Dolore e bellezza

20 Aprile 2026

Si inseguono, si rincorrono, si alternano, vanno a sbattere uno addosso all’altra, ogni tanto si ritrovano a camminare a braccetto. Insieme. Il Dolore e la Bellezza – fenomenologia dell’umano capace di trasformare il massimo dell’orrore in splendore, di capovolgere la distruttività in atto creativo – battono il tempo sincopato del nostro contemporaneo. Dove la dimensione etica dell’immagine si dissocia dalla seduzione che trasmette il suo contenuto.

Durante la prima guerra del Golfo, che avvia le “nuove guerre” e smentisce le pacifiche sorti progressive pronosticate dopo la caduta, nel novembre 1989, del muro di Berlino, gli incendi dei pozzi petroliferi e i cormorani ricoperti di catrame catalizzano gli sguardi, inquietano gli animi. Le immagini in bianco e nero di Sebastião Salgado, che documentano la catastrofe ecologica e la lotta dei pompieri per domare le fiamme, ricordano quadri della classicità. Un artista come Gerhard Richter affronta l’impossibilità della rappresentazione storica e l’inaffidabilità della memoria con i cicli di pittura politica che nascono dalla consapevolezza dell’uso propagandistico della fotografia. In War Cut (2013) i dettagli di un suo quadro astratto sono montati e giustapposti ad articoli della guerra in Iraq pubblicati tra il 20 e il 21 marzo 2003. L’effetto è spaesante, la connessione di colori e testo produce una forma astratta che rappresenta la crudeltà e la follia bellica, rende difficile l’empatia persino con le vittime. E ci interroga sulle caratteristiche della nostra percezione.

Intanto il male scorre incessantemente sui nostri schermi – i cieli e i mari occupati da armi da guerra, i corpi impiccati, insanguinati, l’umanità fatta a pezzi, le case frantumate. I missili e i droni non sono sopra le nostre teste, ma la vanificazione della protezione del diritto internazionale, la visione della distruzione della vita civile contagiano la psiche – “la casa è una sostituzione del grembo materno, della prima dimora cui con ogni probabilità l’uomo non cessa di anelare, giacché in essa si sentiva al sicuro e a proprio agio” afferma Freud in Il disagio della civiltà.

Ci sentiamo incolpevoli colpevoli, il tipo psicologico che Günther Anders immaginava che tutti saremmo diventati. L'ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica (Mimesis, 2016) è uno scambio epistolare durato quattordici anni tra il filosofo e l’ex maggiore dell’aviazione statunitense che fece parte dell’equipaggio che colpì Hiroshima. Dopo quella missione lascia l’esercito e commette piccoli crimini, cerca di sfuggire ai suoi dilanianti sensi di colpa, sarà poi internato in un ospedale psichiatrico.

Gli umori sono deflessi, sostanze, alcol e sesso sono i beni rifugio, si naviga a vista in un paesaggio dove l’atmosferico appare spento. Il potere della distruzione slatentizza i malesseri, l’aggressività verso l’altro e verso sé stessi è un espediente per controllare un senso pervasivo di incertezza e la paura della paura. Si affida al rituale ossessivo il bisogno di stabilità, di un senso che sfugge. La depressione, difficile negarlo, è la forma individuale di un malessere collettivo e culturale. Non è facile uscire dai vissuti di impotenza, passare dalla sensazione di essere solo dei riceventi, destinatari passivi di quanto ci sovrasta, in balia della confusione e dell’imprevedibile, al pensarsi soggetti attivi desiderosi di vitalità.

Ma se la sofferenza giovanile è il sintomo della nostra epoca, come il sintomo isterico parlava della Vienna di Freud, è la protesta generazionale – il risultato del no, le piazze No Kings –, che rimette in scena la possibilità di un cambiamento che non si arrende alla decadenza dello status quo e alla disillusione dei baby boomer. Dunque cerca di sfuggire al non senso di un mondo tutto levigato, per andare alla ricerca di qualcosa di significativo. Forse non è un caso che il volontariato in carcere attiri sempre più i giovani, insieme all’interesse per le tematiche della giustizia riparativa. E sta proprio in quel termine, che richiama la riparazione, il motivo di un impegno che, a volte in modo inconsapevole, porta a entrare in un contatto ravvicinato con il male. Paradossalmente un luogo problematico come il carcere può diventare un’isola utopica di incontro, dove esporsi al rischio della relazione tra detenuti e studenti, tra operatori e formatori, tra sofferenze vicine e lontane. Come racconta Dolore in bellezza (a cura di Vincenza Pellegrino e Maria Inglese, Mimesis, 2025), un’esperienza originale realizzata dal 2010 al 2020 a Parma. La raccolta si apre, e non a caso, con l’immagine Anticoronavirus (2020) dell’Atelier dell’Errore. Perché l’esperienza di questo originale Atelier ha reso possibile la metamorfosi: dalla sofferenza della diversità a creazioni avvincenti capaci di curare il Disumano. Il titolo Dolore in bellezza, che deriva dall’evocazione dell’art brut, diventa il Leitmotiv per immaginare, come scrive Maria Inglese, “un sapere che decide intenzionalmente di ‘uscire dal centro’, dal proprio centro, dalle proprie certezze teoriche, dai propri contesti, di uscire anche dalle ‘stanze della terapia’, per andare incontro ai saperi di altre discipline, altre pratiche…”.

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Il ricordo di un’interruzione traumatica della continuità quotidiana, come è avvenuto con il Covid, può indicarci sentieri possibili per mettere in rilievo il capitale umano che ognuno di noi possiede, per ricordarci quanto sia rilevante l’influenza esercitata dalla narrazione: le tracce biografiche che hanno impregnato l’esistenza, il materiale autobiografico composto da sogni, foto, ricordi, diari. Sempre più spesso ci vengono incontro rappresentazioni patologiche, dal contenuto violento e tragico, dove il tutto-detto, tutto-esposto è privato di ogni valenza simbolica, e quanto viene messo in scena prende il posto della realtà, fagocitandola, così tocca al singolo scegliere figure che riescono a esprimere reminiscenze del passato e prefigurazioni del tempo che verrà.

L’effetto, sulla nostra interiorità, delle immagini che il mondo ci offre, che si attivano nel rapporto con la polis è stato al centro della riflessione di James Hillman. Nei testi contenuti in Politica della bellezza (a cura di Francesco Donfrancesco, Moretti&Vitali, 2002) scrive che “quello che ci fa più soffrire, e nei cui confronti più ci anestetizziamo, quello che più rimuoviamo – con i tappi per le orecchie, i catenacci, gli alcolici, l’elettronica, l’hi-fi, il caffè e lo shopping – è il mondo là fuori: la polis. Rimuoviamo la psiche dalla polis e siamo inconsci nei suoi confronti: è la polis l’inconscio”. Hillman progetta, anche architettonicamente, una città ideale, dove l’anima del mondo, la città e la psiche sono in relazione, dove la bellezza ha il potere di incidere – sul vissuto dei singoli, sulla comunità. Una risposta estetica attiva, per Hillman, può condurre all’azione politica.

Jung era netto nel distinguere l’arte che cercava un effetto estetico dalla dimensione etica della creazione artistica che emerge all’interno di un percorso personale, e si è curato attraverso la raffigurazione dei propri sogni e demoni. Oggi è difficile negare il valore anche artistico delle tavole del Libro Rosso alle quali, a partire da Kiefer, si ispirano molti artisti contemporanei. Il Palazzo Enciclopedico (concepito da Massimiliano Gioni per la Biennale Arte 2013) si ispirava all’utopistica idea di Marino Auriti che, nel 1955, depositò all’ufficio brevetti statunitense il progetto di un Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità. Nell’esposizione, le gouache di Jung introducevano un percorso fatto di opere di artisti professionisti e dilettanti, outsider e insider, che invitava il visitatore a soffermarsi sulle proprie immagini interiori, a riflettere sul rapporto con le visioni esterne. Produzioni nate in libertà, assemblaggi di materiali spesso di uso quotidiano, sottolineavano una possibilità inventiva che, in misura diversa, tutti possediamo. Mentre la differenza tra diverse forme artistiche sfuma, l’outsider che è in ognuno di noi può cambiare prospettiva. Non rassegnarsi al No Future. Custodire orme di bellezza per non sprofondare nella disperazione. Raccontarci, osare, immaginarci tutti artisti artigiani. Costruire zone di resistenza creative, come suggeriva la filosofa e psicoanalista francese Anne Dufourmantelle.

In copertina, L’AntiVirus dell’Atelier dell’Errore.

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