C’è ignoranza e ignoranza
Cassandra sa. Sa che Troia cadrà. Sa che il cavallo di legno custodisce la rovina della città. Sa che la catastrofe è già entrata nelle mura che gli abitanti credono di aver difeso. Eppure nessuno le crede.
Da secoli leggiamo questa vicenda come la storia di una profezia inascoltata. Ma forse Cassandra parla di qualcosa di più inquietante. Non dell'ignoranza di chi non sa, bensì dell'ignoranza di chi sa e continua a credere altro. La sua tragedia non nasce dalla mancanza di informazioni. Tutto è stato detto, tutto è stato mostrato, nulla è nascosto. Ciò che manca è la possibilità di riconoscere come vero ciò che si sa.
È una situazione che ci appare sorprendentemente familiare. La nostra epoca ama pensarsi come quella che ha finalmente dichiarato guerra all'ignoranza. Mai prima d'ora gli esseri umani hanno avuto accesso a una quantità tanto vasta di informazioni: ogni domanda sembra trovare una risposta immediata, ogni incertezza una lacuna temporanea da colmare.
Eppure qualcosa non torna. Mai abbiamo saputo così tanto e mai ci siamo sentiti così spesso incapaci di comprendere il mondo che abitiamo. La pandemia, le guerre, la crisi climatica, l'intelligenza artificiale hanno mostrato un paradosso inatteso: l'accumulo del sapere non coincide con una crescita della comprensione. Lo ricorda Stefano Velotti: l'immagine del sapere come linea che prosciuga il mare dell'ignoto è fuorviante, perché accade il contrario, più conosciamo più cresce ciò che ignoriamo. E se, come mostra Nicla Vassallo ripercorrendo il problema di Gettier, non riusciamo a dire con esattezza che cosa sia conoscere, neppure l'ignoranza si lascia circoscrivere.
Forse perché l'ignoranza non coincide con l'assenza di informazioni: il problema non è mai stato soltanto ciò che sappiamo, ma il rapporto con ciò che sappiamo.
La cultura occidentale ha immaginato il sapere come una frontiera in avanzamento – l'ignoto che arretra, la ragione che conquista: una delle immagini più potenti dell'Illuminismo. Ma filosofia, letteratura e psicoanalisi dicono altro: il sapere non procede contro l'ignoranza, nasce da essa e la incontra come proprio limite.
Per questo La passione dell'ignoranza di «Frontiere della psicoanalisi» (1/2026, il Mulino) appare necessario: mette in discussione l'idea che il non sapere sia soltanto un difetto da correggere. Aprendo il volume, Maurizio Balsamo e Massimo Recalcati leggono sovranismi e populismi come celebrazioni di un'«ignoranza passionale», e invitano a distinguere i diversi usi e passioni dell'ignoranza.
L'intuizione che attraversa il volume potrebbe essere formulata in termini semplici. Una prima distinzione emerge lungo tutto il fascicolo: quella tra un'ignoranza amministrata e un'ignoranza generativa. La prima caratterizza gran parte del nostro presente: non coincide con la mancanza di informazioni, ma con la loro gestione. In un mondo che pretende di rendere tutto calcolabile, il sapere si riduce a funzione amministrativa: si raccolgono dati, si elaborano previsioni, si costruiscono modelli. Ma questa proliferazione produce nuove forme di cecità. L'ignoranza non viene eliminata: viene incorporata nei dispositivi che pretendono di governarla.
L'intelligenza artificiale ne è forse la figura più emblematica. Non cancella il non sapere: lo formalizza come probabilità, lo integra nel calcolo, lo tratta come una variabile da ottimizzare. È la promessa di una biblioteca senza lacune e senza silenzi, dove ogni domanda sembra preceduta dalla propria risposta. E ogni epoca amministra a suo modo il confine tra vero e falso: i «regimi del falso» del Medioevo latino di Paul Bertrand – dove forgiare un documento poteva essere riscrittura legittima del passato – illuminano le nostre fake news.
Esiste però un'altra forma di ignoranza, generativa. Non quella che chiude il pensiero, ma quella che lo rende possibile. Non quella che protegge dalla verità, ma quella che apre uno spazio per la ricerca, per il desiderio, per l'invenzione. Un'ignoranza che emerge quando il sapere incontra un limite strutturale, non eliminabile.
La cultura occidentale è, in fondo, una meditazione sul valore del non sapere. Socrate è forse il primo a comprenderlo: il «so di non sapere» non è modestia, ma la scoperta che il pensiero nasce da una mancanza. Non si cerca ciò che si possiede già; la domanda è possibile solo là dove una certezza viene meno. È la dotta ignoranza che da Cusano arriva alla psicoanalisi, e che nel fascicolo ritorna in più voci: Gioele Cima ne fa la passione di chi «non sa» il sapere, disposto a lasciarsi sorprendere dall'inconscio invece di trincerarsi nel diniego; Marco Pacioni la ritrova nella nuda philosophia di Petrarca; Pierre-Antoine Fabre, con il de Certeau della Fabula mistica e la lettera di Surin sull'«illetterato illuminato», la spinge fino al mistico che dichiara la propria incompetenza – un sapere che non passa per la lettera.
Con Edipo il problema si fa tragico. Nessuno ha desiderato la verità con altrettanta ostinazione, eppure sapere e credere non coincidono: la verità è già lì, in tracce e indizi, e ciò che manca non è l'informazione, ma la possibilità di riconoscere che riguarda proprio lui. Accanto a lui, speculare, Cassandra: sa, e nessuno le crede. Una comunità può avere accesso alla verità e continuare a vivere di un'altra credenza. Tra Edipo e Cassandra, la domanda che attraversa tutta la tradizione: come è possibile ignorare ciò che si sa?
In questa costellazione Lacan è singolare: ha fatto dell'ignoranza non più una questione epistemologica ma soggettiva. Nel Seminario I la colloca tra le tre passioni dell'essere, accanto all'amore e all'odio – ed è al cuore del transfert, mostra Chiara Matteini, che questa terza passione trascurata si gioca: l'analista è anche colui che può non capire. L'ignoranza diventa un modo di rapportarsi alla verità. Si può ignorare perché una verità è insopportabile, ma anche perché non tutto va subito saturato dalla conoscenza. Il desiderio stesso vive di una mancanza: se ogni opacità si dissolvesse, se ogni domanda trovasse risposta, qualcosa dell'esperienza umana si spegnerebbe. È il movimento che Pacioni insegue nel dialogo con l'assente Heller-Roazen: un contatto con il reale che precede ogni sapere sull'oggetto.
È forse il punto più interessante del fascicolo: non una tesi concordata, ma una convergenza non programmata. Storici, filosofi, psicoanalisti, studiosi della letteratura e delle arti arrivano, per strade diverse, a pensare qualcosa che il numero non aveva ancora nominato: l'ignoranza non è soltanto il contrario del sapere, è una dimensione costitutiva dell'esperienza umana.
Il punto decisivo non sta nel moltiplicare le forme, ma nel riconoscere la linea che le attraversa. Vi sono ignoranze che espropriano il soggetto della capacità di agire, e ignoranze che invece lo espongono alla responsabilità di una decisione. Sul primo versante non c'è solo l'amministrata: c'è l'ignoranza imposta – quella addossata alle donne come accusa e da loro rovesciata in strategia, in agency (Tiziana Plebani); quella di una scuola che «favorisce i favoriti» e confonde l'analfabeta con l'ignorante (Adolfo Scotto di Luzio); quella del negazionismo come rifiuto del reale (Francesco Giglio). Strumenti diversi – gestione tecnica, esclusione, dominio – ma un solo effetto: sottrarre al soggetto il luogo da cui potrebbe rispondere. Sul secondo versante, il non sapere che diventa risorsa: Barbara Formis lo rovescia in agentività epistemica, riscattando i gesti umili della cura, ciò che il sapere sistematico squalifica. È il non sapere senza il quale non vi sarebbero apprendimento, ricerca, desiderio, riconoscimento. Non tutta l'ignoranza merita di essere difesa; non tutta va eliminata. È qui che si gioca una delle questioni centrali del nostro tempo.
Ciò che la nostra civiltà sembra aver smarrito non è tanto il sapere quanto l'esperienza del non sapere: l'attesa, la sospensione, la possibilità di sostare in una domanda senza precipitare verso una risposta. È il tempo che Cesare Di Liborio racconta con la fotografia analogica: l'intervallo fertile tra scatto e sviluppo, in cui l'immagine esiste ma non è ancora visibile. E se le immagini non rassicurano è perché, mostra Fabio Benincasa, la rappresentazione vive da sempre di errori e illusioni, dello scarto tra ciò che mostra e ciò che non può contenere.
La psicoanalisi ci ricorda che esistono verità che non vogliamo conoscere, ma anche misteri che non dovremmo affrettarci a dissolvere: il sapere stesso nasce, ogni volta, dall'incontro con ciò che gli resiste.
L'ultimo Edipo, quello che dopo l'accecamento e l'esilio giunge a Colono, non cerca più ostinatamente la verità su se stesso: ha attraversato il sapere e i suoi limiti, qualcosa si è spezzato nella sua pretesa di comprensione totale, e proprio per questo può apparire sotto una luce diversa. È la lezione che Roberto De Gaetano affida alla differenza tra tragedia e commedia: si può accedere alla felicità senza conoscenza, per solo riconoscimento, cogliendo la domanda dell'altro e lasciandolo nel suo segreto.
Se Edipo ha attraversato il sapere fino a esserne distrutto, Cassandra ne ha incarnato dall'inizio il rovescio: ha saputo, e non è stata creduta. Anche per lei c'è una soglia tarda, nel Novecento: la Cassandra di Christa Wolf, raccontata nell'ora che precede la morte, mentre a Troia si combatte per un fantasma – Elena non è mai entrata nelle mura – e si muore per una presenza che tutti sanno assente. La nostra scena iniziale portata all'estremo. Ma la sua Cassandra non subisce soltanto l'incredulità: sceglie di restare lucida fino in fondo e fa del racconto una testimonianza. Non la riconciliazione di Edipo, che approda all'amore, ma qualcosa di più aspro: la decisione di sapere anche senza la consolazione di essere creduti.
Il punto decisivo, allora, non è conoscere completamente l'altro, ma riconoscerlo. A lungo conoscere ha significato ridurre l'alterità; ma il riconoscimento non elimina l'opacità né fa dell'altro un oggetto di sapere: chiede di sostare davanti a ciò che eccede ogni definizione. Così la passione dell'ignoranza riguarda anche il rapporto all'alterità: vi è un'ignoranza che umilia, esclude, domina, e un'altra che custodisce lo spazio perché l'altro possa apparire come altro.
Nessuno l'ha prefigurato come Kafka: la porta della legge aperta e destinata a noi eppure mai varcata, il Castello che governa tutto restando irraggiungibile. Non un sapere che manca, ma un sapere che si mostra e si sottrae – la forma letteraria di quell'ignoranza amministrata da cui siamo partiti. Non a caso il numero è sotto un'immagine di limite: in copertina, Le Colonne d'Ercole di Cesare Di Liborio, che Jacques Le Goff accompagna con il versetto «Voi mi cercherete e non mi troverete». Il limite non è proibizione: è soglia.
Forse è questa la lezione più inattesa del fascicolo. Non che si debba scegliere l'ignoranza contro il sapere, ma che esistono esperienze umane decisive – il desiderio, l'amore, il riconoscimento – che cessano di vivere quando vengono interamente assorbite dalla conoscenza. Il numero si chiude di sbieco, sul Robert Walser di Silvano Facioni: l'«esigenza di disimparare», il farsi «un magnifico zero», l'abitare ciò che non conta – la versione più radicale, e più mite, della passione dell'ignoranza.
Una civiltà che sogna la trasparenza assoluta rischia di perdere non solo il senso del limite, ma la capacità stessa di riconoscere ciò che non può essere del tutto conosciuto. Forse la passione dell'ignoranza è proprio questo: non una rinuncia al sapere, ma la disponibilità a lasciare che qualcosa dell'altro, del mondo e di noi stessi continui a eccedere ciò che sappiamo. Una disponibilità che il nostro presente, ossessionato dalla conoscenza e dalla previsione, fatica sempre più a praticare.