La lunga corsa di Alessandro Carlini
È la storia di un viaggio il libro di Alessandro Carlini I battiti della montagna, attraverso le Alpi e gli Appennini, la letteratura e la malattia. Le alte cime, i grandi orizzonti, i buoni libri lo appassionano sin da ragazzino, e lui immagina che lo avrebbero accompagnato per sempre, insieme al gusto di scrivere, così diventa giornalista e viaggia tra America e Gran Bretagna. Soffre sin da piccolo di una cardiomiopatia dilatativa, curata e contenuta dai farmaci, con la spada di Damocle di un intervento chirurgico.
Un giorno tutto pare frantumarsi: il cuore non ce la fa più, occorre un trapianto. Oltretutto, le trentennali cure con diuretici hanno finito col rovinare i suoi reni. Deve essere trovato anche un rene quindi. L’attesa dura 5 anni, con l’obbligo di non allontanarsi oltre i 200 chilometri da Bologna, città d'adozione per l'autore ferrarese, per avere la certezza di poterla raggiungere entro tre ore per l’intervento. Cinque anni sul filo, un’attesa che potrebbe chiudersi in un qualsiasi giorno; Alessandro spera, vive e scrive intanto, aspetta, ascolta a volte il battito del suo imprevedibile cuore.
Nella primavera del 2021 viene finalmente trovato un donatore, molto probabilmente una donna. Alessandro ha 45 anni, affronta la difficile doppia operazione (trapianto combinato lo chiamano i medici) e il lento recupero, con la tenace speranza di poter ricominciare a camminare, a salire, ad amare la vita in modo pieno e intenso. L’intervento viene effettuato il 21 aprile, ricorrenza della liberazione di Bologna nel 1945. La degenza dura 70 giorni, durante i quali deve anche superare il Covid, che per un soffio non ha la meglio sul suo corpo sfinito. In quei giorni porta sempre al collo una piastrina con inciso il famoso verso della poesia Invictus di William Ernest Henley: “I am the master of my fate, I am the captain of my soul”.
Quando la speranza di recupero diviene certezza, le montagne di tante appassionate letture appaiono mete da raggiungere, vedere e conoscere. I riferimenti storici, geografici e letterari non sono mai mera e bella citazione, sono luoghi visti, camminati e raccontati. Percorre i “sentieri della libertà”: le Dolomiti Bellunesi di Giovanna Zangrandi, le baite di Paraloup di Nuto Revelli, le Langhe di Beppe Fenoglio, l’altipiano dei Sette Comuni di Meneghello, Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern, il Col de Joux dove furono catturati Primo Levi e Vanda Maestro, l’Appennino di tanti partigiani uccisi, alcuni combattendo altri fucilati, nomi spesso dimenticati, segnati solo nelle lapidi e negli archivi. E poi i sentieri della Grande Guerra: dalle Gallerie del Pasubio all’Ortigara, dal Col di Lana al Lagazuoi, e tra i laghi di Erdemolo e d’Ezze, cari a Robert Musil, ne segue le tracce lasciate nei Diari: “Preferisce la notte. Si aggira spesso a cavallo alla ricerca di un brivido rarefatto, quasi irreale, fatto di solitudini profonde, silenzi che si dilatano come l’eco nei boschi, colori smorzati, pause sospese fuori dal tempo”. Tra le Pale di San Martino, ripensa a uno dei racconti più belli di Dino Buzzati, ambientato tra quelle cime, Notte d’inverno a Filadelfia, la storia di un pilota americano rimasto appeso con il paracadute a una guglia, tra buio, freddo e stelle lontane. Ricordando il tenente Drogo del Deserto dei Tartari, la sua attesa infinita e la sua desolata sconfitta, Carlini si lascia sfuggire una riflessione au contraire: “L’attesa mi ha perseguitato e spronato. Il tempo mi avrebbe salvato, non condannato. Me lo sono ripetuto sino allo sfinimento”.
Fra i tanti scrittori di cui ripercorre le tracce, quello più amato è Fenoglio: nel capitolo a lui dedicato lo si avverte in modo inequivocabile, anche quando ne incontra la figlia, Margherita. La scrittura tesa e originale del grande scrittore-partigiano, l’epico senso della solitudine, il cocciuto andar contro vento, il coraggio in guerra e in ospedale, sono tanti i motivi che alimentano l’ammirazione e la passione di Alessandro. Il racconto lungo o romanzo breve Una questione privata racchiude ben 17 volte la parola cuore, sino alla disperata corsa finale: “Correva sempre più veloce, sempre più sciolto, col cuore che bussava, ma dall’esterno verso l’interno, come se smaniasse di riconquistare la sua sede. Correva come non aveva mai corso, come nessuno aveva mai corso…”.
Le passioni letterarie si riflettono nello stile del libro, il ritmo è agile ed elegante, rapido e incalzante, impossibile annoiarsi leggendo. Un autore di cui segue non i percorsi ma il modo di camminare e ragionare tra luoghi e suggestioni letterarie, è il viaggiatore francese Sylvain Tesson, specie quello di Sentieri neri (Sellerio, 2018), la storia di un viaggio a piedi dalla Provenza alla Normandia affrontato dopo un grave incidente che ne aveva devastato il fisico.
Le brevi digressioni e le riflessioni che affiorano durante il racconto dei suoi viaggi sono sobrie e concrete, Carlini evita qualsiasi tentazione di renderlo una sorta di lezione di vita: nessuna concessione all’autocommiserazione, niente frasi mandate a capo per dare il senso dell’aforisma, niente trucchi da imbonitore dei sacri monti. È un libro serio, scritto con grande pudore; solo leggendo tra le righe, ripensandole giunti all’ultima pagina, viene da chiedersi quanto sia stata dura e sofferta la strada che ha percorso.
Non è solo nei suoi viaggi, a volte lo accompagnano il padre e il fratello, e l’amico medico Livio, più spesso Silvia, la sua ragazza. A volte eccede, come quando sale sul monte Chaberton, 1.300 metri di dislivello per raggiungere la cima e le casematte dove le poderose batterie di cannoni degli italiani vennero messe fuori uso in poche ore, nel giugno del 1940, dai mortai francesi; Silvia, sfinita, lo osserva con sguardi e parole di affettuoso rimprovero.
Il desiderio di scoprire, vedere, salire in alto, a volte sin troppo, è così forte e appassionato da far immaginare che nel fondo dell’animo ci sia anche un vago desiderio di fuga, dalle cure e dagli ospedali, dai giorni della disperazione, dal peso e dalla paura della malattia. La salita dello Chaberton è dura per chiunque, per lui è un rischio, ma anche l’ennesima prova da superare, l’ennesimo voler vedere una volta, almeno una volta, il grande giro di cielo e di vette che si ammira dalla cima.
Nelle foto scattate tra sentieri alpini e panorami di montagne, colpiscono la tensione dello sguardo, felice e affaticato, delle spalle arcuate sotto lo sforzo, delle gambe magre che spingono verso l’alto. In una appare in cammino sul monte Zerbion, sul filo dell’orizzonte, sempre un po' curvo e proteso in avanti, davanti a lui le cime innevate del massiccio del Monte Rosa. Dopo anni di cure, di attese, di fragilità dominate dalla volontà, la nuova vita iniziata 5 anni fa sembra avergli dato un’energia gioiosa e inarrestabile.
L’introduzione di I battiti della montagna è di Enrico Camanni, che a temi in parte analoghi aveva dedicato dieci anni fa uno dei suoi libri più belli, Alpi ribelli (Laterza, 2016).
Alessandro è un ferrarese innamorato delle altezze, trapiantato a Bologna ma in senso letterale, e mi ricorda il bolognese Giovanni Cenacchi, uno dei nostri maggiori scrittori di montagna, che scomparve esattamente vent’anni fa, poco più che quarantenne, e il giornalista Gigi Ghirotti, l’autore di Il lungo viaggio nel tunnel della malattia (Franco Angeli, 2002), per il modo lucido, laico e profondo di confrontarsi con la possibilità di chiudere troppo presto la propria esistenza.
Alessandro lavora a pieno regime come giornalista, ed è arrivato al sesto libro come autore, dopo aver descritto la Ferrara violenta fra fascismo e dopoguerra nel noir Gli sciacalli (Newton Compton, 2021), proposto al Premio Strega dal poeta Paolo Ruffilli, e aver dato alle stampe la biografia dell'ultima medaglia d'oro della Resistenza vivente, l'ex partigiana e agente segreto per i britannici Paola Del Din, con Nome in codice: Renata (Utet, 2024), entrata nella selezione del Premio Fiuggi Storia. La sua è una vita piena, assaporata giorno per giorno: nel maggio di quest’anno ha viaggiato in Norvegia, visitando i luoghi dove i commandos del britannico SOE (Special Operations Executive) fecero saltare in aria le strutture dell’acqua pesante necessaria per il progetto dell'atomica nazista, fortunatamente mai portato a termine; in giugno ha assistito divertito al concerto dei The Cure a Firenze, continua a leggere libri e a presentare I battiti della montagna, sempre con una gran carica di entusiasmo, pensando alla prossima storia che scriverà.
Continua a correre Alessandro sempre più veloce, sempre più sciolto, col cuore che bussa, non fermarti mai.