Fruttero & Lucentini: rentrée notturna
Non so quanti lettori della mia generazione leggano Fruttero & Lucentini, temo non molti. Quando alla fine del 2019 uscirono nei «Meridiani» Mondadori i due volumi delle Opere di bottega di F&L a cura di Domenico Scarpa, il loro maggior critico, si creò una finestra importante non solo per istituzionalizzare, ma anche per presentare l’opera di questo magnifico tandem a un pubblico nuovo. Ho la sensazione che il sopraggiungere della pandemia abbia influito sull’impatto di questa uscita editoriale, che raccoglie i titoli principali della produzione narrativa dei due autori, anche presso gli addetti ai lavori. Già allora alcuni recensori avevano manifestato la necessità di veder accolta nella selezione anche la migliore produzione giornalistica di F&L, come quella riunita nella trilogia del Cretino, insieme ai pezzi dedicati alla letteratura e alle arti. Alcuni anni dopo, grazie al lavoro di Scarpa e alla flessibilità della direzione dei Meridiani, l’auspicio di quei lettori che desideravano essere ulteriormente viziati con un terzo tomo delle Opere di bottega è stato esaudito con la riedizione aumentata dei Nottambuli.

Come spiegato nella Nota all’edizione, I nottambuli, uscito nel maggio 2002, è l’ultimo libro pubblicato da F&L quando entrambi gli autori erano ancora vivi. Scarpa racconta che, all’offerta di F&L di curare per Mondadori un’antologia dei tre volumi del Cretino, egli avesse proposto di realizzare contestualmente anche un secondo libro, che raccogliesse gli scritti letterari disseminati nella trilogia formata dalla Prevalenza del cretino (1985), dalla Manutenzione del sorriso (1988) e dal Ritorno del cretino (1992). E così, a distanza di un mese l’uno dall’altro, uscirono in aprile Il cretino in sintesi per Mondadori e in maggio, più in sordina, I nottambuli per Avagliano. Il secondo volume torna oggi in un elegante formato ibrido, ripensato da Scarpa sulla base di un nuovo progetto editoriale, che tiene conto delle nuove disponibilità di materiali d’archivio. I quarantasette pezzi che compongono la nuova edizione del libro si dispongono lungo il trentennio che va dal 1972, anno di uscita della Donna della domenica, al 2001, svariando dalla letteratura al cinema, dal teatro alle arti visive, e seguendo un beffardo ordine alfabetico per autore che aggira ogni supposta gerarchia fra arte high-, middle- e lowbrow. Si veda, ad esempio, il pezzo ancipite, quasi plutarcheo, che riesce a far convivere LA BIERE DU PECHEUR di Tommaso Landolfi e On Writing di Stephen King (Lo yankee e il dandy), due autori che chiunque collocherebbe in galassie fra loro distantissime dell’universo letterario.
Se, da un lato, fatico a pensare a due poligrafi più addentro all’‘artigianato industriale’ del mondo editoriale, col loro indefesso lavoro di scrittori, traduttori, antologisti e chi più ne ha più ne metta, dall’altro, mi pare che Fruttero e Lucentini fatichino ancora a essere percepiti come membri ufficiali della letteratura italiana del Novecento. Credo non basterebbe un convegno per comprendere i motivi profondi di tale rimozione: colpa dello scrivere in coppia sotto le insegne di una & commerciale? Che sia invece il losco e prolungato commercio col comico e con la letteratura di genere? O la capacità, a livello agonistico, di sgonfiare a suon di corsivi ogni forma di trombonismo politico-culturale? Se uno stigma di questo tipo vige ancora per la loro produzione narrativa, a maggior ragione, come nota Scarpa, F&L non sono mai stati presi sul serio come critici culturali: «Carlo Fruttero e Franco Lucentini non erano percepiti dal pubblico – e forse neppure si percepivano in proprio – come scrittori di critica. […] Casomai, riscuotevano stima e suscitavano piacere come critici dell’attualità, grazie all’inventiva satirica, parodica, comica che sommoveva i loro elzeviri in terza pagina e i loro corsivi in prima pagina» (Nota all’edizione, p. XXVI).
Se rimanesse qualche dubbio sul valore di questo lato della loro produzione, I nottambuli li toglie tutti. Ciò che più sorprende un lettore d’oggi è la varietà di formati critici che F&L maneggiano con grande elasticità, dando alla lettura un’impressione di facilità che non deve far sottovalutare, però, quanto sia difficile scrivere in modo così efficace, misurato e versatile. Sarebbe riduttivo definire, ad esempio, uno dei due ‘accordi in preludio’ che dà il titolo al libro come un semplice in memoriam di Vittorio Sereni: qui F&L intrecciano abilmente nello spazio di poche pagine l’aneddoto occasionale, il ritratto di un grande poeta, la storia di un’amicizia e un poetico ‘enigma in luogo di lago’ che lascio volentieri al lettore. Nei Nottambuli troviamo brevi conferenze (Il mistero del «lago maggiore»), cronachette (Ventidue secondi con Strehler), rapide glosse (Sette note a Pinocchio), interviste impossibili (Erodoto, ci dica), medaglioni in forma di dialogo (Dialogo per Fellini). E ancora affondi tematici, come l’analisi spaziale di Cuore (Le vie del Cuore), e suggestivi accostamenti fra generi letterari per analogia, come la lettura dei Promessi sposi attraverso il filtro della commedia (Dietro la maschera di Lucia), ma anche per contrasto, come l’elogio di Caro Michele di Natalia Ginzburg fatto attraverso il riferimento straniante alla fantascienza apocalittica (Natalia e le cose). Si arriva così a formati maneggiabili solo da maestri dello strabismo umoristico come la recensione ‘mancata’ ad Anni di piombo di Margarethe von Trotta, in realtà, un elogio tardo-estivo di Furio Scarpelli.
Scarpa giustamente menziona Giorgio Manganelli – di cui di recente è stata ripubblicata per Adelphi la raccolta di scritti letterari Laboriose inezie – nell’introduzione e nella Nota all’edizione, sia in veste di teorico del discorso umoristico, ma anche come rappresentante di un modo di parlare di e attraverso la letteratura in parte accostabile a quello dei nostri: «Da parte di F&L la noncuranza verso se stessi era ammirevole, ma relegava nell’ombra un talento unico, un modo di accostarsi alle persone, alle parole, ai fatti della cultura che in quei decenni ebbe forse, come possibile termine di paragone, il solo Giorgio Manganelli» (Nota all’edizione, p. XXVI). Per poter spezzare una lancia in favore della produzione critica di F&L, è il caso di soppesare le ragioni dello scetticismo di alcuni loro lettori. Gianni Celati, ad esempio, ravvisava senza mezzi termini un certo nichilismo di fondo nella loro comicità, come emerge in una lettera a Italo Calvino del 1974 raccolta nel volume di «Riga» “Ali Babà” e altri discorsi (a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri), recentemente riedito da Quodlibet: «L’Almansi ha l’idea solo del divertissement, senza nessun orientamento: questa gente che “non crede in niente” e pensa di poter sfottere tutto a me sta sul cazzo, Almansi come Fruttero-Lucentini, come F. M. Ricci, tutti nello stesso sacco» (p. 339). Curiosamente, questa era a grandi linee la stessa posizione che aveva Pier Paolo Pasolini nei confronti degli umoristi di professione, ben espressa in una sua recensione all’Unghia dell’asino di Augusto Frassineti.
Possiamo attingere un altro argomento, forse più consistente, da ciò che diceva Franco Fortini a proposito della scrittura di Giorgio Manganelli, che, estrosa e invincibile sulla carta, approdava a una monotonia ‘televisiva’ evitando accuratamente ogni forma di attrito produttivo con l’altro da sé. Cito questo giudizio perché è stato ripreso da Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini nella loro antologia Saggisti italiani del Novecento (Quodlibet 2025) per contestualizzare la loro posizione sulla saggistica di Manganelli e Arbasino; un giudizio che, con le dovute proporzioni, può essere esteso anche al caso di F&L, inclusi nella selezione con I saccheggiatori, un breve pezzo satirico tratto dalla Prevalenza del cretino sull’ ‘eventizzazione’ e la politicizzazione della scena teatrale in Italia. Nelle parole di Marchesini: «La sua scrittura [di Manganelli N. d. R.], come quella arbasiniana, sembra compresa in una sconfinata parentesi: e avendo eliminato i rischi “reali”, ha eliminato anche la fecondità che scaturisce solo dai dialoghi autentici con quel che non ci somiglia» (Una biografia delle idee, p. 72). Così recita infatti la notizia biobibliografica su F&L in appendice all’antologia: «Degni di nota sono anche i pezzi di satira e critica culturale, sempre di grande leggibilità e d’impeccabile fattura artigianale (ma anche sempre al limite del qualunquismo), come quelli raccolti in La prevalenza del cretino (1985)» (p. 1408).
Resta da vedere, allora, se I nottambuli contengono qualche indicazione, se non per confutare, almeno per stemperare queste accuse di goliardico nichilismo (Celati) e di brillantezza monotona (Berardinelli-Marchesini): io credo di sì. Sarebbe facile menzionare la recensione a Omaggio alla Catalogna di Orwell (Comune decenza) o incuriosire il lettore su come F&L riescano dare una lezione di misura, dai risvolti pienamente morali, partendo dall’analisi retorica della pubblicità di uno yogurt e arrivando a recensire la traduzione di Excellent Women della scrittrice inglese Barbara Pym (Di qua dallo yogurt: Barbara Pym). Tuttavia, se dovessi indicare un unico testo esemplare dell’etica recensoria di F&L, indicherei senz’altro il pezzo su Guernica di Pablo Picasso, pubblicato dopo la morte del pittore, cioè nel momento dove l’elogio del Grande Genio è quasi di rito. Invece, il duo si permette di esprimere alcune perplessità su uno dei più famosi dipinti del Novecento: «Senza sapere dove mettere il dito, ci pareva che alla compatta composizione mancasse tuttavia qualcosa, sentivamo in quella potenza espressiva una debolezza indefinibile, l’ombra, il sospetto di una forzatura» (p. 125). È a questo punto che F&L chiamano in causa discretamente una poesia di Auden, Musée des Beaux Arts, per riflettere sulla «posizione umana» (Its human position) che il dolore occupa nella rappresentazione artistica e sul posto che tale rappresentazione ha nelle nostre società:
“Viene spontaneo chiedersi quale sia la «posizione umana» che il nostro tempo ha assegnato alla sofferenza, e se una civiltà, o più modestamente un modo di vita, non sia misurabile anche con un simile metro, non peggiore delle statistiche sulla produzione dell’acciaio o sulla mortalità infantile. Come si studia la condizione della donna nel Medioevo o l’influenza del clero nella politica imperialista spagnola, così ci piacerebbe un’indagine sulla collocazione del dolore nell’ultimo mezzo secolo. Ne risulterebbe, per mantenere l’immagine di Auden, un museo molto sbilanciato e contraddittorio.” (p. 126)
Con la poesia di Auden a far da reagente argomentativo, i due autori notano che nelle «vecchie tele che rappresentano terribili, fatali eventi […] non manchi mai un angolo del quadro dove “i cani continuano la loro vita di cani e il cavallo dell’aguzzino si gratta la groppa innocente contro un albero”» (ibid.). È a questo punto che F&L propongono la loro tesi sul capolavoro di Picasso, non prima di aver delineato le opposte scuole che hanno condizionato una rappresentazione culturale credibile del dolore alla fine del Novecento, cioè quella di un rimozionale edonismo di massa, da un lato, e quella, a cui apparterrebbe anche Guernica, dove il dolore occupa senza scampo tutto lo spazio del narrabile, senza possibilità di chiaroscuri:
“Si dirà che Picasso intuì, assai meglio di tanti generali di stato maggiore, i bombardamenti a tappeto, la guerra indiscriminata, e ne diede una profetica immagine che ancor oggi, tra missili, napalm e tritolo, mantiene intera la sua universalità. Ma questo argomento non basta a dissipare il senso di squilibrio che tuttora proviamo davanti a Guernica. Dieci, cento, mille chilometri più in là, sappiamo che ci sono, che ci saranno sempre, dei cani che vivono la loro vita da cani, dei cavalli che si grattano la groppa innocente contro un albero, dei poeti che passeggiano adagio in un museo e meditano sulla posizione umana del dolore. E che senza di loro nessun quadro sarà mai completo.” (p. 128)
Ecco, questo tipo di prosa non mi pare né coattamente brillante, né qualunquista, né, tantomeno, nichilista. Piuttosto, mi pare un esempio alto di critica giornaliera capace di fondere felicemente riflessione estetica e morale con un understatement di cui oggi sono capaci pochissimi in Italia. In un’epoca in cui chi scrive di cultura sembra pendolare fra l’edonismo pubblicitario e privo di nutrienti della critica integrata (embedded, appunto) e un indigesto snobismo apocalittico, può essere utile tornare alla flessibilità e alla leggerezza di tocco dei gitanti della critica Fruttero e Lucentini, capaci, nella loro erranza compagnona fra libri, film e quadri, di cogliere e soprattutto far cogliere le sfumature più sottili del lungo crepuscolo novecentesco, nel quale le vacche non sono mai tutte nere anche quando sembrano tali.