I mondi mirabolanti di Piero Camporesi

2 Luglio 2026

Chirurghi disinibiti e con il coltello facile, ciarlatani dalle mirabolanti trovate pubblicitarie, truffatori di sovrani e di poveri diavoli, figuri (come Cosimo I di Toscana) che autorizzano senza fare una piega dissezioni anatomiche su gente viva (i soliti delinquenti), speziali e teorici del formaggio come carburante erotico (ma ottimo anche per i clisteri), grandi annusatori che fiutano il diavolo nei legumi o la puzza di magia, eremiti che catturano donne con botole nascoste per andarci a letto e laidi travestiti da suore che si introducono presso le famiglie bene per insidiarne le fanciulle: questa una breve carrellata della variopinta ciurma dei secoli passati evocata dalle pagine di La miniera del mondo (1990) di Piero Camporesi (1926-1997), che Il Saggiatore ha appena ripubblicato dando seguito alla costante riproposta dell’opera camporesiana che ha preso avvio ormai da una decina di anni.

Scrittore multiforme che muove i primi passi come studioso di Petrarca solo per scoprirsi, senza comunque mai sconfessare il suo imprinting filologico, antropologo e rabdomante della cultura materiale dell’età moderna (oltre che, secondo il suo bellissimo e araldico biglietto da visita, preso da Giordano Bruno: «academico di nulla academia»), Camporesi è, prima di tutto, un affabulatore brillante e dalla vena ipertrofica: con potere incantatorio nelle sue pagine sfilano sfilze di deformità, allucinazioni, mostruosità quotidiane della gente comune; il suo occhio coglie il non detto e filtra, con beneficio di inventario, nel mare di fonti letterarie, mediche, cronachistiche, carnevalesche che lambisce con le sue onde il lettore, quello che è stato scritto in un modo (un trattato di demonologia, una ricetta erboristica, un sonetto) ma che va inteso spesso in un altro, a volte addirittura al contrario.

Tipiche questioni camporesiane possono essere: che idea del paesaggio poteva avere chi vedeva in montagne e foreste prevalentemente delle risorse economiche materiali, beni naturali da sfruttare per tirare a campare alla meno peggio oppure per arricchirsi senza tanti patemi e sicuramente senza la più pallida ombra di un rimorso proto-ambientalista? Come mangiava la gente comune? Come erano “tagliate”, mischiate, le farine dei loro pani? Dove è finito il gergo dei mestieranti, con le antiche canzoni settoriali dei muratori, la lingua franca delle osterie e dei bordelli, dei piccoli criminali, dei ladri di polli?

Praticamente impossibile non essere affascinati, per esempio, da Leonardo Fioravanti, il primo personaggio che ci salta incontro da La miniera del mondo: medico-chirurgo e ciarlatano (le vicende del quale, dopo questo assaggio preliminare, occuperanno per intero il camporesiano Camminare il mondo, riedito da Il Saggiatore nel 2023) che impara a fare i trapianti cutanei di chirurgia estetica cucendo in faccia a mutilati e ustionati i loro stessi gomiti, che naviga per il Mediterraneo schivando le palle di cannone dei Turchi, che scrive libri dai titoli accattivanti (Dello specchio di scientia universale, De’ capricci medicinali), che confeziona pasticche e unguenti spacciati per miracolosi (il «balsamo artificiato») e spediti dappertutto, e che cerca, tra le altre cose, di rifilare, con considerevole aplomb, ai potenti del suo tempo una bufala via l’altra, come una pece che farebbe correre velocissime le navi sulle onde.

La miniera del mondo, titolo che strizza l’occhio a magnifici testi del passato studiati dallo stesso Camporesi (penso all’Idea del giardino del mondo di Tomaso Tomai, o alla Piazza universale di tutte le professioni del mondo del funambolico plagiario ed erudito Tomaso Garzoni, la cui edizione einaudiana del 1996, curata da Paolo Cherchi e Beatrice Collina, si deve proprio all’interessamento di Camporesi) è divisa in tre sezioni: dopo la prima, dedicata a Fioravanti, e che ospita in appendice anche delle sue lettere inedite, piene di chiodi fissi e redatte in un italiano sgangherato che i correttori tipografici delle sue opere a stampa avevano al contrario epurato e pettinato, segue una seconda sezione che spazia da un micro-trattato sui formaggi, a una gita nelle officine dei «lambiccanti», fino all’esplorazione a tappeto di tutto ciò che, nei mestieri ignobili, ha a che fare con sporcizia, sudore e una nozione di igiene quantomeno ballerina.

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I formaggi sono la porta che consente di entrare nel grande regno dell’alimentazione che, come Camporesi ripete a spron battuto, nell’Occidente medioevale e della prima modernità, era strettamente imparentato a quello dell’alchimia, attraverso il «lucido incubo» del «labirinto dietetico» dell’alimentazione galenica, che si regolava con la teoria degli umori (motivo per cui si devono alternare formaggi freschi a formaggi stagionati, o per il quale, anche, esistono formaggi per gli stomaci forti di chi si spacca la schiena nei campi che vengono schifati dai raffinati rampolli nobiliari del secolo dei Lumi). Qui brilla la figura dell’avventuriero formaggiofilo Pantaleone da Confienza, enciclopedico monomane che batte tutta la Francia per farsi regalare tome e tomini dalle dame dei castelli e che ammira in Olanda i formaggi marchiati come se fossero dei codici miniati.

   "L’ossessione del bianco e del pulito era inconcepibile in secoli in cui la coprofagia era qualcosa di più d’un ricordo lontano, e gli escrementi entravano comunemente sia nella farmaceutica che nella cosmetica,"

in secoli in cui, tra l’altro, regnava il pregiudizio che lo sporco salvasse dalla peste (occludendo i pori della pelle evitava l’ingresso nel corpo delle particelle infette). 

Camporesi, a tale proposito, si produce in un excursus sull’urina davvero interessante: sull’urina umana (usata dai tintori, che nelle loro officine dovevano tesaurizzarla facendo tutti la pipì nello stesso vaso; usata dalle suore, che la bevevano per farsi venire le mestruazioni; usata dai medici, come disinfettante sulle ferite aperte; usata dai produttori di profumi) e sull’urina animale (i mugnai, che immagineremmo soffusi di candide nuvolette di farina, sguazzavano dentro a quella del mulo che faceva girare la loro macina). Sempre da bere, invece, era ottima quella dei bambini. Davanti a tutto ciò 

   "rispunta il rimosso anale, riemerge imperiosa l’ossessione igienica che fatalmente fa coincidere il pulito con il virtuoso, lo sporco con il malefico; rivive l’imbarazzo freudiano che molti provano di fronte a tutto quanto rammenta troppo vistosamente la loro origine animale."

La terza sezione del libro (che raccoglie, a differenza delle prime due, solo materiali già editi) squaderna, tornando al mondo dell’alimentazione, il grande tema del pane «alloiato», delle farine ibride e drogate con loglio, papavero, artemisia, canapa e altre erbe medicinali che garantivano pancia piena e sogni ad occhi aperti a torme di braccianti e di altra povera gente che accedeva al sogno come compensazione di una vita di fame e fatica. L’indagine sulle «pratiche di autointossicazione» quotidiana di una «cultura di povertà», che sonda «l’incidenza della tossicità vegetale sulle strutture mentali collettive», agganciandosi all’universo dello sciamanesimo, riconnette, ferme restando, oltre alle ovvie affinità, le differenze di metodo e approccio tra i due studiosi, le ricerche di Camporesi su Il pane selvaggio (suo titolo del 1980, riedito da Il Saggiatore nel 2016) a quelle sui riti agrari e gli stregoni dei campi di Carlo Ginzburg (I benandanti, del 1966). I processi alle streghe, dice Camporesi, sono in realtà processi alla cultura popolare (ridotta a brandelli dal Concilio di Trento), alle donne (le mammane, le guaritrici) che ne erano il cuore.

Ho ricordato l’autodefinizione «academico di nulla academia»: come il suo autore, La miniera del mondo vive nel paradosso: non è, pur avendone tutte le caratteristiche, un semplice saggio accademico di storia letteraria o di antropologia culturale dell’età moderna: è piuttosto un umorale libro-calderone che coincide, di volta in volta, con il suo oggetto, in cui i due piani dei testi e dei contesti evocati e della scrittura critica, spessissimo, si fondono e si intrecciano a vicenda; nel quale le voci di speziali, mediconzoli, aromatari, gesuiti, cuochi si impastano a quella propria di Camporesi (cioè a quella di un uomo che, per sua stessa ammissione, avrebbe voluto rinascere come anatomista del Seicento), producendo un amalgama plurisecolare che le rianima e le porta fino a noi, come in un rito, come in uno spettacolo di ventriloquismo.

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