pieno i dispositivi culturali» (p. 62).
Le parole conservano spesso una memoria più lunga delle nostre intenzioni. Ci troviamo infatti a parlare di “maghi del computer”, di “visionari” e “guru” dell’informazione. Dietro la superficie del lessico, c’è però un intero universo simbolico da scandagliare. L’aumento esponenziale della complessità tecnologica ha scavato un solco tra gli effetti prodotti e la possibilità di comprenderne il funzionamento, ed è esattamente in questo scarto che il pensiero magico torna a prosperare. La Silicon Valley rappresenta oggi la forma più compiuta dell’alleanza tra tecnologia, politica e magia. Per Venanzoni, ogni impero ha costruito il proprio immaginario intrecciando questi tre elementi, e quello digitale non fa eccezione, proponendosi di ridefinire in un colpo solo il mondo umano e l’uomo stesso.
Nel nostro quotidiano, questa gigantesca ambizione assume la forma meno solenne di un governo dei desideri. Pensiamo ai pop-up: queste finestre costruite su misura ci inducono a desiderare qualcosa che, fino a un istante prima, non sapevamo neppure di volere. La piattaforma, registrando il nostro comportamento, ci offre in anticipo una possibile espressione della nostra volontà. È un sortilegio tutto contemporaneo, che incide sulla nostra stessa identità. Il doppio che ci rappresenta nel mondo digitale finisce così per precederci. Il paradosso è che il nostro avatar, nato per rappresentarci, acquisisce un privilegio ontologico: può essere aggiornato e scomposto in dati e informazioni, ed è dunque più leggibile e misurabile dell’essere umano in carne e ossa.

Ho parlato di carne e di ossa, e non a caso, perché tutto ciò che resiste a questa traduzione digitale – il corpo, la malattia, la senescenza, la morte – diviene un residuo opaco, un inconveniente, un difetto da sanare. Ecco spiegata allora la fortuna del transumanesimo, l’ideologia ufficiale – o la religione? – dei nuovi maghi che popolano la Valle californiana del silicio. Venanzoni legge le «bizzarrie antropologiche» dei magnati hi-tech – le trasfusioni di sangue, il potenziamento delle capacità cognitive, il tentativo di sottrarsi titanicamente allo scorrere inesorabile del tempo – come manifestazioni di una «frenesia escatologica» (p. 151).
La lunga marcia verso la tanto agognata singolarità trasforma infatti la questione della morte, limite ultimo e costitutivo dell’essere umano, in un problema in attesa di risoluzione, sul quale investire capitali, ricerca e capacità di calcolo. Se la magia è la capacità di intervenire sulla realtà per plasmarla, la tecno-gnosi della Silicon Valley non è altro che una delle sue ultime e più efficaci espressioni. La vera differenza è che la volontà di questo «gnosticismo di silicio» (p. 183), alimentata da un odio violento nei confronti della biologia e dalla convinzione che la morte sia un intoppo temporaneo in attesa di essere sanato, è infinitamente più potente. È più potente, certo, ma conserva una radice teologica piuttosto tradizionale, con una sola, notevole eccezione: non promette la resurrezione finale della carne, ma si impegna a eradicarla dal nostro immaginario.
Venanzoni insiste sul titanismo prometeico e tecno-faustiano della Silicon Valley. A tal proposito, nella lettura che Blumenberg offre del Prometeo incatenato di Eschilo, il Titano si oppone al progetto di Zeus di annientare gli uomini e dona loro il fuoco, le arti e quelle «cieche speranze» che rendono sopportabile l’attesa della morte. Prometeo non elimina la debolezza della condizione umana: la soccorre e insieme la preserva. Il prometeismo transumanista riconosce, sì, la fragilità dell’uomo, ma ne ricava un compito di segno opposto: occorre lavorare sui suoi limiti fino a trasfigurarlo, rendendolo irriconoscibile. I nuovi titani hi-tech, anziché difendere l’essenza più propria dell’umanità, predispongono le condizioni tecniche per sostituirla. Il Prometeo tecno-gnostico, in sostanza, si propone di liberarci da tutto ciò che ci rende umani. Si presenta come il ribelle pronto a sfidare gli dèi, ma finisce per parlare la lingua di Zeus.
La posta in gioco diventa apertamente politica in Discordian. Donald Trump e l’età del Caos, l’ampia sezione aggiunta all’edizione del 2025. Qui Venanzoni segue l’ingresso della visione accelerazionista nelle strutture di governo americane: l’efficienza viene invocata come una forza elementare, i limiti istituzionali sono trattati alla stregua di fastidiosi attriti e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale assume i contorni di una sfida esistenziale. La promessa di questo mondo nuovo richiede una casta sacerdotale capace di amministrarne l’avvento: l’esperto, lo scienziato e il magnate assurgono così «al ruolo demiurgico di pazzi di Dio» e ne diventano i «portavoce e profeti» (p. 304). Si tratta però di profeti tutt’altro che disarmati: chi annuncia il futuro possiede al tempo stesso i capitali, le infrastrutture e l’accesso al potere necessari per realizzarlo. In tal modo, la profezia predispone le condizioni della propria verifica. È questo l’elemento propriamente magico del discorso: al pari di una formula efficace, la parola interviene sul mondo e contribuisce a far esistere ciò che nomina.
Nel raccontare questo immaginario, Venanzoni ne asseconda la malia fino al punto in cui l’oggetto sembra contagiare la forma. Più insegue la magia nelle sue metamorfosi digitali, più la scrittura ne assorbe il gusto per le connessioni, le corrispondenze e le parentele sotterranee. Da qui il tono febbrile di Il trono oscuro, il suo accumulo di abissi, demoni e divinità di silicio. È insieme il rischio e il fascino del libro: a tratti sembra infatti osservare il proprio oggetto da dentro lo stesso incantesimo.
Questa proliferazione di rimandi converge tuttavia su un punto specifico: la massima razionalizzazione non dissolve riti magici e promesse escatologiche, ma conferisce loro una forma tecnica e una potenza politica inedita. Produce algoritmi oracolari, tecnologie salvifiche, fondatori prometeici e profeti capaci di parlare in nome del futuro prossimo. La magia, pertanto, non riaffiora perché la razionalizzazione ha fallito; è il processo stesso di razionalizzazione ad assumere un carattere magico, non appena attribuisce ai suoi dispositivi la capacità di prevedere e di trasformare il reale, piegandolo alla sola volontà di chi li controlla.
Blumenberg offre a questo punto un farmaco: «Può essere razionale non essere razionali fino all’estremo» (p. 187), soprattutto quando la ragione si abbandona all’«euforia della fondazione» (p. 188), ossia alla pretesa di ricominciare da zero, disconoscendo ogni eredità in nome di una supposta autonomia e trattando ogni vincolo, sociale o biologico, come un impedimento da rimuovere. Rinunciare a quell’euforia significa riconoscere che la ragione vive di zone d’ombra – opera a partire da eredità che non ha scelto, fa i conti con limiti che non ha istituito e produce conseguenze che non può calcolare e governare fino in fondo. Riconoscere questo scarto significa mantenere distinti due piani: ciò che un modello anticipa e ciò che una società decide. Quando i due ordini si sovrappongono, fin quasi a confondersi, il modello diventa un’ipoteca sul futuro. La magia può allora fare a meno degli incantesimi: le basta governare con la voce impersonale della tecnica.