Winnicot e i genitori sempre inadeguati

4 Ottobre 2026

È risaputo: non c’è nessuno che faccia sentire in colpa e inadeguati i genitori quanto Donald Woods Winnicott. I suoi concetti di madre e di ambiente sufficientemente buoni hanno regolarmente prodotto vissuti fallimentari in chi è chiamata a un compito che, del resto, è davvero delicatissimo. Per questo il volumetto Colloqui con i genitori, da poco uscito per i tipi della Raffaello Cortina Editore, (pp.127, euro 14) incuriosisce immediatamente chi ha a cuore questi temi e può rivelarsi utile anche a chi non conosce né l’autore né la psicoanalisi. Agli altri, invece, probabilmente, non dirà granché perché si tratta di un testo volutamente divulgativo composto dalla trascrizione di alcune conversazioni radiofoniche tenute per la bbc tra il 1939 e il 1962, con genitori che raccontavano la propria esperienza nella gestione di snodi educativi tipici, quali il rapporto con i genitori non biologici, compagni della madre o del padre o adottivi, la gelosia tra fratellini, la delicata gestione dei no da dire, la difficoltà a gestire i sensi di colpa per quanto si trova disturbante nei figli o in se stessi e la preoccupazione di non riuscire a creare le condizioni necessarie per favorire lo sviluppo armonico della propria prole. Apprezzabilmente, Winnicott si guarda bene dal pontificare su come ci si dovrebbe comportare, scegliendo piuttosto di ascoltare e mettere in primo piano “le cose che le persone quotidianamente fanno” per come emergono dalle loro narrazioni in studio, per provare poi a interrogarsi sulle possibili ragioni per le quali lo fanno. Convinto che i consigli pratici ai genitori forniti in astratto, fosse anche con le migliori intenzioni, siano “inaccettabili” perché non possono tenere conto della complessità e delle differenze delle singole situazioni che vorrebbero illuminare ma che non possono conoscere adeguatamente, lo psicoanalista e pediatra inglese sceglie piuttosto di commentare quanto ascolta con l’intento, dichiarato, di chiarirne le dinamiche implicite e sottese, ma partendo dalla valorizzazione dell’esperienza genitoriale in atto che vuole semplicemente portare a un livello di maggiore consapevolezza e fiducia, non solo in se stessi ma anche nella relativa autonomia evolutiva dei bambini, quanto meno su alcuni aspetti e da un certo punto in poi.

Per questo, esordisce sostenendo che “dopo aver ripetutamente ascoltato la descrizione che una madre fa del modo in cui si occupa del bambino in casa [come effettivamente prevede il format della trasmissione radiofonica ma come lo stesso Winnicott faceva spesso con le madri dei suoi piccoli pazienti] è sorprendente trovarsi costantemente a concludere che non si ha nulla da insegnare a questi genitori, si può soltanto dire che non è pensabile fare di meglio, ma solo peggio di così” (p. 12). Potrebbe sembrare una frase ipocrita, una sorta di manipolatoria captatio benevolentie ma come i curatori dell’edizione italiana sottolineano, Winnicott aveva davvero un’ammirazione e quasi una devozione per le madri e per il modo in cui affrontavano un’esperienza relazionale che, come amava dire, “se non è tutto miele per il bambino, per la madre è spesso una medicina amara” (p.110). La deidealizzazione dell’esperienza della maternità è infatti uno dei punti cruciali del contributo di Winnicott che più volte, ad esempio, legittima quelle madri che talvolta faticano a voler bene ai loro figli o si sentono in colpa per sentimenti ambivalenti che egli considera assolutamente comprensibili tanto da spingersi a indicare ben diciassette ragionevoli motivi per i quali una madre può persino provare odio per il proprio o per i propri figli (p. X dell’introduzione). Per questo appare credibile quando confessa: “Mi sono impegnato a fondo per far sì che le mie parole non sembrassero una critica ma, al contrario, spiegassero le questioni anziché segnalare errori o cose simili. Eppure molti vengono ancora da me a dirmi «Ogni volta che la sento parlare o leggo qualcosa che ha scritto, mi sento così cattivo»” (p. 90).

Il fatto è che concetti quale quello di “madre sufficientemente buona”, da non intendersi in senso moralistico ma come sinonimo di genitrice sufficientemente capace di gestire con la dovuta adeguatezza il ruolo al quale è chiamata, si prestano a un’idealizzazione superogatoria che fa inevitabilmente sentire inadeguati, quando, come vedremo, vorrebbero semplicemente descrivere una postura certamente attenta ma non infallibile, caratterizzata soprattutto dalla fiducia nella relazione e nelle reciproche capacità di sintonizzazione, pur nel riconoscimento dei ruoli e delle responsabilità evidentemente differenti.

Ma ecco una delle questioni più dibattute, una delle critiche più agguerrite all’approccio di Winnicott: perché la madre e non la coppia genitoriale o, perché questo oblio del padre?

Se da una parte non possiamo trascurare il fatto che Winnicott parla di e da un’epoca nella quale si considerava normale che i padri girassero alla larga dai bambini, specie quando sono piccolissimi, ossia nel periodo da zero a tre anni, che interessa maggiormente lo psicoanalista, e che in quella fase la madre ricopre effettivamente un ruolo per certi versi non sostituibile dal padre, appare non di meno evidente che Winnicott risulta connivente con la visione maschilista dell’epoca tanto che, pur considerando le madri, specie quelle che lavorano, “penalizzate” rispetto ai padri (p. 40), si rivolge sostanzialmente solo a loro, chiamando in causa i padri solo tre volte in tutto il libro e in maniera quanto meno criticabile. Una prima volta, dopo aver ricordato che la responsabilità genitoriale è di entrambi, scrive che “la maggior parte dei padri vorrebbe essere d’aiuto” nelle dinamiche tra madre e figli, “e detesta essere tagliata fuori e sentirsi inutile” (p. 61); in una seconda, commentando una madre che si lamenta della pretesa del marito che smetta di dedicarsi ad altre incombenze per preparagli il pranzo, scrive: “Ecco venire alla ribalta i mariti che, come i bambini, esigono cose e annullano gli sforzi della moglie-madre di ritagliarsi tempo per seguire un’attività propria di un certo impegno. È allora che una moglie si ritrova a desiderare di essere un uomo, con il suo lavoro ordinato, gli orari di ufficio e i regolamenti sindacali che lo mettono al riparo da tante cose che lei trova fastidiose”. Ma quello che sembra un giusto riconoscimento dell’iniqua disparità di condizioni nella coppia, si rivela purtroppo essere una premessa per sostenere che “In questa fase non può assolutamente rendersi conto di come alcuni uomini possano invidiare le donne perché se ne stanno a casa, tutte prese dalle faccende domestiche con uno stuolo di neonati e bambini intorno” (p.68). Da ultimo si limita a aggiungere un breve inciso, esattamente tra parentesi, che la responsabilità dei padri non va dimenticata: “la madre (ma non dimentichiamo il padre) riesce a modificare, in quanto essere umano, la qualità delle paure provate dal piccolo” (p. 98). Insomma non ne esce bene. Tuttavia in altre occasioni, specie nei suoi saggi più celebri, forse proprio per ovviare a queste critiche, sceglie di sostituire la madre con “l’ambiente sufficientemente buono” spiegando “che questo coinvolge l’uomo che diventerà padre del bambino, i nonni e gli zii.” (p. 114); solo di rado sembra lasciar intendere, ma sempre implicitamente, che il ruolo di madre può in certi casi essere ricoperto anche da altre figure che svolgono la funzione di caregiver, padri compresi (p. 44).

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Ma torniamo all’intento del libro. Da una parte Winnicott sembra sostenere che sin da subito la madre fa naturalmente un lavoro straordinario e la coppia genitoriale si spende con devozione e inventiva per creare un ambiente sufficientemente sereno, sicuro e capace di sostenere la crescita del bambino, tuttavia, sostiene, lo fa istintivamente, senza sapere cioè se quanto fa è corretto o meno, il che può produrre incertezze, dubbi e ansie, specie nella fase nella quale le risposte del bambino non sono facilmente interpretabili. È questo, ritiene, che alimenta i sensi di inadeguatezza e produce un’insicurezza che il bimbo assapora ma non può saper gestire, con possibili effetti di angoscia. Convinto che “se si riesce a far veramente comprendere alle persone ciò che stanno facendo, si noterà che sono meno spaventate, che si sentono più sicure di sé; in seguito, quando nasceranno in loro grossi dubbi, oppure riconosceranno di essere impreparate, non cercheranno consigli ma informazioni” (p. 13), Winnicott si propone di offrire spunti di riflessione che possano consentire ai genitori di divenire più consapevoli delle dinamiche che li abitano e di quelle che caratterizzano la loro relazione con i figli, offrendogli più che una tecnica, una serie di considerazioni che possano aiutarli a orientarsi meglio, ad apprendere dalla loro esperienza, imparando ad agire con una maggiore consapevolezza e, quando e se possibile, anche con una maggiore competenza.

I genitori amano infatti sostenere di essere chiamati a svolgere il mestiere più difficile del mondo, ma raramente sembrano disposti a formarsi e a rivolgersi a persone più competenti di loro, come invece farebbero per le loro professioni. Con i suoi scritti, e con questi suoi interventi radiofonici, Winnicott cerca di mettere la sua esperienza e il suo sapere al servizio dei genitori ma senza volersi sostituire a loro. Quando ad esempio introduce il tema di un ambiente sufficientemente buono, si affretta a spiegare che “questo è ciò che voi, meglio di chiunque altro, potete dare al vostro bambino. Vi domandate spesso se una data cosa sia giusta o sbagliata, ma è più interessante considerare la stessa cosa in termini di crescita e sviluppo del bambino”. Qui Winnicott suggerisce un cambio di prospettiva: non guardare a se stessi o ai singoli interventi in sé come se fossero monadi separate e indipendenti dal tutto, ma concentrarsi piuttosto sulla relazione, valorizzando entrambi i poli che la compongono e avendo chiara la direzione verso la quale si vuole andare, che per lui è sicuramente il processo di crescita e sviluppo delle potenzialità del bambino. Questo permette di comprendere che non è tutto nelle mani del genitore, con evidente sgravio di responsabilità, ma che anche in quelle dei bambini la cui “vita individuale comincia immediatamente non in un secondo momento” (p. 24) e una parte decisiva in questa vita sorgiva sta nella capacità del bambino di immaginare, di fantasticare, spesso per mettersi al posto degli altri, imparando così a empatizzare con loro. Tutto questo, spiega a più riprese, non può essere indotto dal genitore che può, non di meno, favorirle creando, per l’appunto, un ambiente fecondo: “non si può rendere un bambino capace di giocare ma, proteggendolo, tollerando, aspettando e con cento altri gesti da voi compiuti senza pensare, lo aiutate a crescere”; tutto ciò, prosegue, “è reso possibile da una cura attenta e costante” (p. 59).

Winnicott parla qui dei bambini ma sarebbe interessante chiedersi quanto questo valga anche per gli adolescenti e quanto i genitori siano capaci e disposti a fare un passo indietro, fidandosi di loro, anziché soervegliandoli e guidandoli eteronomamente. Ed è una questione che vale anche per l’analisi; Winnicott amava dire, alcuni direbbero provocatoriamente ma io direi di no, “quanto tempo ho perso interpretando io i sogni dei miei pazienti anziché lasciare che lo facessero loro!”. Analogamente “gran parte di ciò che accade durante lo sviluppo individuale di un neonato o di un bambino si svolge indipendentemente dal fatto che voi ve ne rendiate conto, per il semplice fatto che ci sono tendenze innate allo sviluppo (…) non siete voi a dover trasformare il neonato in un bambino, né farlo crescere, (…) se osservate le cose con sufficiente distacco, vedrete il processo di sviluppo in atto e ne ricavereste un senso di sollievo. Avete messo in moto qualcosa che possiede un generatore autonomo di energie. Ora dovete solo badare ai freni” (pp. 113-114). Ecco una capacità fondamentale che va esercitata da parte dei genitori – e, su un altro piano dagli analisti – è appunto la capacità di contenimento, ossia di gestire le tensioni e lo stress inteso “come una conseguenza di carenze parziali o gravi dell’apporto fornito dall’ambiente. Queste carenze possono essere descritte in termini di non affidabilità, distruzione del rapporto di fiducia, abbandono all’imprevedibilità, oppure in termini di ripetizione, più o meno frequente, dell’esperienza che il singolo bambino fa di interruzione della propria continuità di vita” (p. 121). Ma, ribadisce Winnicott rivolto ancora ai genitori: “è impensabile che possiate soddisfare tutte le necessità di un neonato: è un’impresa da non tentare nemmeno” (p. 36) tanto è impossibile. “Nell’allevare i figli”, prosegue, “non ha senso puntare alla perfezione. Molte delle cose che vanno storte si aggiusteranno col tempo; o si aggiustano quanto basta o non si aggiusteranno” perché così va la vita (p. 62). La vera abilità che un genitore deve allenare è appunto quella di saper contenere le emozioni spiacevoli quali la frustrazione, la rabbia, la paura, lo smarrimento e l’odio, senza reprimerle ma senza nemmeno lasciarsene schiacciare. Se gli riuscirà di soggiornare presso di esse esercitando la fiducia nella possibilità di affrontarle senza farsi prendere dal panico, “il bambino che ha conosciuto la sicurezza in questa prima fase della vita comincia a nutrire la certezza che non verrà abbandonato. Le frustrazioni, quelle sì, saranno inevitabili, ma essere abbandonati no!”

Ecco perché ciò che davvero conta non è perseguire un modello ideale ma valorizzare ciò che siamo capaci di essere: “con la nostra presenza, con l’essere autenticamente noi stessi, noi procuriamo una stabilità che non è rigida ma viva e umana: ciò fa sì che il bambino si senta sicuro”. Se il compito dei genitori è creare le condizioni affinché il bambino indaghi, scopra e dia fiduciosamente espressione e forma a ciò che è, ossia alla sua irriducibile unicità, essi dovranno concentrarsi soprattutto sull’essere se stessi, ma sempre più consapevolmente e responsabilmente. Scrive Winnicott: “I genitori sufficientemente buoni sono quelli che possono essere usati dai neonati e dai bambini, e sufficientemente buono significa te e me. Per essere coerenti, oltre che prevedibili, noi dobbiamo essere noi stessi. Se ci comportiamo così, i nostri figli riusciranno a conoscerci. Se, invece, recitiamo una parte verremo sicuramente scoperti”. Anziché mirare a essere infallibili o temere di non esserlo, i genitori dovrebbero concentrarsi sulle loro umanissime capacità di gestire la relazione con il bambino lasciandolo anche libero di scoprire e elaborare una realtà complessa della quale è bene faccia esperienza: “fortunato è il bambino che, nel complesso, viene lasciato libero di continuare a farsi tranquillamente un’idea delle cose nuove che interagiscono con le sue crescenti capacità” (p. 117). E non solo il bambino.

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Ugo Morelli | Winnicott: creare sé stessi

In copertina, Myths of Wasted Time © Larry Madrigal.

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