Beatles dall’aldilà

8 Dicembre 2023

Al primo ascolto di Now and Then, nuovo singolo dei Beatles, migliaia di fan hanno drizzato le orecchie smarriti: che fine ha fatto il bridge della canzone del demo originale, quel malinconico verso I don’t wanna lose you (lose you and abuse you) probabilmente riferito alla moglie Yoko Ono? In rete le ipotesi relative alle possibili ragioni di questa esclusione sono svariate. Si va dalle motivazioni prettamente tecniche – la voce di Lennon in quella parte si faceva troppo imprecisa e confusa per lavorarci sopra – a morali – il termine “abuse” risulta fuori luogo in un progetto musicale che vuole essere tenero e conciliante. Quali che fossero le reali motivazioni dei due Beatles superstiti (Paul McCartney e Ringo Starr) l’epica del quartetto inglese è oramai talmente mitologica da prestarsi a ogni forma di interpretazione, anche la più ardita. Così non ci si sente troppo in difetto a immaginare perfino, in questo taglio musicale, uno spostamento inconscio, un vuoto da colmare con qualcos’altro. Come accade ogni volta che si sperimenta una perdita. 

La percezione del mito dei Beatles è mutata di decennio in decennio, e in particolare si è alterata per sempre dopo l’8 dicembre 1980, data del brutale omicidio di John Lennon. Da allora il trauma della scomparsa del compositore si è inscritto permanentemente nella storia del gruppo, sia a livello personale – perdita di un amico, di un padre e di un marito – sia a livello culturale come la fine definitiva della magia degli anni Sessanta. Una pesantissima pietra tombale veniva infatti posta sopra al grande sogno di una reunion musicale fino ad allora vagheggiata per tutti gli anni Settanta; e tuttora permane una struggente amarezza per tutto quello che il cantante avrebbe potuto ancora dare al mondo, in termini artistici e no. 

La morte di John Lennon, in quanto prematura, assurda e violenta, ha prodotto una ferita impossibile da rimarginare proprio perché ciò che si è perduto non può mai più tornare. C’è qualcosa di profondamente triste nella consapevolezza che anche prima di allora per il gruppo il trauma era stato un elemento dolorosamente creativo, sempre pronto a emergere tra le righe e le note. In età adolescente John e Paul erano già orfani di madre: la prima scomparsa per un incidente stradale, la seconda per un tumore – il medesimo che decenni dopo avrebbe, con un gioco crudele del destino, strappato via a McCartney anche l’amatissima prima moglie Linda.  Entrambe queste due figure materne sono riemerse nella musica dei Beatles come ombre dolci e struggenti: la “Mother Mary” di Let It Be e l’“Ocean Child” di Julia. 

Nel 1995, a quindici anni dalla morte di Lennon, i Beatles superstiti iniziarono una nuova fase artistica del tutto inedita e probabilmente molto più necessaria di quello che i cinici potessero supporre. Emerse l’idea di una sorta di impossibile ritorno, che proprio per il suo mix di straordinaria volontà e sostanziale impraticabilità toccava nei fan un tasto emozionale potentissimo. Se Lennon, infatti, non poteva mai più tornare in studio a cantare con i suoi compagni, era possibile però evocarlo come uno spirito, fino a palesarlo in forma di pura voce immateriale. 

Dalle cassette di demo gentilmente offerte da Yoko Ono sorse il primo esperimento, Free as a bird, capostipite del progetto Anthology. Intorno alla voce distante di Lennon Paul George e Ringo costruirono una vera e propria canzone nuova aggiungendo strumenti, testi e voci. Non è un caso che l’omonimo videoclip avesse la suggestione di un viaggio onirico pieno di simboli; solo in sogno è possibile ritornare a ciò che è stato perduto. In un certo senso Anthology fu il modo per offrire ai fan un luogo immaginifico dove poter continuare a gioire per l’uscita di un nuovo singolo dei Beatles.

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A quasi trent’anni dall’esordio del progetto Anthology, e pur con l’avvenuta morte di George Harrison nel 2001, il fascino di questo impossibile ritorno rimaneva ancora così potente da non poter resistere alla tentazione di affidarsi alle nuove tecnologie per tentarlo ancora una volta. Già nel 2021 il progetto Get Back di Peter Jackson concretizzava questo inesauribile desiderio di tornare ai Beatles con un effetto doppio, suadente e magnetico. Si offrivano al pubblico immagini nuove, mai viste – prese dalle 60 ore di girato per il film originale Let It Be del 1970 – e le si proponeva così ben curate e nitide da dare la sensazione ammaliante di un presente inedito mai divenuto passato, ancora vivo davanti ai nostri occhi. 

Oggi, grazie agli algoritmi del computer, diventa possibile lavorare su una cassetta registrata più di quarant’anni fa e isolare la voce di Lennon, fino ad allora inseparabile dal piano, per udirla nella sua straordinaria pienezza. Come se non fosse mai andato via. Il video omonimo di Now and Then attesta questa definitiva convergenza di ieri e oggi in un passato tuttora presente dove le immagini di John e dei Beatles più giovani si inseriscono nella medesima inquadratura in maniera del tutto verosimile con i Beatles ottantenni di adesso.  Malgrado tutto, sono ancora insieme.

È possibile pertanto ipotizzare che forse l’intelligenza artificiale ora gli esordi, tanto affascinante quanto spaventosa per le sue infinite applicazioni, finirà per trovare il suo centro di attenzione più potente proprio nella produzione di questa forma di “passato presente” a uso e consumo dell’umanità. Ciò che è stato, l’attimo perduto, il trauma che esige sollievo; sono tutti fattori più forti della facoltà di immaginare qualcosa che ancora non esiste. Un’ottima suggestione al riguardo è ad esempio il nuovo film di Bertrand Bonello, La bête, che inventa un futuro dove l’intelligenza artificiale propone agli individui un ritorno nei propri ricordi come forma di purificazione di sé atta a renderli cittadini funzionali della società. Torna alla mente anche il Solaris di Tarkovskij (tratto dal romanzo di Stanislas Lew) in cui un pianeta alieno riproduce per i suoi ospiti le persone perdute apparse nei loro sogni; e già ora, scorrendo i social, iniziano ad apparire le prime immagini di celebrità del passato totalmente riprodotte ex novo digitalmente. Tra gli altri, un’inedita Marilyn Monroe già recente protagonista di una ossessiva riproduzione mimetica nel controverso Blonde (vedi il mio articolo qui). Forse la verità è che non è possibile chiudere mai davvero con ciò che è stato, accettare definitivamente la perdita: I don’t wanna lose you/use you and abuse you...

A questo punto non rimangono che suggestioni letterarie, audacissimi voli di fantasia: forse l’umanità si ubriacherà del passato, ne farà una droga, come le cartucce di ricordi spacciate illegalmente in Strange Days (Kathryn Bigelow, 1995) o i ricordi fittizi dei replicanti di Blade Runner. Forse dopo questa sbornia collettiva sorgeranno nuovi individui finalmente affamati di un futuro non più negletto e trascurato in nome della nostalgia; forse torneremo a sognare il domani con la stessa intensità con cui sogniamo il passato. Per quanto forse anche allora sarà impossibile, di tanto in tanto, non pensare che ciò che abbiamo perduto è, in effetti, tutto quello che ci è rimasto.

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