Un'anima straripante. Marilyn, 100 anni dopo
Non era previsto che Norma Jeane sopravvivesse. Infinite volte la sorte sembrava prodigarsi per piegarla e metterla a tacere, fin dalla più tenera età. Già a 3 anni la nonna mentalmente instabile aveva tentato di soffocarla; sono note oggi le vicende della sua infanzia travagliata, figlia di un padre sconosciuto e una madre psicologicamente logorata dalle progressive ristrettezze economiche fino alla reclusione in manicomio. L’orfanotrofio, la povertà, l’emarginazione, le molestie, il dato netto di una trascuratezza affettiva da cui è scaturito quel vuoto di senso che Norma tentò di colmare nel più peculiare dei modi. Poiché Norma Jeane è in effetti sopravvissuta, è divenuta Marilyn Monroe, una delle più grandi celebrità del secolo scorso e molto di più ancora; questo malgrado la depressione, gli uomini sbagliati, la crudeltà impietosa di Hollywood, i tentati suicidi e tutto ciò che di solito viene citato quando si parla della sua vita breve e sfortunata. Ma la sopravvivenza di Marilyn è sempre stata un fatto molto ben più complesso della bella favola della vittima salvata dal dono inaspettato di una bellezza rara e commovente – una luminosa incarnazione giunta sui nostri schermi e troppo presto perduta da un mondo stupido e arido. Qualche anno fa ci fu persino un film potenzialmente perfetto, Blonde, che si accartocciò miseramente sotto il peso del senso di colpa verso quest’eterea fanciulla sospirante in lacrime, incompresa da tutti. Ma un sopravvissuto non è una vittima almeno non necessariamente per sempre. Sarebbe veramente un peccato non celebrare un’altra Marilyn, colei che si plasmò in gran parte da sola sia come persona che come star, facendo del suo meglio con quel poco che la fortuna le concesse; e no, la bellezza da sola non bastò.
“Le mie illusioni non avevano nulla a che fare con l’essere una brava attrice. Sapevo quanto fossi scarsa. Potevo sentire la mia mancanza di talento come se fosse un abito scadente che indossavo dentro, Ma, mio Dio, quanto volevo imparare! Cambiare, migliorare! Non volevo nient’altro. Non gli uomini, non il denaro, né l’amore, solo saper recitare. Con i riflettori e la camera puntati su di me all’improvviso seppi chi ero. Quanto ero goffa, vuota, ignorante! Un’orfana imbronciata con la testa vuota. Ma volevo cambiare. Stavo in silenzio e osservavo. Gli uomini mi sorridevano e provavano a incrociare il mio sguardo (…) non ricambiavo i loro sorrisi. Ero troppo occupata con la mia disperazione. Avevo un nuovo nome, Marilyn Monroe. Dovevo nascere. E questa volta meglio di quella precedente” (Marilyn Monroe, La mia storia, traduzione di Andrea Mecacci, Donzelli Editore 2010).

Qualche anno fa, implicita risposta al melodramma raccontato da Blonde, uscì la docu-serie Reframed: Marilyn Monroe che proponeva un’alternativa alla trita narrativa bidimensionale con cui è sempre stato facile trattare la sua vicenda. Una storia, la sua, dove l’istinto di sopravvivenza si concretizzò in un duplice percorso professionale e spirituale che finì per coincidere con l’urgenza di recitare quale tentativo quotidiano di esistere ed essere riconosciuta nel mondo. E d’altra parte, quale esito ci si poteva aspettare da un bisogno psicologico così estremo di possedere un’identità, se non lo sfruttamento della straordinaria bellezza avuta in sorte? Così, pur fragile, pur sposata, la giovanissima Norma Jeane tenne testa alla propria insicurezza e al proprio vuoto; dribblando talune volte con grazia, altre con amarezza le male parole e occhi e mani impietose, iniziò a trattare come meglio poteva il proprio analfabetismo lavorativo ed esistenziale. Il primo passo fu divenire immagine, un tutt’uno con le linee degli abiti, dello sfondo, della luce che si poggiava sulla sua pelle. Gli aneddoti sui suoi inizi come modella descrivono una ragazza insicura ma volenterosa oltre ogni aspettativa, pronta ad adoperare la sua intelligenza acerba e vorace per abitare col proprio corpo lo spazio nel migliore dei modi:
“Ripensando ai tempi in cui Norma Jeane era agli inizi della carriera, Emmeline Snively (la proprietaria della prima agenzia di modelle che ingaggiò Marilyn, N.d.R.) commentò: ‘Era la più accanita lavoratrice con cui abbia avuto a che fare. Mai che saltasse una lezione. Aveva fiducia in se stessa, e faceva una cosa che non ho mai visto fare ad altre modelle: studiava ogni immagine che un fotografo le scattava. Voglio dire che se le portava a casa e le esaminava per ore. Quindi tornava e chiedeva al fotografo: Cosa ho fatto di sbagliato in questa? Oppure: Come mai questa è venuta meglio? I fotografi glielo dicevano, e lei non ripeteva mai un errore.” (Donald H. Wolfe, Marilyn Monroe. Storia di un omicidio, traduzione di Francesco Saba Sardi, Sperling & Kupfer Editori 1999.)

Come se apparire fosse fin da allora non un obiettivo egoriferito quanto il pretesto per iniziare a fare: diventare famosa prima per sfuggire alla povertà e all’esclusione, poi per mettere il mondo stesso nella posizione di permetterle di crearsi persona e attrice. Dunque non solo abilissima manipolatrice dei media, dei giornalisti e delle aspettative del pubblico – si veda l’astuta manovra con cui riuscì a ribaltare lo scandalo delle foto nude per il suo celeberrimo calendario su velluto rosso facendosi amare e conoscere ancora di più dalle persone – ma anche allieva umile e tenace. Lavoro su lavoro, studio su studio, le prime vere lezioni di recitazione con Natasha Lystess. Da lì il passaggio all’Actors Studio di New York fu breve e lo stesso direttore Lee Strasberg l’adottò spiritualmente, spingendola a intraprendere una terapia psicoanalitica per meglio capire il senso delle proprie emozioni.
Marilyn avrebbe potuto frenarsi, vivere di rendita, di fama e della propria bellezza sovrannaturale, dei pettegolezzi sui giornali e dei ruoli da stellina sexy ciclicamente offerti. Ma andò avanti come poteva, a tentoni, cercando nel lavoro quel senso di sé che indagava anche nella vita privata. C’è una grammatica del gesto che può tramutarsi in una grammatica del pensiero: la modella che aveva appreso a muovere il corpo entro traiettorie di fascino millenario decise di imparare a usarlo in maniera diversa e con profondo sforzo – faticava a mantenere costante sul set la connessione col proprio personaggio e ogni volta che lo perdeva doveva interrompere le riprese per tornare a concentrarsi. Per far scaturire lo spirito dei personaggi doveva guardare innanzitutto dentro il proprio, capirsi per poter comprendere le altre persone che avrebbe potuto essere sul grande schermo.
Fu una lotta contro tutti, nel lavoro come nella vita personale, e portò grandi vittorie e aspri fallimenti. Ma di quella lotta è rimasto inalterato un movimento, un impulso vitale che dice Io esisto. In fondo qual è il tratto più straordinario di tutta la sua vicenda, cosa è sopravvissuto fino ad oggi, a cento anni dalla sua nascita, di lei, del suo nome, del suo volto? Che tutti noi possiamo concordare sul fatto che questa persona possedesse un’anima. Dato trascurabile e scontato, almeno finché non si immagina la propria anima invisibile se non calpestata. E lo sappiamo non dalle fotografie private, dagli scatti intimi, dal volto struccato; basta tuttora guardare il suo sorriso sapiente in posa, i suoi occhi cosparsi di trucco, la candida voce modulata, e sapere che sotto tutta quella costruzione, quell’artificio, quel teatro, respira prepotente e ostinata un’anima straripante.
In copertina: Marilyn Monroe in un fotogramma di A qualcuno piace caldo (1959).