Ciao Francesco

1. Il mio Guccini - Gino Ruozzi

Francesco Guccini è stata la principale colonna sonora della mia vita. (Accanto ai New Trolls, i Nomadi, l'Équipe 84, De André, Dylan e Cohen, Melanie e Carole King). Ma lui è stato per me quello decisivo, emozionante, formativo, che si accompagnava al mito della letteratura americana (Salinger, Kerouac, Ginsberg) e della via Emilia, la sua e nostra via Emilia, quella che ci ha segnati anche perché ci siamo nati e ci abbiamo vissuto sopra, a piedi, in bicicletta, con i motorini e le moto, in macchina. 

Guccini lo abbiamo imparato a memoria, l'ho imparato a memoria, una canzone dopo l'altra, una facciata dopo l'altra (come si ascoltavano i dischi 33 giri sui giradischi, lato per lato, a volte dieci quindici volte di seguito). E per me i dischi sono stati Folk beat n 1, Due anni dopo, L’isola non trovata e Radici. Dopo di che Guccini era già diventato un classico, che si poteva permettere capolavori come la “Canzone delle osterie di fuori porta”, “Amerigo”, “Eskimo”, “Autogrill”, “Scirocco”, “Cirano”, “Odysseus” (e naturalmente ognuno ha i suoi preferiti, siglati anche da momenti e tappe della vita).

Ma per tornare a quei quattro album che considero un poker formidabile, non posso non ricordare l'emozionante “Canzone per S. F.”, poi diventata “Canzone per un'amica”, l'apertura di ogni concerto di Guccini, un'emozione diventata mito e ogni volta rinnovata, in quel desiderio del viaggio e dell'altrove, delle strade e delle autostrade che ha caratterizzato tanti sogni di noi giovani "formati" da quelle canzoni, da quella voce imitata e nello stesso tempo inimitabile; e, purtroppo e nello stesso tempo, distrutta dallo schianto mortale di quelle lamiere contorte. 

Il meraviglioso “Venerdì santo”, un'elegia alla passione del Signore in tono di rispetto e di analogia sentimentale, un gioiello che si rinnova ogni volta all'ascolto, come per esempio, in chiave del tutto laica, "L'Albero ed io" contenuto nell'album Due anni dopo. In questo disco in "bianco e nero" le canzoni significative sono tante, dall'apertura di "Lui e lei" alla politica e civile "Primavera di Praga" alla letteraria "Ophelia". Ma per quanto mi riguarda fu soprattutto "Vedi cara" a incidersi come testo d'amore e del suo disincanto (accanto pure alla struggente "Il compleanno"). Era stupore e disinganno insieme, l'idea che un amore meraviglioso potesse esaurirsi ed essere finito per sempre. Senza più possibilità di ricrearsi. Una lezione dura, fondamentale.

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Francesco Guccini in concerto a Piacenza il 27 novembre 2009, fotografia Zuffe - Wikimedia Commons.

Poi il disco dell'incanto per eccellenza, uscito nello stesso anno di "Due anni dopo", il 1970: "L'isola non trovata", un inno al mistero e alla letteratura, con l'aperto omaggio a Guido Gozzano e alla sua sognante "Ma bella più di tutte".

Perché Guccini (come De André) ha avuto il grandissimo merito di farci sognare con le canzoni e con la letteratura: Shakespeare, Gozzano, Salinger, Schopenhauer erano nomi che regalavano le sue canzoni come straordinarie possibilità di immaginazione. 

In questo disco di vellutata fantasia, che come ho detto va cantato (come del resto gli altri) per intero e senza interruzione (almeno di lato per lato), spiccano la "fantastica" "L'orizzonte di K. D.", con quelle "briciole dei sogni" che ci hanno accompagnato per tutta la vita; e "Asia", mitica, avvolgente, letteraria, barocca, tra Marco Polo e Daniello Bartoli, con "quei carichi di avorio e di broccato" che ci hanno fatto percepire le sensazioni di altri viaggi e di altri continenti.

Poi nel 1972 l'album Radici, che ascoltai con crescente partecipazione alla discoteca Discoland (negozio di vendita) di Reggio Emilia, quando la generosità dei gestori di negozi consentiva di ascoltare i vinili prima del possibile acquisto. Fu un passaggio memorabile, dalle lontane fantasie dell'Asia e di Gozzano a quelle delle nostre "radici" emiliane (di Appennino e di pianura). Un incontro inaspettato e meraviglioso con le radici vicine, le piccole città e la via Emilia, i campi della pianura e i viaggi ferroviari con le loro nostalgie. Come pure la fantasia evocativa della stupenda "Canzone della bambina portoghese", con cambio interno di passo e melodia.

Certamente la canzone per eccellenza di questo disco è "La locomotiva", inno all'anarchia, alla libertà, al coraggio e all'utopia. Una canzone che ha illuminato decenni di desideri collettivi di "eroi giovani e belli" e di "cose vive lanciate a bomba contro l'ingiustizia".

Questo è il Guccini che è diventato memoria collettiva, oltre gli ascolti e le esperienze personali. Il Guccini della "Locomotiva", di "Auschwitz", di "Dio è morto".  Quel Guccini che ci ha sempre fatto sperare (anche adesso) che "nel mondo che faremo, Dio è risorto". 

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Francesco Guccini, fotografia di directorvale.

2. - Alessandro Carrera

 

 

 

 

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Francesco Guccini, fotografia di Bruno from Roma, Italia - Wikimedia Commons.

3. Il primo concerto - di Franco Matticchio

Il primo concerto che ho visto è stato nel "Palazzetto" a Varese, nel 71. Eravamo andati io e mio fratello Silvio, c'erano quattro gatti. Poi so che l'anno successivo, quando è diventato famoso, il "Palazzetto" era pieno.

In copertina, illustrazione di Franco Matticchio.

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Corrado Antonini | Portammo tutti un eskimo innocente / Gli 80 anni di Francesco Guccini

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