Due proposte per migliorare le nostre città

4 Giugno 2026

Ogni volta che ho la fortuna di fermarmi in Piazza del Campo a Siena m’incanto di fronte a due fenomeni che avvengono sempre. Il primo sono le persone, di ogni genere, età, sesso e provenienza che si sdraiano come se fossero in un giardino e passano un lungo tempo a osservare il cielo e le nuvole che passano sulla loro testa. A volte sono da soli, altre in coppia, ma ogni volta sembra vincere il sentimento di gioia quasi infantile di appropriarsi con il proprio corpo di una delle piazze più belle del mondo e di godersela pienamente. Il secondo effetto avviene soprattutto la sera, calato il sole, quando gruppi di ragazze e ragazzi si mettono a giocare insieme. C’è chi fa la staffetta lungo il perimetro a mimare il Palio. Chi si mette al centro dell’invaso in cerchio a lanciarsi una palla o a inventare giochi semplici che coinvolgano tutti. Le voci risuonano nella piazza e si mescolano con il garrire delle rondini e le voci di chi cena, seduto sui tavoli posti lungo il perimetro del Campo. Sembra esserci posto per tutti senza alcuna distinzione. Qualcuno mi disse che nella precedente amministrazione avevano vietato alle persone di sedersi, e posso solo immaginare la desolazione, scelta poi corretta con grande intelligenza dall’attuale sindaco. La forma della piazza, questa conchiglia perfetta che s’innesta nel cuore di Siena e definisce un giusto equilibrio con l’altezza e la mole degli edifici circostanti, la trasforma in un luogo prezioso e straordinariamente unico. E sono certo che questa conformazione chiama la voglia di sdraiarsi o di giocare molto più che nella Piazza Rossa di fronte al Cremlino o in altri spazi pubblici in cui la dimensione retorica di rappresentazione del potere che l’ha immaginata vince su tutto. 

Poi, a distanza di poche settimane, cammino in un’altra piazza meravigliosa, piazza San Marco a Venezia, vero equilibrio di architettura e forma simbolica della Storia della città. A differenza di Siena a nessuno è permesso di fermarsi, sostare con calma, giocare, sdraiarsi a terra per guardare al cielo, se non pagando il conto (salato) di una consumazione ai diversi locali che con i loro tavolini invadono i suoi fianchi lunghi un terzo dello spazio esistente. In questo caso si hanno solo due, chiare, possibilità: fluire (con breve sosta per un selfie) o consumare. Questa condizione è diffusa in tutti i grandi campi e campielli in cui stanno progressivamente scomparendo la maggior parte delle panchine pubbliche. In entrambe le situazioni la forma della piazza non è mai un problema, semmai una risorsa, ma sono le scelte amministrative e politiche che fanno la differenza e definiscono la natura sociale e simbolica del luogo. È vero che Venezia, a causa di una chiara politica di attrazione turistica, ha visto le presenze temporanee moltiplicarsi ogni anno, dovendo immaginare politiche di contenimento delle presenze e dei flussi, ma è altrettanto vero che esistono altre possibilità e scelte che comportano priorità e obiettivi totalmente differenti.

Perché tutto quello che riguarda la città, dallo spazio pubblico alle scelte che riguardano la casa, la vita quotidiana, i luoghi di lavoro, accoglienza e cura, è prima di tutto una questione politica che porta con sé scelte amministrative, sociali progettuali ed economiche che possono fare la differenza.

Granara

 

“Città non si nasce, si diventa”, con questa frase Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, scrittrice prolifica che in questi anni ha offerto contributi significativi sulle pratiche progettuali di genere e sulla questione dell’equità ambientale e urbana, chiude l’ultima parte del volume La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, edito da poco da Einaudi, che si concentra sul ruolo della città nello stabilire che futuro possibile potremmo affrontare nei prossimi decenni.

Elena Granata da sempre e coerentemente segue una traccia culturale e teorica coerente che individua nella realtà, nei suoi potenziali immaginifici e simbolici, e nelle comunità attive e critiche che vi operano, i potenziali per attivare azioni e reazioni utili a una trasformazione necessaria per evitare che le città perdano quella vitalità che le ha fatte crescere e mutare lungo i millenni della nostra Storia. Il suo ultimo libro, un pamphlet appassionato, ci aiuta a ripercorrere gli elementi cardine dell’essere città ma, soprattutto, la serie lunghissima di casi studio positivi e anche fallimentari che hanno fatto la differenza nel trasformare in meglio, o in peggio, la vita dei suoi cittadini per ogni grado sociale, di genere ed età.

Primo punto: a città è di tutti coloro che la abitano, la attraversano anche solo per un momento, la vivono costruendola e prendendosene cura, che siano umani, vegetali o minerali. La città, poi, è dove una comunità costruisce e abita un luogo che diventa la sua casa comune, dove il principio di solidarietà e sussidiarietà è centrale perché non è solo pratica sociale ma costruisce insieme i luoghi che abitiamo quotidianamente. L’essere cittadini o cittadine è, insieme, forma politica di responsabilità che, dall’inizio della nostra civiltà, impone obblighi e benefici perché la cura della casa comune comporta consapevolezza critica, attenzione all’idea di bene comune, maturità sociale che ci dovrebbe fare guardare alle nostre città come a un ecosistema fragile, delicato e complesso, di cui tutti siamo parte attiva. Questo principio elementare è diventato sempre più difficile da gestire e comprendere negli ultimi due secoli della nostra lunga Storia, quando siamo passati da uno a otto miliardi di abitanti, concentrati per quasi all’ottanta per cento nelle metropoli cresciute nei cinque continenti. Tutto questo ha imposto un’accelerazione nella costruzione di case, servizi e infrastrutture che non ha eguali nella nostra Storia e che ha prodotto quei paesaggi metropolitani che rendono la gestione della complessità amministrativa e del diritto alla cittadinanza molto difficile da immaginare e rendere equo per una grande parte della popolazione. Non è un caso che i casi studio suggeriti da Elena Granata provengano dalla vecchia Europa e da poche città distribuite in Nord e Sud America, perché le città citate hanno una dimensione fisica e sociale ancora gestibile e affrontabile, a differenza della maggior parte delle megalopoli distribuite tra Africa e Asia. Questo dovrebbe però farci riflettere sul fatto che l’Europa, oggi, è ancora di più quel laboratorio di pensiero e progetto che potrebbe fare la differenza nel contesto globale, offrendo la possibilità di un’alternativa possibile alla disumanità di quelle città costruite unicamente su parametri finanziari e prestazionali. 

Il vero tema oggi è il passaggio dalla città pubblica alla città di mercato con il progressivo schiacciamento e annullamento di ogni possibilità dello spazio di comunità di essere aperto, generoso, solidale e disponibile alle differenze. Le parole fanno la differenza, non siamo più cittadini ma utenti, lo spazio è definito gratuito perché così ha semplicemente un valore economico senza essere visto come bene comune, molte piattaforme digitali regolano i tempi e le modalità di utilizzo delle abitazioni e dei nostri consumi secondo una logica di servizio che sta mutando i nostri modi di abitare lo spazio urbano, gli spazi minimi si fanno ostili e difensivi per tutelare il decoro di chi non vuole vedere persone poco gradite. 

Il principio di resa economica di ogni spazio pubblico è davanti ai nostri occhi ed è ancora più evidente nelle grandi città come Milano, Roma, Bologna, Firenze, Venezia e Napoli. Di fronte alla quasi bancarotta dei conti pubblici, dovuti a un arretramento sostanziale dello Stato centrale rispetto alle questioni locali, i Comuni stanno facendo cassa svendendo i gioielli di famiglia, cominciando dai beni immobili fino ad arrivare ai marciapiedi delle nostre strade e ai sagrati delle piazze. Oltre a questo la politica di liberalizzazione del mercato residenziale ha generato la silenziosa espulsione di studenti, anziani e famiglie a basso reddito dalle zone centrali delle città con una pressione ingestibile del flusso turistico che svuota le città di vita reale. A questo si accompagna un’assenza del progetto urbano per i bambini oltre che per gli adolescenti a cui vengono progressivamente negati spazi comuni liberi e centri sociali da una politica statale repressiva molto pericolosa e spesso appoggiata dalle singole municipalità. Il risultato è l’immagine di una città frantumata, senza la guida un pensiero unitario comandato dall’amministrazione pubblica, in cui un cittadino comune si deve muovere tra spazi e parchi a gestione privata vedendo ridotta la possibilità di vivere liberamente gli spazi urbani. 

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Piazza del Campo, Siena, fotografia di Alessandro Stech.

L’esempio classico fornito da Elena Granata è nelle mitiche sedie di metallo verde che troviamo nei Giardini del Luxembourg a Parigi, che ogni volta ci fanno impazzire per l’idea che una minuta infrastruttura pubblica possa fare la differenza e la qualità nella nostra giornata trasformando quel parco in un paesaggio dinamico in cui persone e cose mutano continuamente. 

Esattamente l’opposto di una qualsiasi piazza milanese in cui lo spazio di passaggio libero del pubblico è stretto tra due file parallele di siepi, ombrelloni e sedute esclusive che annullano l’idea stessa di luogo pubblico. La scelta del Luxembourg si può accompagnare coerentemente insieme alla decisione del limite orario dei 30km all’ora decisi a Parigi e oggi portati, e avversati, a Bologna.

Ma vorrei ricordare le polemiche che decenni fa vennero fatte dai commercianti di mezzo mondo contro la pedonalizzazione delle strade centrali, per poi creare spazi urbani che oggi nessuno vorrebbe più cambiare. 

Il libro di Elena Granata è un importante corollario di scelte politiche coraggiose, di azioni di comunità ambiziose, di progetti spiazzanti ma necessari che possono fare la differenza e la nostra autrice afferma che questi segnali , che sono la percezione di stanchezza di fronte all’arroganza della città del mercato, sono stati una delle ragioni che l’hanno indotta a scrivere questo volume, che è insieme un libro di urbanistica per l’abitante comune e quasi un manifesto politico da offrire a un possibile candidato sindaco.

Un tema è ormai chiaro: il nostro continente e l’Italia stanno percorrendo un crinale delicato, decisivo e pericolo insieme, tra la scelta di puntare sulla dimensione competitiva, finanziaria e prestazionale delle nostre città, correndo il rischio di perdere l’anima, e, soprattutto, parti fragili ma necessarie dei suoi abitanti. O di tornare a studiare e sperimentare coinvolgendo scienziati sociali, progettisti, cittadine e cittadini insieme alla parte sana e vitale della nostra economia per costruire città ed eco-sistemi urbani capaci di diventare modelli a cui il resto del mondo potrebbe guardare. Credo sia importante evitare la logica un po' nostalgica ed elitaria del paese in città o della comunità virtuosa e indipendente come obiettivo, perché la città è anche prodotto di conflitti e contraddizioni che non si possono cancellare. La gara non è tra la città vellutata, bianca, indifferente ed estetizzante per pochi e il villaggio eco-sostenibile e solidale, perché la vera sfida è quella di costruire la città reale capace di contenere le diseguaglianze sociali più radicali, di accogliere turisti e migranti insieme, di offrire una casa a costi calmierati alle fasce più fragili della popolazione, di immaginare aree verdi ampie per contrastare il cambio climatico e offrire benessere a chiunque, di considerare i vuoti come occasioni e non come spazi non sfruttati e di pensare a un sistema diffuso ed elementare di servizi aperti alla popolazione. 

Questo vuole dire ripensare in un secolo nuovo il sistema di Welfare State sociale e urbano da cui lo Stato Centrale si è progressivamente ritirato, lasciando i nostri servizi essenziali in mano al mercato privato e senza alcuna forma di mediazione politica necessaria. Questi elementi fanno città e la fanno a misura di cittadini e cittadine e dovrebbero diventare il centro di ogni buon programma elettorale per i sindaci che si presenteranno nelle nostre città nel prossimo anno. 

Sui questo tema il lavoro di Elena Granata lancia due proposte importanti. 

Chiedere alle amministrazioni uscenti di fare un elenco dettagliato di tutti quei servizi pubblici resi gratuiti alla popolazione così da misurare il grado di progresso civile delle nostre città. 

E chiedere alle amministrazioni entranti di fare un programma politico per i servizi dedicati agli abitanti dei primi 5000 giorni, ovvero dai primi nati sino agli adolescenti, quindi le fasce più fragili, invisibili e bistrattate delle nostre metropoli. Una delle cose che mi ha sempre colpito dei programmi educativi di Reggio Children è il fatto che i bambini e le bambine sono cresciuti prima di tutto come cittadini, non come consumatori o utenti, ma come cittadini liberi e consapevoli in cui la città, la sua forma e i suoi servizi pubblici sono messi al centro di una forma mentale che li rende cooperativi, solidali e responsabili. Se vogliamo che le città ci accolgano, dobbiamo tornare a fare politica in città, provocare dibattito politico e scelte reali su come cambiare lo stato reale, farci progettisti ideali e reali, perché la città torni a essere di tutti e tutte oltre che diventare luogo di futuro possibile in cui costruire, insieme, alternative necessarie per un mondo che sta drammaticamente mutando.

In copertina, Piazza San Marco, fotografia di Toa Heftiba.

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