Sontag e Berger ping-pong

20 Ottobre 2026

Aspen, Colorado, giugno 1974. Alla ventiquattresima Conferenza internazionale di design arrivano artisti e intellettuali da tutto il mondo. Il tema dell’anno è Between Self & System, una formula che sembra mettere l’accento sul rapporto fra esperienza individuale e forme organizzate della società. Fra i partecipanti ci sono Bobby Seale, cofondatore delle Black Panthers, lo scrittore nigeriano Wole Soyinka, l’architetto Giancarlo De Carlo, il designer Milton Glaser, il fotografo Cornell Capa. E poi loro, John Berger e Susan Sontag. Non si sono mai incontrati prima.
Berger deve presentare alla conferenza due estratti da Ways of Seeing, la serie di puntate realizzate due anni prima per la BBC, poi diventata un libro: una critica del vedere come atto non innocente, attraversato dalla storia, dal potere e dalle forme di circolazione delle immagini. 

Sontag è attesa invece l’indomani col suo intervento su Promised Lands, il documentario girato in Israele negli ultimi giorni della guerra dello Yom Kippur. Nello stesso periodo sta elaborando i saggi che confluiranno in On Photography, sul potere delle immagini di scuotere la coscienza e sul rischio dell’assuefazione che possono produrre. Berger e Sontag arrivano dunque ad Aspen, nel cuore delle Montagne Rocciose, da strade diverse ma attraversati da domande simili.
Quella sera, però, accade qualcosa di inatteso. Durante la presentazione della mostra Concerned Photographer 2, curata da Cornell Capa, vengono proiettate immagini di povertà estrema e di guerra. Sullo schermo scorrono le fotografie di Don McCullin. Biafra, Vietnam, Cipro: una violenza succede a un’altra, un corpo a un altro corpo. La voce fuori campo del fotografo accompagna le diapositive. Un soldato nero americano è colto nell’atto di lanciare una bomba, ed ecco McCullin raccontare come, poco dopo, quel soldato bellissimo (così lo definisce) verrà colpito da una granata.
La proiezione è concepita per accrescere la consapevolezza di chi guarda, ma Berger e Sontag ne sono, al contrario, profondamente disturbati. Nasce un’accesa discussione che continua anche fuori dalla sala e che, la mattina successiva, produce un gesto fortissimo: la decisione di interrompere il programma del convegno. Sontag sale sul palco e annuncia il cambio dell’ordine del giorno. Lei e Berger pensano che ci sia qualcosa di molto più urgente da discutere degli interventi che avevano previsto. «John Berger e io, conversando ieri e oggi, abbiamo scoperto di avere in comune un’ampia area di preoccupazioni e di interessi». Hanno deciso di condividere il tempo che ognuno dei due ha a disposizione per aprire una conversazione pubblica che comincerà al mattino, al posto dell’intervento di Sontag, e proseguirà il pomeriggio, nello spazio dell’incontro già previsto per Berger. 


Più di cinquant’anni dopo un libro breve ma denso, da poco pubblicato dal Saggiatore, a cura di Benoît Bourreau e nella traduzione di Maria Nadotti, ci consente di leggere integralmente il primo dei due dialoghi, quello avvenuto la mattina. Il titolo del libro è Raccontare una storia e gli autori, coloro che ci parlano da quelle pagine, sono Susan Sontag e John Berger. Anzi, coloro che si parlano in quelle pagine, potremmo dire, perché il libro in realtà mette in scena il dialogo di un’intera vita. Bourreau lo allestisce in tre parti, o meglio in tre atti distinti, a cui impone un’inversione temporale molto teatrale, che ci costringe a prendere coscienza degli effetti prima della causa. Anzitutto siamo spettatori di un programma televisivo a cui partecipano i due autori. È il 1983, Berger ha invitato Sontag a prender parte a una puntata della trasmissione britannica Voices. I due in quel momento hanno alle spalle quasi dieci anni di incontri, discussioni e scambi di lettere, di cui la seconda parte del libro ci mette a parte, con materiali d’archivio dalla loro corrispondenza. Mandami qualcosa, si intitola la breve raccolta di messaggi che fa da cuscinetto, potremmo dire, alle due discussioni incandescenti poste in apertura e chiusura di volume. La prima lettera a Sontag data novembre 1974; l’ultima è del 1998, ed è scritta a macchina: la firma Beverly, moglie di Berger, «con tutto l’affetto di John». Per questi ventiquattro anni i due si interrogano, si sollecitano, si incalzano con grazia fanciullesca, con grande devozione e un senso profondo dell’altro: «Per favore, mandami delle cose. E, per favore, chiedimi quando hai bisogno di qualcosa che io possa donarti. Non importa cosa». Parlano di tutto quel che conta per loro: fotografia, Benjamin, arte, letteratura. Spesso, anche, dissentono: «Ti seguo ma non riesco a capire fino in fondo». Oppure: «Siamo molto diversi, ma veniamo dallo stesso luogo». Se fosse un luogo fisico, questo luogo sarebbe forse Aspen, là dove il libro ci condurrà alla fine, restituendoci la scena originaria: quel primo incontro in cui, a causa di un “incidente”, Berger e Sontag scoprono di avere tutto da dirsi.
La scelta compositiva di Bourreau amplifica la natura viva e performativa dei materiali raccolti. Ed è proprio la voce, forse, la cosa più preziosa di questo piccolo volume: una doppia voce che sembra davvero di udire, anche grazie all’esperta traduzione di Maria Nadotti (che di Berger è stata grande amica), capace di conservare intatta la qualità del parlato: esitazioni, riprese, deviazioni, ripensamenti, interruzioni reciproche, frasi pronunciate mentre ancora si svolge il pensiero. Non abbiamo mai l’impressione di una trascrizione, bensì di assistere al dipanarsi vivo di un ragionamento, qualcosa che accade direttamente sotto i nostri occhi o, meglio ancora, dentro il nostro orecchio.

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Ad Aspen questa speciale qualità parlata si manifesta con grande evidenza, forse perché Berger e Sontag, spinti dalla foga del disappunto, non espongono teorie definite e non sembrano sapere in anticipo dove arriveranno: procedono per tentativi, si interrompono, si correggono. Il disagio si manifesta fin dalle perplessità sul titolo del convegno, Between Self & System. Sontag contesta il carattere meccanicistico della diade («Sé e Sistema») e contropropone due termini più larghi, «Individuo e Società» (o «Comunità»). Si arriva per gradi a una formulazione sempre più aperta, suggerita da Berger e subito accolta da Sontag: «Persona e Mondo». Ma il malessere riguarda più in generale l’intera esperienza del convegno, la sensazione di trovarsi dentro una sorta di «collage» in cui interventi, immagini e discorsi si accostano senza che sia possibile stabilire relazioni significative tra le cose. È come se la conferenza riproducesse quella frammentazione dell’esperienza che entrambi avvertono come il principale limite nel discorso sulle immagini. La proiezione, con la sua successione di scene violente e sofferenza, ha trasformato eventi storici specifici nella rappresentazione indistinta della crudeltà umana: private delle circostanze che le hanno generate, le immagini diventano oggetti intercambiabili. Berger parla di «un doppio isolamento»: prima la fotografia estrae un momento di dolore dalla continuità di una vita, poi lo separa dal corso degli eventi, lasciando lo spettatore davanti a una sofferenza che riconosce come intollerabile, senza però riuscire a immaginare un possibile intervento. Berger avanza allora una proposta paradossale: proiettare una sola fotografia sullo schermo per dieci interi minuti, interrompendo la successione delle immagini, per permettere allo sguardo di ricostruire nel tempo quelle relazioni che l’inquadratura ha reciso. La questione, quanto mai attuale, non è dunque soltanto cosa le immagini ci mostrino, ma quanto spazio e quanto tempo ci venga concesso per posizionarci e assumerci la responsabilità del nostro sguardo.


Nove anni dopo, nel 1983, Berger e Sontag tornano appunto a incontrarsi in pubblico, sempre in forma dialogica, davanti alle telecamere di Voices, il già citato programma d’approfondimento culturale della televisione britannica. Il tema è apparentemente diverso, non si parla più di immagini ma di storie, dei modi del raccontare, del rapporto tra esperienza, memoria e invenzione; gli interrogativi, però, sembrano gli stessi. Come sottrarre un’esperienza all’indifferenza e all’oblio? Come restituirne la complessità senza ridurla a una rappresentazione astratta o intercambiabile? E soprattutto: cosa rende possibile la trasmissione di un’esperienza da una persona a un’altra?
Questa volta Berger e Sontag non partono da una posizione comune: la conversazione si sviluppa, al contrario, attraverso un dissenso crescente, che investe la natura stessa del raccontare e assume, fin dal principio, una grammatica squisitamente teatrale. Non è un effetto di superficie, ma qualcosa che riguarda la presenza concreta dei corpi: è vero quel che dice Nadotti nella sua Nota di traduzione, i due «non stanno facendo spettacolo per nessuno, sono schiettamente interessati l’uno all’altra e alle reciproche esperienze e ragioni». Eppure i loro corpi parlanti, attoriali, giocano una parte fondamentale in questo tipo di confronto. Forse è proprio per questo che la traduttrice ci invita a recuperare la registrazione del dialogo, disponibile su YouTube, a guardarla e ascoltarla due volte, «prima e dopo aver letto questo libro».

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E dunque eccoli: Sontag e Berger, seduti uno di fronte all’altra. Tra loro c’è un piccolo tavolo rotondo di legno marrone, dietro alcuni tappeti kilim di un color rosso cupo. Berger è quasi sempre proteso verso Susan, i gomiti appoggiati sul tavolo, le sue mani volano, disegnano forme nell’aria. Sontag è più ferma, quasi arretrata, seria e concentrata, addirittura severa. Le mani sotto il mento, o di lato, sorreggono la testa. A volte obietta con un rapido sorriso. I due sono completamente assorbiti dalla reciproca relazione, ma sanno anche di essere guardati. Il loro sguardo si rivolge a noi spettatori soltanto in tre brevissimi momenti: per annunciare le due pause che separano le tre parti della trasmissione (prima lo fa Sontag, poi Berger) e, alla fine, per i saluti (Sontag). Sono stacchi che durano forse un secondo, massimo due: i due ruotano appena il capo e fanno scivolare in camera lo sguardo. È come se il sipario calasse all’improvviso, rendendo più leggibile la geometria della scena, che ha tre possibili lati, o prospettive, tre punti di vista, tre “modi di vedere” insomma: il nostro (la camera frontale riprende i due autori di profilo), la quasi-soggettiva di Berger (con la telecamera che riprende Sontag, in primo piano), infine quella di Susan (che ci permette di vedere Berger quasi come lo vede lei, come se ci trovassimo appena dietro la sua schiena). Ma cosa si dicono quei due, mentre li osserviamo osservarsi? Parlano di storie, lo abbiamo già detto, di quel che spinge gli uomini a raccontare. Che rapporto esiste tra la vita di chi racconta, le vite degli altri e la forma che una storia assume? Le loro posizioni iniziano da subito a contrapporsi, ma il dissenso non interrompe mai il flusso del pensiero, al contrario, sembra esserne il motore. Una storia, dice Berger, è una sorta di doppio «riparo», in primo luogo fisico, perché è come «una specie di casa»; in secondo luogo, funge da scudo contro l’oblio, è in grado di sottrarre le cose all’indifferenza. Per Berger le storie vengono dal mondo, per Sontag nascono dentro, sono interiori («Sento una frase», dice, «e sento una voce»). Ciò che più conta, per chi scrive romanzi, aggiunge, non è testimoniare un’esperienza, ma allargarne i confini. «Mi interessano le fantasie morali», afferma. «Persino la fantascienza morale». Le differenze tra i due, anche le più marcate, sono sempre articolate, complesse, mai manichee. Per Berger le storie sono in relazione con la verità, ma il narratore non è un puro testimone, un custode della memoria, o semplicemente il «segretario della morte», così lo chiama, perché racconta una vita solo quando diventa «leggibile», quando è giunta alla fine. Anche lui è convinto, a suo modo, che le storie dipendano dall’immaginazione, la stessa di cui parla Sontag: è proprio questo, l’immaginazione, che rende una vita comprensibile a un’altra. Su tutto aleggia lo spirito del più grande riferimento comune, Walter Benjamin, e la convinzione che il significato possa prender forma solo attraverso il linguaggio. L’impoverimento del linguaggio porta a una crisi d’immaginazione, a una crisi di coraggio, non la mancanza di libertà, la mancanza di scelte. «Non penso che abbiamo meno scelte oggi», dice Sontag. «Ma chi è il “noi” qui?», la provoca allora Berger, mettendo ancora una volta l’accento sulla comunità, sul “villaggio”, l’insieme polifonico di sguardi di cui noi stessi, spettatori del loro dialogo, finiamo per fare parte.

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Il tema del “noi”, dell’altro, della comunità, fa da specchio naturale a quello dell’oralità, che attraversa la conversazione fin dal principio e ne costituisce il tratto più distintivo e originale. Prima di interrogarsi sulle ragioni per cui si scrivono storie, Berger e Sontag si chiedono perché gli esseri umani abbiano cominciato a raccontare, quale rapporto esista tra il racconto orale, l’esperienza condivisa e la nascita della letteratura. È una questione che attraversa tutto il Novecento: da Walter Benjamin a Michail Bachtin, da Walter J. Ong a Ian Watt e, se volessimo arrivare fino a oggi, a un autore vivente, verrebbe subito in mente John M. Coetzee che, in una delle conferenze di Elizabeth Costello, mette in scena, anche lui, un dialogo tra due autori, questa volta immaginari, che si pongono domande sul futuro del romanzo e sull’oralità sorprendentemente simili a quelle di Sontag e Berger. Costello è una scrittrice che viaggia per il mondo tenendo conferenze sui suoi libri che diventano però, in un modo o nell’altro, sempre accesi dibattiti filosofici. In una di queste conferenze Costello, alter ego esplicito di Coetzee, si confronta con il collega nigeriano Emmanuel Egudu, uno scrittore che si dichiara, non senza qualche ambiguità esibizionistica, interprete di una tradizione orale di tipo ancestrale e professa la sua fede in un’arte del racconto che non abita la pagina silenziosa ma è prima di tutto corpo, voce e presenza. Anche qui (dove la controversia sull’oralità assume a poco a poco ben altri connotati, attraversata com’è dalle questioni dell’esotismo e dell’identità postcoloniale) significativamente il dialogo tra i due autori si inceppa sulla questione del “noi”: anzi, è la rivendicazione insistita del “noi” che fa impennare la discussione. «Noi, noi, noi, pensa Costello. Non ha mai amato il noi col suo esclusivismo. Una speciale identità, un fato speciale…». E proprio sul “noi” Berger si interroga e interroga provocatorio Sontag alla fine del dialogo. Un semplice pronome che può fondare un’intera idea di letteratura, sperabilmente lontana dagli accademismi e dai narcisismi, ma può anche a volte stabilire chi ne resta escluso. Eppure è proprio da qui, da quel “noi”, che si apre il varco più emozionante del discorso. È sul lato lungo della stanza, il taglio che riprende i due autori di profilo, che chiunque assiste al dialogo si ritrova collocato. Assistere a quel dialogo (e rileggerlo) è cioè per noi partecipare fisicamente, lato pubblico, a quella performance, la partita a ping-pong metaforica evocata da Bourreau nel suo Epilogo al libro. Sontag e Berger facevano spesso partite di ping-pong, gioco di cui Berger era appassionato. In qualche modo, dice il curatore, sembrano giocare anche qui, col loro scambio serrato di traiettorie imprevedibili in un dialogo fatto di continue sorprese. E forse è davvero questa la loro più grande indicazione, il vero antidoto all’assuefazione, alla semplificazione, alla tentazione autoreferenziale: restare sempre nel dialogo, là dove ogni parola è destinata a rimbalzare da una sponda all'altra del pensiero, ancora e ancora. Lo suggerisce bene Sontag, un istante prima della fine: «John, continueremo a parlarne per molti anni, ne sono sicura, ma ora, ahimé, dobbiamo fermarci».

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