Questa è la via: The Mandalorian and Grogu

4 Giugno 2026

Da quando il franchise Star Wars è passato in mani Disney, gli spin-off sono venuti fuori meglio della trilogia che ha concluso la saga. The Mandalorian and Grogu di Jon Favreau, appena arrivato al cinema, continua la serie tv The Mandalorian (2019-23). Serie e film coprono alcuni anni tra la caduta dell’Impero e l’affacciarsi del Primo Ordine, deciso a continuarne l’opera.

Quando Lucas rifece digitalmente alcune scene della prima trilogia e, al termine di Il ritorno dello Jedi, aggiunse una sequenza con i pianeti in festa per la distruzione della Morte Nera, molti storsero il naso: possibile che l’intera galassia si sia mostrata così unanime davanti alla fine dell’Impero? Dove si è nascosta la pletora di funzionari e militari che scodinzolavano davanti a Vader? The Mandalorian mostrava che il crepuscolo dell’Impero non era solo rose e fiori: la galassia si è frazionata in tanti sistemi in guerra tra loro, mentre pezzi importanti dell’apparato imperiale si sono salvati e continuano a tiranneggiarne alcune parti. La Nuova Repubblica fatica a imporre la propria autorità. Compito davanti al quale, peraltro, nulla la fa indietreggiare: esistono campi di rieducazione per i nostalgici del vecchio regime, dove vengono usate anche tecnologie per condizionare la mente. All’inizio del film vediamo il Mandaloriano e il suo apprendista Grogu che non fanno più i nomadi dello spazio, ma i poliziotti al servizio della Nuova Repubblica, incaricati di dare la caccia agli ex imperiali. Tra questi ce n’è uno particolarmente mascalzone, che devono catturare.

k

La serie tv contava tre stagioni dove alla storia del Mandaloriano e Grogu faceva da sfondo una vicenda collettiva: la diaspora dei Mandaloriani che nella terza stagione intravedevano la possibilità di tornare sul pianeta d’origine. L’ultimo episodio era abbastanza aperto da far pensare a possibili sviluppi. Il più ovvio avrebbe potuto mostrare la ricolonizzazione di Mandalor da parte degli abitanti. Nel film questa traccia è completamente sparita e il protagonista, Din Djarin, ha perso ogni marzialità per diventare un Iron Man in stile Marvel. Grogu è sempre di più un gremlin verde e giocoso, una bambola animata cui vengono dedicate sequenze autonome con altri pupazzetti. L’unica idea valida è mostrare il mondo degli Hutt, vermi giganteschi il più famoso dei quali è Jabba, il gangster che nella trilogia originale si fa un bassorilievo con la salma di Harrison Ford da esporre in salotto. Nel film c’è spazio per la vicenda amletica di Rotta the Hutt, figlio del defunto Jabba, perseguitato dallo zio che ne ha usurpato il ruolo di capo dentro un’organizzazione criminale. Per il resto: Din Djarin è Pedro Pascal, prezzemolo di ogni grande franchise da tre anni a questa parte, che passa la maggior parte del tempo dentro un’armatura completa. Più che altro, un nome da cartellone. Lo stesso vale per Sigourney Weaver, la Ripley di Alien, nel ruolo di un’ufficiale della Nuova Repubblica, sul set solo pochi giorni, scritturata nella vana speranza di dare spessore a un film che è una sogliola. Il regista Favreau si è presentato alle anteprime mondiali portando con sé il pupazzo animatronic di Grogu, perché non ci fossero dubbi sul fatto che tutto si sarebbe risolto in una colossale bambinata. Se vogliamo capire quale occasione è andata persa, bisogna tornare alla serie. 

Il progetto originario di Star Wars era organizzato attorno a tre nuclei tematici: il western, con ambientazioni desertiche, saloon intergalattici malfamati e cavalieri solitari come Han Solo; i film di Kurosawa, con fortezze spaziali nascoste e Jedi che affrontano nemici dieci o venti volte più numerosi; Wagner, perché per l’intreccio Lucas si era ispirato all’Anello del Nibelungo: la lotta tra Wotan e Siegfried diventa quella tra Vader e Luke, e la versione laser di una spada che passa anche qui dal padre al figlio. Con l’esplosione della seconda Morte Nera – il Walhall dell’Impero – il materiale mitologico wagneriano è stato archiviato. L’insuccesso dell’ultima trilogia è dipeso anche dall’incapacità di rimpiazzarlo. La serie The Mandalorian, invece, ci era riuscita. Riprendeva e accentuava gli elementi western e kurosawiani, ma il suo vero contributo era la creazione dei Mandaloriani, popolo con una cultura propria, delle leggi, una terra perduta e promessa. Un materiale mitologico inedito, anche nei dettagli: il casco della Wehrmacht indossato da Vader – insieme alla spada laser, l’oggetto più iconico di Star Wars – diventa l’elmo acheo dei Mandaloriani, e la formula rituale che pronunciano nei momenti critici: “This is the way”, questa è la via, sostituisce “Che la Forza sia con te”. Se la prima trilogia di Lucas ruotava attorno allo scontro tra un padre e un figlio, e al ricongiungimento di due gemelli separati alla nascita, il mondo di Mandalor non è fondato sui legami di sangue, ma su quelli elettivi. Si è mandaloriani per nascita o per adozione, in entrambi i casi l’appartenenza al gruppo passa attraverso l’educazione al Credo e un giuramento. I Mandaloriani sono guerrieri costretti ad abbandonare il proprio pianeta dopo un attacco nucleare dell’Impero. “Dispersi per l’universo come le stelle”, vivono in comunità lontane, sfiduciate di poter tornare mai su Mandalor. A complicare tutto, ciascuna ritiene di essere l’unica depositaria del vero Credo: un codice d’onore che regola il comportamento in battaglia, l’educazione dei figli, le assemblee. Sul significato esatto di queste norme, però, e su quanto vadano prese alla lettera, le differenti comunità non sono mai riuscite a mettersi d’accordo. Il protagonista della serie e del film, Din Djarin, è uno dei tanti orfani raccolti in giro per la galassia dai Mandaloriani che lo hanno cresciuto. Anche Grogu, il cucciolo di Jedi che assomiglia a Yoda, è senza genitori. La serie racconta il suo salvataggio da parte di Din Djarin, che da quel momento lo proteggerà dall’Impero, deciso a catturarlo per farlo a fettine.

k

Din e Grogu sulla carta hanno poche probabilità di intendersi. Grogu è troppo piccolo per parlare: si esprime a vagiti e gesti, tutt’altro che facili da interpretare. Din è un cacciatore di taglie, e il suo Credo gl’impone di non togliersi l’elmo integrale davanti a nessuno. Inoltre è umano, mentre Grogu appartiene a una specie sconosciuta, i cui individui restano bambini per decine d’anni. Din è un guerriero esperto; Grogu è un sensitivo della Forza, che non padroneggia a pieno i propri poteri che si manifestano in modo improvviso e incontrollato. Eppure si capiscono, e nella serie la coppia funziona benissimo: il legame elettivo non richiede che due si somiglino. La scelta non ha bisogno di giustificarsi ma di corroborarsi. A ogni puntata lo spettatore si chiedeva come sarebbe evoluto quel rapporto, messo alla prova dalle battaglie affrontate e dalla difficoltà di comunicare. Din fa un bel passo avanti quando apprende finalmente il nome del suo compagno: Grogu drizza le lunghe orecchie, Din lo ripete solo per il gusto di vedere la reazione, un gioco affettuoso nel quale due esseri così distanti si sono vicini. Questo accade a metà della seconda stagione.

Il formato seriale aveva permesso qualcosa di raro nell’universo Disney: la lentezza. Su ventiquattro episodi, non pochi erano quelli contemplativi. La serie si fidava dello spettatore, contava sulla sua pazienza e la capacità di seguire una storia d’amicizia dall’inizio alla fine. Il film, invece, deve giustificare il prezzo del biglietto, vuole piacere anche a chi ha fretta, e gli eventi si susseguono freneticamente. Mostri, sparatorie, esplosioni. Nella serie, ogni separazione e ogni ritorno confermavano che il legame era una scelta, non un destino. Vivo perché precario: Grogu veniva rapito, Din violava il Credo per salvarlo, Grogu partiva con Luke Skywalker ma poi rinunciava all’addestramento Jedi per diventare allievo di Din e farsi mandaloriano. Nel film sono più inseparabili di prima, ma il loro rapporto non si rinnova attraverso prove e rinunce. Non è più qualcosa che devono rafforzare episodio dopo episodio. È scontato. Il titolo parla chiaro: The Mandalorian and Grogu. La coppia è diventata un marchio di fabbrica.

Nel weekend di apertura il film ha incassato 165 milioni di dollari: l’intero budget di produzione recuperato in tre giorni. È così che muore Star Wars? Tra applausi scroscianti?

Leggi anche:
Sembra Star Wars, parla come Star Wars, ha la musica di Star Wars | Riccardo Manzotti
Gli ultimi Jedi e l’età adulta della Repubblica | Simone Spoladori
Star Wars. Un timido risveglio | Emanuele Sacchi

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).