Caroline Dawson dal Cile al Canada
I genitori di Caroline Dawson partono da Valparaiso nel dicembre del 1986, per sfuggire all’atmosfera oppressiva che si respira in Cile (le elezioni libere saranno convocate solo tre anni più tardi); una volta atterrati in Canada, chiedono l’asilo politico per sé e i tre figli.
È nell’hotel Ramada di Montréal che la famiglia Dawson, come racconta Caroline in Parlavo una lingua di neve (L’orma 2026), vive la sua prima esperienza di “casetta in Canadà”, insieme a molti altri richiedenti lo status di rifugiato. I cambiamenti passano poi attraverso l’ospitalità di conoscenti, l’affitto in periferia, i lavori sottopagati per tirare a fine mese; e per la bambina Caroline l’elettrizzante esperienza della neve si mescola al disagio di sentirsi diversa per i capelli troppo scuri o per il francese zoppicante, ma anche per le merende “esotiche” di dulce de leche o di avocado, che nel gruppo dei coetanei la rendono subito identificabile come straniera.
Acquisire i codici del paese ospitante e adattarsi a una cultura differente è fatica quotidiana per ogni emigrante. Ancora più difficile l’ottenimento di una reale condizione di parità. Una montagna difficile da scalare, che spesso diventa isolamento sociale, frustrazione, risentimento o depressione. È la rabbia il sentimento prevalente nella vita della bambina Caroline, perfino verso i vicini portoghesi che mantengono la fedeltà alle proprie origini contadine “ostinandosi” a tenere un orto: “coltivare verdure era una cosa da poveri” è lo sprezzante giudizio che riversa su di loro.
Alla bambina Caroline manca la coscienza che la diversità è vitale. Ciò a cui anela è essere uguale alle sue compagne di scuola, per cui mette in atto elaborate strategie di mimetismo. Il disagio iniziale poco a poco diventa vergogna: da qui nascono sia le sue esercitazioni davanti allo specchio per modificare i propri gesti spontanei, sia le pressanti richieste alla madre per eliminare le abitudini “cilene”. Solo da adulta, Dawson prenderà coscienza dei propri debiti nei confronti dei sacrifici che i suoi genitori si sono imposti per darle la possibilità di farsi strada nella vita. E il libro è in un certo senso una richiesta di perdono alla madre per quell’ingiusta vergogna che ha dominato la bambina e l’adolescente Caroline. È infatti sano coltivare una parte di sé indignata di fronte a certe situazioni che altri accettano come uno stato di cose immutabile, ma la vergogna è un tormento distruttivo, come spiega il sociologo Didier Eribon nella postfazione, analizzando le tensioni, le contraddizioni e le scissioni della personalità che si condensano nel testo.
È un memoir?... La prima impressione si fa sempre più vaga: molti aneddoti infatti presentano una coscienza economico-sociologica da anziano e scaltrito marxista, piuttosto inverosimile in una bambina che sta attraversando il periodo del pensiero magico e che riversa il suo amore su una bambola Barbie. Con tutta probabilità si tratta di falsi ricordi, come l’autrice stessa ammette nel finale parlando del programma Passe-Partout. O come nel capitolo in cui racconta il suo incontro con l’indipendentista Pierre Falardeau, (regista del sarcastico Le Temps des bouffons, primo premio al festival di Bilbao 1994): probabilmente da ragazzina deve aver visto nelle vetrine delle librerie di Montréal il pamphlet di Falardeau – La liberté n’est pas une marque de yogourt (Stanké 1995) – ricavandone il falso ricordo del furto di yogurt che lei colloca all’inizio del 1987.
La definizione più appropriata è forse quella di “fiction sociologica”, ricavata dalle riflessioni retrospettive che Dawson elabora quando comincia a frequentare il dipartimento di sociologia dell'Università di Montreal: “La prima volta che ho seguito una lezione di sociologia al college è stato come sentire la mia lingua madre. Non era l’unico linguaggio che descriveva la realtà e nemmeno il migliore, ma era quello in cui mi riconoscevo. La lingua della sociologia parlava di classi sociali, di sfruttamento, di capitale culturale, sociale, simbolico. Parlava soprattutto di dominazione, ma anche, nei momenti più belli, della possibilità di sottrarsi al destino sociale. Era la mia realtà espressa a parole. Ben prima di iniziare a studiare questa disciplina avevo capito che le traiettorie di ciascuno dipendevano dalla sua posizione sullo scacchiere sociale. Sapevo qual era il mio posto e cosa aspettarmi realisticamente quanto a mobilità sociale”.
La piena presa di coscienza sui costi dell’emigrazione avviene però più tardi, in Svezia, dove Dawson si trasferisce dopo il matrimonio. Per la seconda volta nella sua vita, si ritrova anonima e muta in una città magnifica, ricca e fredda. Adesso però è adulta: nessuna scappatoia di pensieri magici. Ripensa al passato: riconosce che col tempo ha dimenticato la vergogna dell’infanzia e che la sua patria è non tanto il Cile quanto il Québec: proprio quel Québec di cui per tutta l’adolescenza ha stentato a riconoscere il merito di aver offerto a un’immigrata di seconda generazione dei seri percorsi di mobilità sociale, permettendole di diventare professoressa universitaria.
Rimpiange però di aver fatto tabula rasa dello spagnolo originario, che non potrà trasmettere ai figli, perché nel suo cervello rimane una “lingua-inquietudine” associata al disprezzo e al disonore. Ne ha capito i danni solo quando è arrivato il momento di fare addormentare il primogenito e non ha trovato nella memoria le ninnenanne che le erano state cantate quand’era piccola: “Avevo abbandonato la mia lingua, che era diventata furtiva”.
Dovendo in Svezia reimparare a parlare – cambiando accento, grammatica, vocabolario – la questione della lingua le si presenta allora come cruciale. In effetti sono le pagine più importanti del libro quelle sul suo apprendimento del francese negli anni Ottanta. All’inizio faceva parte dei mimetismi da profuga che la bambina Caroline metteva in atto per sopravvivere, ma in seguito il francese diventa poco a poco l’ancora di salvezza: Là où je me terre, come dice il bel titolo canadese che inspiegabilmente non si ritrova in quello italiano. Infatti, la lingua in cui si cresce è rifugio, patria e, soprattutto, possibilità di “scriversi”.