1848: rivoluzione meridionale

30 Giugno 2026

“Rivoluzione meridionale” è una formula che nella storia della cultura politica italiana ha avuto, al netto della sua fortuna, un testo generativo: è la monografia che Guido Dorso pubblica nel 1925 con Piero Gobetti editore (una recente edizione è stata riproposta nella Universale Economica Feltrinelli). La convinzione di Guido Dorso, come scrive a Tommaso Fiore nell’aprile del 1925, a poche settimane dall’uscita del suo libro, è che “il meridionalismo [sia] anzitutto una dottrina critica dello Stato storico e poi uno stato d’animo. Tutto è buono a crearlo: la storia, la letteratura, l’economia politica e la filosofia, come altresì la storia del costume e dei dialetti. L’interessante è che la cornice meridionalista, e se occorre anche cafona, non manchi mai”.

Dunque, “Meridione” e “rivoluzione” sono giunti a noi e proposti come inconciliabili. Spesso inquadrati in un tempo (la rivoluzione napoletana del 1799) accompagnato dalle immagini sanguinarie della sua repressione e dalla mesta riflessione che Vincenzo Cuoco, una volta intrapresa la via dell’esilio, consegna alle pagine del suo Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli.

Da questa immagine Salvatore Lupo nel suo Rivoluzione meridionale (1816-1926) propone di prendere le distanze. Un libro, il suo, sul cui solco Lupo si muove da tempo.

La sua convinzione è che ci siano letture ideologiche che originano lo sguardo sulla realtà meridionale nell’Italia repubblicana. In particolare, la lettura del Mezzogiorno come realtà semifeudale. Una lettura che arriva al tempo della Repubblica portandosi dietro un’immagine costruita e coltivata tra XIX secolo e primo quarto del XX.

“Non c’è dubbio – aveva scritto Lupo con Francesco Benigno nel 2003 aprendo un numero della rivista “Meridiana” dal titolo significativo “Mezzogiorno, un’idea” – che l’immagine assolutamente prevalente del Mezzogiorno era quella di una Vandea latifondista e agraria, schiacciata dalla forza di un retaggio culturale arcaico, refrattaria verso il moderno cui si avviava il resto del Paese, nostalgica del passato”.

Dunque preliminarmente per parlare correttamente di Mezzogiorno, bisogna decostruire, problematizzare e accantonare questa immagine.

Per farlo Lupo intraprende un viaggio nel Mezzogiorno, lungo il tempo che ha accompagnato il ritorno dei regnanti Borbone sul dissolto il Regno d’Italia napoleonico (1816) fino al compimento dell’Unità, al lungo sessantennio che immette dall’Italia della destra storica, e poi della sinistra storica, all’Italia liberale e al suo crollo con l’avvento del fascismo.

Un lungo secolo che Salvatore Lupo si incarica di ripercorrere con l’intento dichiarato di sfatare molti miti.

Il primo mito è che con il ritorno al potere nel 1815, una volta sconfitto e poi ucciso Gioacchino Murat (13 ottobre 1815), ciò che si restaura non è lo status quo ante. Il Regno delle due Sicilie, vuole essere cioè non la chiusura di una parentesi, ma un nuovo inizio rispetto al regno di Napoli precedente l’esito della rivoluzione napoletana del 1799. Il primo elemento è come rompere il divario tra una struttura latifondista e una dimensione di riforma agraria che punta, prima ancora che a una risistemazione delle proprietà o allo sviluppo di piccole proprietà, al riscatto da un centralismo burocratico fortemente rigido.

Questione che apre un divario spesso taciuto da chi si è occupato di Mezzogiorno tra XIX e XX secolo: l’esistenza di una contrapposizione politica, culturale e sociale tra Sicilia e terra ferma.

Su questa contrapposizione ereditata nel 1816, Salvatore Lupo insiste molto. E vi insiste perché il suo lavoro di ricostruzione (qui riprendendo una riflessione storiografica di Rosario Romeo nel suo Mezzogiorno e Sicilia nel Risorgimento) è volto a comprendere molti elementi di quel periodo che hanno una stretta relazione con il ruolo svolto dall’amministrazione inglese in Sicilia nel tempo del Regno di Sicilia (1806-1815).

Qui sta il secondo mito da dissolvere.

Un periodo che Lupo propone di considerare non solo in relazione a una tradizione costituzionalista che caratterizzò la Sicilia anche dopo (a differenza della terra ferma) ma soprattutto perché, scrive Lupo “determinò anche, sul medio periodo, un’integrazione economica dell’isola coi grandi mercati; [favorì] la penetrazione nell’isola di idee, giornali e modelli associativi (circoli, caffè), moderni.”[p. 71].

L’evento più clamorosamente evidente è rappresentato dal fatto che il moto del ’48 che attraversa tutta l’Europa continentale abbia il suo momento originario a Palermo, un tratto che va insieme alla rivendicazione della questione demaniale della distribuzione di terre.

Un tratto che poi esprimerà tutta la delusione nell’impresa dei Mille nell’estate 1860  – un nome è sufficiente: Bronte,  che accompagna a lungo le vicende del Mezzogiorno e dunque si propone come un meccanismo di verifica sia della richiesta dal basso di riscatto, sia dell’amministrazione dall’alto di assumere quel problema come essenziale. Un tratto che è parte di tutta la riflessione di Carlo Pisacane dal Saggio sulla rivoluzione al suo Testamento politico.

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Questo è aspetto importante del conflitto sociale, che si esprime soprattutto in Sicilia intorno ai moti per la distribuzione di terre che iniziano nella primavera 1860 e che anticipano l’arrivo dei Mille.

In questa vicenda trova origine il fenomeno successivo di una delusione dei siciliani, su cui Lupo insiste, proprio per evidenziare che quella lotta – che nei fatti di Bronte ha la sua scena canonica – non allude a un’anima antirisorgimentale, ma alla necessità di misurarsi “con una lunga storie di lotte della comunità contro l’infeudazione decisa nel 1799”.

Il che rinvia a due temi.

Il primo riguarda come, in periferia, in questo caso nel profondo Mezzogiorno, il mondo degli oppressi recepisce e traduce, nella storia della sua sofferenza subìta, il messaggio o l’opportunità della rivoluzione. [pp. 135-141]

Il secondo come noi dobbiamo lavorare ancora con impegno per dimetterci da un luogo comune sempre molto diffuso.

Qui sta il terzo mito da cui prendere le distanze.

Di nuovo è la scena di Bronte ad essere al centro. Una scena che in termini letterari è consegnata a noi nelle pagine del racconto Libertà  di Giovanni Verga, come la rivolta sanguinaria degli oppressi che giustamente devono essere eliminati.

Una ricostruzione complessivamente mistificata, come ha notato Leonardo Sciascia (il testo dal titolo Verga e la Libertà, è incluso in La corda pazza). Sciascia ha rilevato le molte omissioni di cui sarebbe stato colpevole Verga, e le ha giudicate come una “una mistificazione risorgimentale cui il Verga, monarchico e crispino, si sentiva tenuto”. Insomma Verga avrebbe scritto mettendosi tutto e solo dalla parte di quelli che nel romanzo sono chiamati cappelli o anche galantuomini, come suggerisce lo storico Mario Isnenghi allorché parla di “un fatto vero elaborato come sintomatico dalla fantasia agghiacciata del galantuomo che scrive interpretando e rilanciando le paure di altri galantuomini”.

Resta il fatto che questi sono un tema e un nodo che si ripropongono nello Stato italiano unitario. Una realtà, il Mezzogiorno, in cui la precedente divisione tra Sicilia e terra ferma, o tra Regno di Napoli e Sicilia, si ripresenta. La stessa questione, insiste Lupo, la ritroveremo in tutte le azioni e gli interventi repressivi di fronte alle insorgenze sociali (allora nel Sud il tema era il brigantaggio): “L’Italia detta liberale allorché deve reprimere, ricorre a una metodologia definibile come illiberale” [p.195].  Un tratto che non è solo caratteristico del Mezzogiorno italiano e che richiama una pratica diffusa non solo in Italia (nel corso del XIX secolo) del concorso tra forze dell’ordine e criminalità organizzata. Tema proposto anni fa dallo storico Francesco Benigno nel suo La mala setta.

Il tema – quarto mito da cui prendere le distanze – è allora come si compie il processo di inclusione che vede protagoniste anche le classi dirigenti meridionali.

Su questo Lupo insiste, vedendovi un nuovo protagonismo del mondo politico meridionale che, nel momento in cui si consuma il passaggio tra destra storica e sinistra storica, si connota proprio per questo aspetto: il fatto che un segmento rilevante e per certi aspetti dominante, nell’Italia unita, sia la classe politica meridionale.

Lupo sottolinea quel passaggio da una parte per non ridurlo solo all’avvento della pratica del trasformismo, dall’altra lo valorizza per gli elementi di innovazione che introduce: il varo della nuova legge elettorale nel 1882 con il diritto di voto non più legato al censo, ma a chiunque abbia ottenuto la licenza elementare statale; il ruolo di modernizzazione politica affrontato anche con il ricorso a strumenti d'intervento autoritari per realizzare obiettivi schiettamente liberali, come ha richiamato molti anni fa lo storico Raffaele Romanelli (si veda il suo Il comando impossibile).

Un processo che ancora attraversa il complesso dell’Italia crispina e poi liberale, e che caratterizza sia le classi politiche di governo, sia le opposizioni, a lungo interne al paradigma di pensare il Mezzogiorno d’Italia come luogo da «educare» e in cui con molta fatica i contadini acquistano una cittadinanza politica. Spesso a riflettere sulla condizione del Mezzogiorno sono esponenti della sinistra in conflitto con la propria storia di militanza. Uno per tutti ricorda Lupo: Arturo Labriola.

Ma soprattutto nel quindicennio giolittiano, scrive Lupo, non possiamo ridurre tutto alla politica repressiva o a riproporre la dizione di «ministro della malavita» che Salvemini conia nel 1910 per Giolitti. La questione, sostiene Lupo, è in che misura l’età giolittiana sia antimeridionale, se davvero la linea politica di governo da inizio secolo fino alla Prima guerra mondiale possa essere intesa come un abbandono del Mezzogiorno. I redditi crescono sia a Nord che a Sud. Ma soprattutto sono varate leggi speciali di intervento per Napoli (1904), per la Calabria (1906) e per la Sardegna (1907),.

Il risultato non mancò, sottolinea Lupo. Al censimento del 1911 – nell’anno in cui si celebrava il 50° del Regno d’Italia – Napoli risulta il quinto comune italiano per numero di imprese industriali, il terzo per occupati, il primo per forza motrice immessa nel processo produttivo [p. 314].

Quello scenario si ripropone dopo la guerra quando si tratta di fare i conti con il reducismo e con la sconfitta politica delle forze democratiche.

Al centro ancora una volta la domanda su che cosa fare nel Mezzogiorno, quale ipotesi perseguire, se lasciare che tutto si scomponga lavorando sul malcontento, o invece pensare una nuova politica che prenda atto della sconfitta di lungo periodo e ragioni su come ricostruire.

Quel percorso trova in solitudine tanto Giovanni Amendola dalla parte del fronte liberale, quanto Antonio Gramsci dalla parte della sinistra. Il primo si interrompe per l’uccisione dell’esponente liberal-democratico. Il secondo caso con un processo che inizia con il rientro da Mosca verso l’Italia nel novembre 1923 e che poi prosegue in solitudine con l’arresto (8 novembre 1926): ripensare la storia sociale, politica e culturale, di una realtà che va compresa e studiata nelle sue lunghe continuità, nelle sue trasformazioni, nei vizi e nelle debolezze. In breve che, nel tempo della costruzione e poi del trionfo della dittatura fascista, va assunta come una sfida «per dopo».

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TAGGED: Giuseppe Lupo