A Carrara le signore dell'arte italiana
“Mia madre sedeva al sole per ore a aggiustare arazzi. Le piaceva davvero. Questo senso di riparazione è profondamente radicato dentro di me. Rompo tutto ciò che tocco perché sono violenta. Distruggo le mie amicizie, l’amore, i miei figli. La gente in genere non lo sospetta, ma la crudeltà è presente nel lavoro. Rompo le cose perché ho paura e passo il tempo a riparare”: così Louise Bourgeois in Scritti (Quodlibet, 2009) racconta il suo lavoro artistico, un lavoro che crebbe in un ambiente maschile e che dovette fare i conti, tra l’altro, con una specificità femminile. E un suo atelier fu anche in Italia, per un certo periodo, non lontano dalla tomba di Carla Lonzi e dalla terra natale di Nella Marchesini, a Pietrasanta, dove Bourgeois cercò di imparare a lavorare il marmo. Nella sua introduzione a Storia dell’arte e del femminismo (2025) Carla Subrizi si chiede come fare una storia dell’arte femminile – “senza indagare la struttura o il sistema della storia che opera per definire, dividere, confinare e rimuovere?”.
A dieci anni dalla scomparsa di Tina Anselmi sono meno del 4% le donne presenti nei manuali di didattica di arte, letteratura, scienza degli anni terminali della secondaria: è un problema, “una questione aperta” come la definisce Subrizi nel volume che raccoglie gli atti di un convegno de La Sapienza di due anni prima e che ricostruisce, come più di recente Cucire universi di Domitilla Dardi (Einaudi, 2026), il lavoro di donne ingaggiate in vie più o meno battute dell’arte (pittura, scultura ma anche arti tessili, erbari..). Un contributo alla trasformazione di questo paradigma lo offre una bellissima mostra che occupa, fino a fine ottobre, gli spazi di Palazzo Cucchiari a Carrara ed è il contrario di quel che sembra. Centotrenta tele, bronzi, vasi, mosaici, miniature, un ritratto sagomato a grandezza naturale. L’idea del direttore artistico Massimo Bertozzi, è quella di tracciare, nel panorama locale e nazionale, una serie di biografie di artiste: mogli, allieve, sorelle, una storia della pittura femminile italiana tra Otto e Novecento (le biografie sono in annesso al catalogo, Sogeap): curiosamente Bertozzi non riferisce il suo percorso ad una bibliografia critica, ma ammette di averlo costruito “di preferenza” sulla letteratura primaria, comunque narrativa: gli Album di Maria Teresa Mazzei Fabbricotti, le Agendine di Leonetta Cecchi Piacentini, al limite La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg o la lunga intervista di Adriana Pincherle ad opera di Rita Guerricchio (1987): Adriana, sorella di Alberto Moravia, espone la prima volta nel 1931 alla Mostra di arte femminile della Galleria di Roma nel '31, è nipote della drammaturga Amalia Pincherle Rosselli, nonna della poetessa omonima, tutte e tre si impongono con stili d'arte e vita sin lì sempre maschili.
Nasce nel 1906 e da subito sceglie una pittura antiaccademica, antiregime, semmai influenzata dalla Scuola libera di nudo, da Mafai e Scipione e, dal 1933, da Carlo Levi, Chaïm Soutine, Amedeo Modigliani. Nel suo "Autoritratto", in mostra, prestato dagli Uffizi, si evince una libertà di tratto tessuta tra le scuole di Roma, Torino e Parigi, una "pittura gridata" come la definì Vittorini, un'esplosione di "fiori che irrompono viventi dal sogno: squillanti istanze della creazione iridate – scrisse Gadda – questi fiori non appassiranno". Le opere provengono da collezioni private, gallerie, piccoli e prestigiosi musei (Brescia, Verbania, Viareggio, Fiesole, Vercelli, Livorno, Dondero…) e non si sono quasi mai viste: Deiva De Angelis, Emma Ciardi, Matilde Festa, Paola Consolo, Ernesta Bisi, Antonietta Raphael Mafai, Leonetta Cecchi, Maria Teresa Mazzei, Lalla Romano, Cesarina Gualino, Nella Marchesini, Jessie Boswell, Tina Mennyey, Edita Broglio, Resita Cucchiari, Amanzia Inganni Guerrilot, sono quarantadue.
I loro lavori posti accanto a quelli del padre, del marito, del maestro, ricondotti al quadro famigliare di cui le artiste portano ancora il primo o il secondo cognome: sono quelli di Felice Casorati, Giovanni Dupré, Mario Mafai, Giacomo Balla o Ugo Malvano o scrittori come Tommaso Marinetti, Emilio Cecchi. Ne esce una storia dell'arte di genere, una denuncia del difficile accesso delle donne alla professione artistica ma pure un rassicurante inquadrare il lavoro delle artiste nel quadro famigliare, da cui il titolo dell'esposizione, Le signore dell'arte. La parità del talento nell’arte italiana (fino al 25 ottobre).
E tuttavia: è la qualità delle opere scelte a rovesciare il tavolo: lo sguardo provocatorio e inquietante di una di Le sorelle, 1935 (Cecchi Pieraccini), la potenza muta e testarda di Partigiano impiccato di Jenny Wiegman Mucchi, l'imperiosa medusa sullo sfondo di Autoritratto nello studio di Maria Teresa Mazzei Fabbricotti, lo sguardo distante della madre nel ritratto di Evangelina Alciati, il colorismo acido della Pincherle, la spinta eccentrica dell'eroina di La fuga da Sodoma di Antonietta Raphael. L'originalità stilistica delle tele di Carrara dimostra la piena autonomia delle artiste esposte (l’ironia di Fillide Giorgi Levasti verso il naïf…) che spesso trasformarono il loro spazio sociale oltre a quello estetico: fondando scuole, come la Raphael, creando ponti con altre tradizioni pittoriche, come la Fini, assumendosi in pieno l'impegno politico, come la Mucchi, trasformando col loro genio arti minori, quali l'illustrazione, il mosaico, la miniatura o la creazione di moda.
Da tempo i principali musei europei si dedicano a decolonizzare il genere delle loro collezioni, lo testimoniano monografiche importanti come quelle recenti a Palazzo Strozzi e al Museo di Roma o le monografiche dedicate a Suzanne Valadon (Pompidou, 2025) Mary Cassatt (Orsay, 2026), Leonora Carrington ( Musée du Luxembourg, 2026), Niki De Saint-Phalle (Grand Palais, 2025): non significa, come scrisse Margherita Sarfatti, creare "ginecei" (così considerava l'Esposizione di arte femminile di Torino del 1910) ma indicare possibilità. La scelta assai fine di questo percorso indica una via, quella che troviamo Nello studio di Emilio Ambron, figlio della pittrice Amelia Almagià, anni Trenta: un giovane uomo elegante e disinvolto osserva da dietro un'allieva, in grembiule, che sta per poggiare la prima pennellata sulla tela. Attorno a lei lo spazio comincia a esporsi in disordine, una seducente statua greca sullo sfondo ha perso la testa: un paradigma sta già cambiando sotto le sue eleganti scarpe nere.
In copertina, Adriana Pincherle, Autoritratto, 1934, olio su tela, 165x69 cm, Gallerie degli Uffizi, Firenze.
Le signore dell'arte. La parità del talento nell’arte italiana (a cura di Massimo Bertozzi)
Palazzo Cucchiari, Carrara
Fino al 25 ottobre
Catalogo, a cura di Massimo Bertozzi, SAGEP, 2026