Le Albe: il coro, la voce, la luce

Due spettacoli recenti offrono l’occasione per tornare sul Teatro delle Albe e sulle sue anime complementari: da un lato l’energia corale e politica della non-scuola, dall’altro una ricerca vocale e visionaria che attraversa dialetto, suono e memoria.

L’Antigone adolescente di Marco Martinelli (Maddalena Giovannelli)
Seguo da molti anni, per interesse di studio e di ricerca, il lavoro di Marco Martinelli sul teatro di Aristofane. Ho studiato, e non di rado mostrato a lezione, il modo in cui ha saputo “aprire” le drammaturgie antiche, accostando al grido antico contro la guerra e le ingiustizie altri gridi contemporanei: quelli degli adolescenti di Ravenna, di Scampia, di Pompei, del Senegal, del Kenya. Ho osservato i numerosi cori dispiegare la loro energia sul palco, riflettendo sul fatto che l’unico modo per restituire una coralità non artefatta è, in definitiva, creare le condizioni perché quella coralità esista davvero, dentro e fuori dalla scena. Per questa ragione ho appreso con curiosità e stupore la decisione di Martinelli di abbandonare le forme e le strutture del comico – di per sé più aperte a interpolazioni, abbassamenti di tono, giochi sul contemporaneo – per cimentarsi per la prima volta con la tragedia. La scelta è caduta su Antigone di Sofocle, all’interno di “Sogno di Volare”, il progetto nato nel 2022 dall’incontro con il Direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel; dei notevoli esiti degli scorsi anni ha scritto Francesca Saturnino in un bel volume (La non scuola di Marco Martinelli, Luca Sossella Editore 2024), e in diversi articoli su Doppiozero. Anche in questo caso il lavoro è nato e ha preso forma a partire da un lungo attraversamento delle scuole del territorio: ad abitare la scena sono un centinaio di studenti e studentesse di Pompei, Castellammare di Stabia, Torre Annunziata e Torre del Greco, accompagnati dalle ormai imprescindibili guide Valeria Pollice e Gianni Vastarella. Ho visto lo spettacolo a fine maggio al Teatro Alighieri di Ravenna (nell’ambito di Ravenna Festival), e al debutto presso il Parco Archeologico di Pompei. In altre occasioni – per esempio nel caso degli Uccelli, 2022 – mi era parso che gli spazi rigidi del teatro all’italiana sottraessero potenza a quella vorticosa moltitudine di giovani esseri umani che si appropriano del palcoscenico. L’impressione questa volta è stata opposta, e credo che qui vada cercato il tratto che distingue Antigone dal precedente lavoro di Martinelli sul teatro antico, facendone il risultato forse più pieno e maturo. La forma tragica sembra avergli imposto, per così dire, un principio di concentrazione: l’energico e potente caos che animava gli spettacoli aristofanei si trasforma in questo caso in una partitura asciutta, di sorprendente rigore. I giovani performer, vestiti di nero, abitano la scena disegnandone continuamente le geometrie, mentre le luci di Vincent Longuemare ritagliano con precisione cori, volti, traiettorie. Anche il rapporto con il testo appare mutato. Martinelli, che firma come sempre la riscrittura, non interviene per innesti e aggiunte ma piuttosto per sottrazione, rinunciando ad alcuni snodi della vicenda (come la doppia sepoltura di Polinice), comprimendo l’arco drammatico fino a lasciarne emergere le linee essenziali. I ragazzi e le ragazze non aggiungono questa volta parole proprie, come accadeva in altri lavori del regista. Si appropriano invece di quelle di Sofocle, pronunciandole con il proprio dialetto, la propria cadenza, il proprio respiro.

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Antigone, foto di Renato Esposito.

Ci sono poi alcuni aspetti interpretativi su cui vale la pena soffermarsi, a cominciare dall’equilibrio dialettico tra Creonte e Antigone. Una lunga tradizione scenica soprattutto novecentesca – da Brecht al Living Theatre – ha orientato con decisione le proprie simpatie verso Antigone, trasformandola nell’emblema della ribellione al potere. Martinelli, per molti aspetti, si colloca dentro questa linea: Creonte entra in scena come un odioso leader contemporaneo, piacione, affamato di consenso, un influencer della politica circondato da seguaci. Gli omaggi al Living e le citazioni sono ben riconoscibili: il cadavere insepolto di Polinice rimane per tutta la durata dello spettacolo al centro del proscenio, polo magnetico dell’azione, sineddoche dei troppi caduti delle guerre di oggi. La presenza dei corpi adolescenti, tuttavia, cambia di segno le linee di tensione tra i personaggi e dunque i significati profondi del testo. Sofocle, nella sua drammaturgia, insiste sulla giovane età di Antigone. Dopo aver difeso con ostinazione i propri principi nella prima parte della tragedia, dopo aver affrontato Creonte a testa alta e senza cedere mai, nell’ultima parte la protagonista lascia affiorare una fragilità inattesa. Mentre si avvia verso l’antro che sarà la sua tomba, confessa d’improvviso di avere paura, rimpiange di non aver conosciuto il matrimonio, l’amore, la vita. Jean Anouilh, nella sua splendida versione, lo aveva compreso molto bene: Antigone è l’adolescente per eccellenza, capace di un’intransigenza assoluta e, insieme, di quella forma di cecità che appartiene a chi non ha ancora fatto esperienza del mondo. Questa dimensione, sulla scena contemporanea, finisce spesso per attenuarsi. Il ruolo viene quasi sempre affidato ad attrici che hanno ormai superato da tempo quell’età e che inevitabilmente portano nella figura e nella voce l'autorevolezza, l’esperienza, talvolta perfino una forma di razionalità. Nelle tre giovanissime interpreti – nei loro corpi nervosi, in trasformazione, pieni di coraggio e di paura, spavaldi e vulnerabili – mi è parso di vedere Antigone, per la prima volta.

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Luṣ, foto di Enrico Fedrigoli.

Luṣ, la luce che nasce dal buio (Angela Albanese)

A trent’anni dal debutto, è tornato in scena al Teatro Rasi di Ravenna, per Ravenna Festival 2026, Luṣ, il monologo in dialetto romagnolo di Nevio Spadoni scritto per Ermanna Montanari e centrato sulla figura di Bêlda, veggente e guaritrice delle campagne ravennati. Nella nuova versione, una coproduzione Ravenna Festival, Albe / Ravenna Teatro, mirabilmente ideata e diretta da Ermanna Montanari e Marco Martinelli e presentata il 25 e 26 giugno scorso, lo spettacolo non si offre come semplice ripresa di un lavoro ormai entrato nella storia del Teatro delle Albe, ma come una nuova interrogazione sulla voce, sul dialetto, sulla memoria e sulla luce. Bêlda appartiene a quella costellazione di donne marginali, guaritrici, streghe, conoscitrici di erbe e pratiche magiche che la ricerca storica di Carlo Ginzburg ha restituito alla complessità dei loro statuti ambigui: figure di soglia, collocate tra sapere popolare e sospetto comunitario, tra cura e persecuzione, tra mondo dei vivi e forze oscure dell’immaginario collettivo. Il corpo di Bêlda è il luogo su cui la comunità deposita paure, colpe e desideri di salvezza. Stregona e ministra di vita e di morte, oltraggiata di giorno come “la striga de’ paés”, di notte è cercata da tutti, poveri e ricchi, perché davanti al male ogni gerarchia si disfa. Su di lei, come su una spugna dolorosa, si riversano le malattie, le ossessioni, le miserie di una comunità intera. Un’unica volta Bêlda si fa ministra di morte, quando uccide con il potente maleficio della “pédga tagliata” (dell’orma tagliata) il prete del paese, forse suo padre, colpevole di aver dissotterrato la madre putâna per trasferirla in luogo sconsacrato.

Quello di Bêlda è un potere e un sapere antico e non pacificato, tutto radicato nel corpo, nella voce, nella soglia fra giorno e notte, e l’inizio dello spettacolo è già una discesa in questa zona di soglia. Nel buio quasi assoluto non ne vediamo subito la figura intera. Prima del volto, prima del corpo, prima ancora della parola pienamente articolata, ne emergono le sole mani da strega guaritrice e contadina officiante. Intorno, nascosto dietro l’abside del Rasi e invisibile alla vista, il contrabbasso di Daniele Roccato batte, scava, pulsa come una forza sotterranea, si fa esso stesso materia drammaturgica che costringe l’ascolto a precedere lo sguardo. Il contrabbasso e il live electronics, insieme alla regia del suono di Andrea Veneri, diventano per tutta la durata dello spettacolo una sorta di contro-corpo di Bêlda, una seconda presenza tellurica che la investe, la incalza, ne accompagna e insieme ne provoca le torsioni vocali e fisiche. Il disegno luci di Luca Pagliano lavora nella stessa direzione. La luce genera la figura di Bêlda per strappi, fenditure, apparizioni intermittenti, a tratti sembra persino sollevarla e subito dopo ricondurla a terra. Mani, volto, abito, profilo, ombra della strega vengono cavati dal nero e continuamente vi ricadono. Rispetto alle precedenti apparizioni di Luṣ, questa nuova versione sembra scegliere proprio la tenebra come principio compositivo. Del 1995 resta la concentrazione di una forma breve e incandescente, tutta raccolta intorno all’eruzione della voce; del 2015 resta la memoria di una costruzione più esplicitamente concertistica e tutta incentrata sul bianco; l’approdo del 2026 porta infine il lavoro verso un nero più aspro, più profondo: il buio ora diventa il luogo di gestazione della figura di Bêlda, e dal buio la sua voce e il suo corpo, così come la luce da lei invocata, vengono strappati a fatica.

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 Luṣ, foto di Marco Sciotto.

In questa tenebra anche il dialetto di Bêlda sembra essersi ulteriormente indurito. Non è soltanto quel romagnolo arcaico, gutturale, paludoso, quella lingua di nascita e insieme lingua straniera che nel teatro di Montanari agisce come memoria viscerale di una terra. Qui il dialetto pare farsi ancora più sincopato, spezzato, percussivo, battendo anche sui corpi di chi ascolta. Le invettive, le cantilene, le formule di guarigione, gli elenchi dei mali curati – calli, epilessia, morbillo, asma, reumatismi, rogne, febbri, ferite, tisi, peste, malaria etc. – diventano nella voce e nel corpo di una straordinaria Montanari una partitura di colpi e accelerazioni, una specie di enciclopedia fantastica del dolore.

Fra i vertici lirici e acustici della narrazione di Bêlda c’è proprio l’elenco lunghissimo delle malattie guarite con i suoi sortilegi: qui basta all’attrice l’intervento sugli elementi prosodici, la dilatazione delle fessure fra una parola e l’altra e fra una sillaba e l’altra, la ripetizione formulare del segmento di frase A j ó gvarì (“ho guarito”), perché il parlato dialettale assuma una forza incantatoria e demiurgica, oltre che ritmica. Ma ogni azione di Bêlda si racchiude di fatto attorno alla sua voce, non c’è azione al di fuori delle sue vertigini vocali e lo stesso testo di Spadoni è masticato, sputato, compresso o dilatato, spinto verso una dimensione anteriore al linguaggio, dove voce, respiro, suono e corpo non sono ancora separati.

Nel finale, quando la lingua di Bêlda-Montanari si raccoglie intorno all’invocazione “Sgnór, t’an s’vu piò? / Luṣ, luṣ / a voi la luṣ” (Signore, non ci vuoi più? / Luce, luce / voglio la luce), la luce non arriva come redenzione pacificante. È piuttosto una domanda estrema, pronunciata da chi ha attraversato il buio e nel buio resta conficcata. Bêlda non consola né chiede compassione. Ci costringe ad ascoltare. E, nel buio, a cercare ancora una luce.

Lo spettacolo si potrà vedere anche il 24 luglio a Lecce, Teatro dei Luoghi Teatro Koreja.

Antigone
riscrittura da Sofocle
drammaturgia e regia Marco Martinelli
assistenti alla regia Valeria Pollice, Gianni Vastarella, Vincenzo Salzano
musiche Ambrogio Sparagna
spazio e luci Vincent Longuemare
costumi Roberta Mattera
con la partecipazione degli studenti di Polo liceale “Ernesto Pascal” di Pompei, Istituto tecnico “Eugenio Pantaleo” di Torre del Greco, Istituto tecnico “Renato Elia” di Castellammare di Stabia, Liceo Artistico “Giorgio De Chirico” e Liceo “Pitagora – Croce” di Torre Annunziata
produzione Parco Archeologico di Pompei
in collaborazione con Ravenna Festival, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Collettivo LaCorsa

Luṣ
ideazione, scena, regia Ermanna Montanari e Marco Martinelli
voce Ermanna Montanari
musica, contrabbasso, live electronics Daniele Roccato
testo Nevio Spadoni
regia del suono Andrea Veneri
disegno luci Luca Pagliano
costume Ermanna Montanari
direzione tecnica Fagio
allestimento squadra tecnica delle Albe Paolo Baldini, Gilberto Bonzi, Fabio Ceroni, Filippo Ianiero, Enrico Isola, Lorenzo Parisi
foto Enrico Fedrigoli, Marco Sciotto
organizzazione Silvia Pagliano, Francesca Venturi
coproduzione Ravenna Festival, Albe / Ravenna Teatro

Nell’ultima foto, di Renato Esposito, una scena di Antigone.

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