Paulo Nazareth profanatore
Un segno bianco traccia una linea attraverso Punta della Dogana. Cristalli di sale — una traccia che funziona come limite, come confine impossibile da oltrepassare senza toccarlo, senza portare via frammenti sulla suola. Iscrizione di una rotta dentro lo spazio che per secoli l'ha amministrato, misurato, convertito in valore. Il minerale stesso che conserva, corrode, preserva anche il ricordo dei corpi transitati. Christina Sharpe lo chiama wake: quella scia lasciata dall'acqua quando una nave passa, il disturbo che rimane sulla superficie dopo il passaggio di una massa. Veglia funebre simultaneamente, il dovere morale di mantenere aperta una ferita invece di lasciarla cicatrizzare.
Nel suo libro In the Wake, la teorica afroamericana sviluppa questo duplice significato con rigore fenomenologico: la traccia fisica permane, così come il dovere etico di non lasciar svanire una perdita. La scia continua a disturbare la superficie anche dopo che il corpo che l'ha generata è sparito. Sharpe parla di wake work, del lavoro che consiste nel mantenersi dentro il disturbo, nel rifiutare la riconciliazione prematura, nel tenere gli occhi aperti sulla violenza che persevera. Paulo Nazareth costruisce Algebra (Punta della Dogana, fino al 22 novembre 2026) partendo da questo doppio codice — l'esposizione trasforma uno spazio di misurazione storica in campo di segni irrisolti, di impressioni che l'istituzione contiene soltanto se acconsente a trasformarsi nel contatto. Il minerale della conservazione e della corruzione diventa qui il mezzo rituale attraverso il quale una storia rimossa riprende forma materiale e percettibile.
Il corpo come strumento di conoscenza
Nazareth ha costruito la sua ricerca lungo oltre vent'anni di movimento continuo. Metodo sistematico, forma di indagine epistemologica dove il corpo stesso diviene strumento di misura e di conoscenza. Carne come apparato di ricerca, percorso come metodologia diretta, via tracciata come archivio che registra quello che i documenti ufficiali omettono. Ha attraversato quindici nazioni con i piedi scalzi, documentando la mobilità come dato fisico diretto, come l'esperienza che la carne subisce e sedimenta. La curatrice Fernanda Brenner lo descrive come «un trickster, un profanatore — anche quando si tratta di architettura»: uno che entra negli spazi costituiti per disturbare le categorie attraverso cui questi hanno sempre negato l'accesso a chi non corrisponde ai loro parametri di visibilità.
La ricerca di Nazareth riposa su questo punto essenziale: il corpo genera sapere attraverso l'esposizione radicale ai territori attraversati, agli elementi ambientali, alla vulnerabilità come condizione generatrice di verità. Il viaggio si trasmette nella incarnazione, modifica l'articolazione dello sguardo, trasforma le possibilità percettive. Quando Sylvia Wynter, estendendo Merleau-Ponty, ha teorizzato che il corpo sia il luogo dove la conoscenza accade, intendeva precisamente questa fenomenologia: la materia umana pensa attraverso il movimento, attraverso la fatica, attraverso il trauma. La fotografia dal Brasile a New York registra quello che la forma vivente ha già patito, in che modo lo sfinimento ha riordinato la percezione, come un'incarnazione trasformata dalla marcia vede gli ambienti in modo radicalmente incommensurabile rispetto a chi contempla da posizioni stabili. Soltanto la registrazione di ciò che il vivente ha già insegnato.
L'operazione di Nazareth costituisce smascheramento delle economie storiche che strutturano ancora il presente. Il colonialismo rimane attivo quale dispositivo operante. Le rotte della tratta transatlantica, della migrazione coercitiva, del lavoro precarizzato rimangono iscritte nelle architetture territoriali, nei meccanismi di confine, nelle tecnologie di controllo che le istituzioni culturali stesse hanno ereditato senza interruzione. Nazareth restituisce al corpo quella centralità che il passato coloniale ha sistematicamente negato — attraverso operazioni materiali che rendono tangibile quello che le burocrazie preferirebbero mantenere sepolto o dimenticato.
Il corpo marcato dalla storia
Nazareth rimane marcato, specifico, radicalmente storico. Frantz Fanon aveva dimostrato come il corpo nero costituisca sempre una questione aperta, uno spazio di interrogazione perpetua. La carne di colore rimane sempre già classificata nelle tassonomie amministrative, sempre misurata secondo logiche di valutazione che precedono e costituiscono l'umanità riconosciuta. Lui incarna questa realtà letteralmente, la trasporta da un continente all'altro lasciando segni tangibili sul terreno. Il colore della pelle funziona simultaneamente come documento d'accesso e come impedimento al movimento, come passaporto e frontiera nella medesima materia. Ogni luogo che attraversa lo attraversa a sua volta, lo modifica, lo marchia con i suoi effetti. La separazione netta tra il soggetto e i luoghi rimane impossibile.
Quando Nazareth entra dentro Punta della Dogana — dentro l'edificio che fu macchina amministrativa della Venezia mercantile, lo spazio storico deputato a pesare, catalogare, convertire in valore merci e persone — porta con sé l'impossibilità stessa di operare in condizioni di neutralità. L'esposizione rappresenta la persistenza del presente storico dentro il sito che quello stesso presente vorrebbe negare o superare. La violenza rimane attiva dentro il museo contemporaneo, dentro le pratiche che ancora organizzano gli spostamenti e le forme di vita.
Le scie irrisolte
Muovendosi tra le sale, non si può sfuggire all'attrito di quella geografia di sale — cristalli che conservano e corrompono simultaneamente, materia fisica e traccia rituale. Nelle tradizioni religiose africane della diaspora il sale opera come agente di purificazione, protezione, guarigione — elemento che media tra il visibile e l'invisibile, tra il presente e le forze che lo attraversano. Nazareth definisce il suo lavoro "arte de preceito": le prescrizioni rituali che strutturano queste religioni della diaspora. Sul pavimento dell'istituzione opera come dispositivo rituale vero e proprio, come atto di sopravvivenza, come tentativo concreto di rianimazione di quello che la storia ha sepolto. Attraversa le sale dell'esposizione senza rispetto per le partizioni costruite, disturba l'ordine architettonico, rifiuta il contenimento entro confini prestabiliti.
Punta della Dogana era precisamente quello spazio veneziano deputato alle operazioni di misurazione, quantificazione, conversione di ogni cosa — merci, corpi schiavizzati, capitali — in entità amministrativa valutabile. Un disegno esposto mostra le dimensioni di una stiva di nave: fino a quattrocento individui ammassati nello spazio esatto dove il visitatore contemporaneo sta camminando. Fernanda Brenner nomina questa continuità senza attenuamenti: «Lavorare a Venezia significa confrontarsi con ciò che queste rotte hanno lasciato di irrisolto» ("Working in Venice means confronting what these routes have left unresolved”).
L'esposizione rifiuta di chiudere il racconto. Lascia i segni aperti, irrisolti, come scie che continuano a propagare disturbo sulla superficie.
L'operazione di Nazareth si manifesta attraverso diverse stazioni: il corpo fotografato secondo le convenzioni della valutazione commerciale, i prodotti di consumo cristallizzati dentro resina trasparente, i teschi animati dal respiro dell'artista vivente, i panni ricamati dalla madre che ricoprono le architetture dello spazio. Accumula interventi che rifiutano la risoluzione, mantengono aperta l'interrogazione circa chi può abitare uno spazio pubblico, chi possiede autorità per testimoniare, cosa rimane quando l'incarnazione ha attraversato i siti amministrati.
In Sem título, da série Para Venda (2011), Nazareth si fotografa nudo sottomettendosi deliberatamente alle convenzioni della valutazione commerciale. La forma diviene merce, unità classificabile secondo logiche di prezzo. Irit Rogoff ha dimostrato come la critica risieda dentro le proprie condizioni di visibilità, dentro l'istituzione che critica. Nazareth entra consapevolmente in questa trappola tramite la propria materialità. Transita lo spazio della valutazione; il meccanismo rimane visibile sulla superficie come incisione aperta che rifiuta di cicatrizzare, come ferita che si oppone ai tempi istituzionali della guarigione.
In Products of Genocide, i manufatti di consumo recanti nomi e immagini di comunità indigene — caffè colombiano, sigarette American Spirit — vengono imprigionati dentro resina trasparente. La merce viene fermata al momento della consunzione, cristallizza il modo in cui l'economia contemporanea digerisce e trasforma in merce le identità che simultaneamente cancella. In Antropologia do negro I e II, Nazareth accumula teschi di collezioni museali sul proprio volto e sul proprio torso, animandoli col proprio respiro biologico. Quello che l'istituzione ha pesato, catalogato, confinato, viene temporaneamente liberato attraverso l'animazione dell'artista. I morti recuperano una mobilità precaria, fragile, sempre sul punto di crollare, sospesa perpetuamente sull'orlo del silenzio. Le archeologie museali riacquistano forma volatile attraverso il contatto diretto con la vitalità incarnata.
Courtesy of the artist and Mendes Wood DM, São Paulo, Brussels, Paris, New York Photo credit: Gui Gomes © Paulo Nazareth.
Dopo il museo
Quando esci da Punta della Dogana, torni tra le calle di Venezia — attraversi i ponti, ritrovi i ritmi ordinari della città commerciale. Lo sguardo rimane trasformato. Qualcosa di più sottile e di più persistentemente presente: chi cammina percepisce ora una frizione continua fra la propria incarnazione e il sito che occupa. Il camminamento post-esposizione rivela le dimensioni quotidiane della frizione storica.
Vedi i turisti come figure in transito, in eccesso rispetto ai confini concepiti, che il luogo contiene soltanto parzialmente. Le Havaianas consumate dai venditori sulla Rialto misurano una fatica reale, una vulnerabilità ordinaria, la logica della sopravvivenza economica. La carne di colore che transita per Venezia comunica ciò che abitare uno spazio pubblico significa quando il colore della pelle costituisce già una questione aperta, già un elemento di frizione col territorio. La linea rimane sul cemento — bianca, ostinata, ambigua. Non hai smesso di portarla con te attraverso la città. L'operazione della marcia continua dentro le mura e fuori, dentro l'istituzione, dentro la rappresentazione stessa, dentro la percezione che rifiuta di chiudersi entro interpretazione stabile o definitiva.
Algebra riesce ancora a generare ciò che pochi spazi pubblici riescono: modificazione della percezione stessa, incapacità di tornare a muoversi nei siti come se il corpo fosse trasparente, come se il passato coloniale non transitasse attraverso la pelle, come se il rifiuto sistematico di rispondere, di tradurre in linguaggi domestici, di significare completamente rimandasse infine l'interrogazione fondamentale su chi può abitare, chi testimonia, come il presente continua a contenere le violenze archiviate. La domanda rimane aperta. Il disturbo persiste.
In copertina, Paulo Nazareth, Untitled, from Notícias de América series, 2011, Pinault Collection © Paulo Nazareth.
Paulo Nazareth, Algebra
Punta della Dogana (Venezia)
29.03.2026 - 22.11.2026