L'Hitler britannico di Storm Jameson

17 Ottobre 2026

Alcuni commentatori politici hanno recentemente stabilito un paragone tra il nostro decennio, che ha visto in alcuni paesi europei, tra cui la Germania, un rafforzamento elettorale del populismo nazionalista e l’affermazione di forze di ispirazione fascista o neo-nazista, e gli anni ’30 del secolo scorso, caratterizzati dall’avvento al potere di Hitler, cancelliere del Reich dal gennaio 1932, dal consolidamento del regime di Mussolini in Italia, dalla vittoria del franchismo in Spagna, e, fuori dall’Europa, dall’aggressione della Cina, iniziata nel 1937, da parte dell’Impero giapponese.

Nel Regno Unito degli anni ‘30 l’avanzata delle forze ispirate al fascismo ebbe un successo molto contenuto. Si trattò soprattutto della saldatura tra le ambizioni di qualche ambizioso uomo politico e le proteste di una classe piccolo borghese e operaia, vessata dalla crisi economica, che non si riconosceva più nel Labour Party. La tenuta del Partito Conservatore, che dominava una eterogenea coalizione governativa, soprattutto dopo le dimissioni, avvenute nel giugno 1935, del Primo Ministro Ramsay MacDonald, considerato un traditore dagli antichi compagni laburisti, emarginò le frange più reazionarie dell’opinione pubblica inglese, sebbene nel Conservative Party non mancassero gli ammiratori di Hitler. In questo contesto, venne isolato il BUF (British Union of Fascists), fondato nel 1932 da sir Oswald Mosley, un politico voltagabbana, passato da un partito all’altro. Mosley aveva sposato in secondo nozze Diana, una delle celebri sorelle Mitford, imparentate con l’alta aristocrazia. Un’altra Mitford, Unity, sarebbe divenuta fanatica ammiratrice e forse, per un breve periodo, l’amante di Hitler. Il 4 ottobre 1936, in un episodio cruciale che è entrato a far parte dell’epopea storica britannica, il BUF non riuscì a portare a termine, a causa dell’opposizione popolare, una marcia di iscritti e simpatizzanti che avrebbe dovuto attraversare l’East End di Londra, abitato, tra l’altro, dalla comunità ebraica della capitale. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Mosley e la moglie, pur godendo di un trattamento molto permissivo, verranno incarcerati per tre anni.

Questi pochi cenni storici vogliono introdurre la lettura di un notevole romanzo pubblicato all’inizio del 1936, In the Second Year di Storm Jameson, ancora sconosciuto in Italia, eppure appartenente a quella narrativa distopica che proprio negli anni ’30 si sviluppò in Inghilterra, offrendo, tra i suoi risultati più alti, Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932) e La notte della svastica di Katharine Burdekin (1937), oltre che Anthem (Antifona nell’ultima versione italiana del 2023), scritto da Ayn Rand negli Stati Uniti, ma pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1938. Si tratta di una produzione – a cui, come si vede, danno un contributo fondamentale anche le scrittrici – che culminerà, in un certo senso, alla fine del conflitto mondiale, nella pubblicazione di 1984 di George Orwell (1949), un romanzo immediatamente celebrato negli ambienti anti-comunisti anglo-americani, ma che si ispira anche al carattere ferocemente repressivo del regime hitleriano. In un certo senso, Orwell anticipa gli studi di Hannah Arendt confluiti in Le origini del totalitarismo (1951).

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Storm Jameson è una interessante figura di scrittrice di sinistra, nata nel 1891 nello Yorkshire, dove si svolge una parte importante di In the Second Year: prolifica romanziera (tre delle sue opere sono state tradotte da Fazi), una femminista ben nota nei circoli letterari del suo paese, è presidente della sezione britannica del PEN, l’associazione degli scrittori, dal 1938 al 1944. Nel 1952 scriverà l’introduzione all’edizione inglese del Diario di Anna Frank. È probabile che la scarsa fortuna del suo romanzo distopico in Italia sia dovuta alla specificità delle numerose allusioni riguardanti la scena politica e sociale inglese degli anni ’30. In the Second Year colloca al centro della narrazione la figura di Andrew Hillier, un intellettuale quarantenne, fisicamente menomato a una mano, praticamente esule in Norvegia, il quale ha la fortuna (o, piuttosto, la sfortuna) di essere un cugino di Frank Hillier, il primo ministro inglese, che è anche il capo del National State Party in un futuro prossimo venturo che si situa nel 1940. Come se non bastasse, Lotte, la sorella di Andrew, ha sposato Richard Sacker, il vigoroso, a tratti brutale, comandante dei Volontari, un corpo paramilitare che è stato decisivo per la conquista del potere da parte di Hillier. Una buona parte dei sindacalisti e dei capi socialisti è passata sotto le insegne del National State Party, mentre alcuni campi di prigionia sono stati aperti per gli oppositori ‘liberali’ e ‘comunisti’, uniti da un uguale destino, condiviso con gli artisti che si sono rifiutati di appoggiare il nuovo governo. Un anno dopo, nel 1941, Andrew Hillier, tornato nello Yorkshire in visita alla sorella, si trova casualmente al centro del ciclone: il consolidamento del regime, che vuole dare nuova dignità a un’Inghilterra impoverita e circondata da nazioni ostili, comporta l’avvicinamento di Hillier ai capitalisti, guidati da Thomas Chamberlayn (una scelta forse allusiva, visto che Neville Chamberlain era uno dei leader del Partito Conservatore), e all’esercito regolare, con la contemporanea liquidazione dei Volontari e dei loro comandanti, che hanno l’ardire di parlare di una “seconda rivoluzione” da attuarsi a favore dei ceti più bassi. Impotente e amareggiato, Andrew è testimone diretto, nel giro di tre mesi (dall’aprile al giugno 1941) di buona parte degli eventi decisivi, che travolgono la sua famiglia d’origine e portano al regolamento dei conti tra Hillier e l’ex-amico e confidente Sacker, a cui Hillier era stato legato da una relazione omosessuale.

Se le allusioni esplicite all’Italia fascista sono contenute (in un solo caso viene menzionato Mussolini) e, per quanto riguarda la Germania nazista, venga fatto solo il nome di Göring, per chiunque abbia una minima conoscenza della storia degli anni ’30, la distopia di Jameson si basa soprattutto sulla ricostruzione fittizia – e spostata in Inghilterra – della cosiddetta “Notte dei Lunghi Coltelli”, un drammatico periodo di tre giorni, durato dal 30 giugno al 2 luglio 1934, in cui Hitler aveva liquidato Ernst Röhm, il capo delle potentissime SA, le “camicie brune”, che temeva potessero sfuggire al suo controllo. Invocando la minaccia di un inesistente colpo di stato ai suoi danni, Hitler elimina anche alcuni dei principali collaboratori di Röhm, e altri nemici interni, per normalizzare la situazione e attirarsi le simpatie della Bundeswehr, l’esercito regolare tedesco. Sebbene in precedenza Hitler si fosse disinteressato di questioni private, Röhm e alcuni dei suoi vengono accusati anche di immoralità, a causa delle pratiche omosessuali diffuse tra di loro. Le fasi drammatiche della “Notte dei Lunghi Coltelli” sono state ricostruite recentemente da uno dei maggiori storici contemporanei, Richard J. Evans, che in Hitler’s People (2024; tradotto nel 2026 con il titolo I complici di Hitler) rivaluta, in un certo senso (si capisce), la figura di Röhm, non un rozzo soldataccio, ma un ottimo organizzatore, amante di Wagner come Hitler, fondamentalmente fedele al suo capo, anche se non vicino alla cerchia ristretta dei Goebbels e degli Himmler.

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L’interesse di In a Second Year risiede nel processo di anglicizzazione che Jameson imprime ai suoi personaggi. Sacker, ingenuamente convinto che Hillier sia soggiogato dalla sua personalità, esprime un’aggressività sessuale, umiliante per la moglie che sopporta le sue amanti e non riesce a distaccarsi da lui. Hillier è un Hitler riflessivo e pacato, forse sincero quando afferma di voler salvare a ogni costo l’Inghilterra, un precursore – diremmo oggi – dell’ideologia MAGA applicata al suo paese, corrispondente, mutatis mutandis, al revanscismo di Mussolini e di Hitler negli anni ’30 del secolo scorso. Come Hillier spiega a Sacker: “Se chiedo agli altri di obbedire, è perché anch’io obbedisco a qualcosa. L’idea dell’Inghilterra – un’Inghilterra che ritorni a essere grande. È per questo che ho il diritto di chiedere a tutti di obbedire ciecamente, come bravi soldati.” Nell’aspro confronto verbale tra Sacker e Hillier, che precede l’arresto e l’eliminazione di Sacker, Jameson ripercorre il drammatico dialogo finale, avvenuto in una località dell’Alta Baviera tra Röhm e Hitler, scortato da una squadra di SS. Alcuni personaggi femminili – non solo Lotte, ma anche l’attrice-cantante Harriet English – svolgono in In the Second Year un ruolo importante, malgrado l’evidente maschilismo dei leader. L’alta società londinese continua con i suoi ipocriti rituali sociali, evidentemente sicura di poter conservare in ogni circostanza i suoi privilegi. In uno degli episodi migliori del romanzo di Jameson, i lettori seguono una serata alla Royal Opera House di Covent Garden, in cui viene messa in scena un mediocre musical di origine spagnola, adattato ai gusti del pubblico benpensante. Harriet English recita e canta, davanti a Hillier, Sacker (il suo vecchio amante), Chamberlayn (il suo nuovo amante), mentre il palco destinato alla famiglia reale rimane vuoto. Alla fine grandi applausi agli attori, esecuzione dell’inno Land of Hope and Glory, e ovazione a Hillier, il salvatore della patria. La violenza bruta appartiene solo ad alcuni subordinati, a cui viene lasciato il compito di sporcarsi le mani di sangue. Secondo una logica implacabile, intanto, le persecuzioni contro gli oppositori del regime aumentano. Gli ambienti ebraici sono tra i più esposti, e a farne le spese è il personaggio di Myers, conosciuto casualmente da Andrew, il quale è stato licenziato, come tutti gli ebrei, dall’ufficio pubblico in cui lavorava. Vicende pubbliche e private si mescolano in In a Second Year, accentuando i toni melodrammatici del romanzo, anche se occorre ricordare che la vita dei gerarchi nazisti, ricostruita con minuzia di particolari dall’occhio distaccato di Evans in Hitler’s People, non era immune da situazioni scandalose. Basta pensare alla morte tragica, in seguito a un suicidio molto dubbio, il 19 settembre 1931, di Geli Raubal, una cugina di Hitler, a quanto pare oggetto delle attenzioni soffocanti del futuro Führer, con cui conviveva da tempo.

Malgrado qualche incongruenza stilistica – ad esempio, la voce dell’io narrante scompare in qualche capitolo, in cui il punto di vista risulta essere quello di Sacker – In the Second Year merita la nostra considerazione. Alla fine del romanzo Andrew Hillier, con il fardello del suo cognome ingombrante, riesce a tornare in Norvegia, un mondo utopico lontano dalla bufera che incombe sull’Inghilterra. Con lui fuggono il giovane Ernest, il figlioccio di Sacker, e Steffy, la sua ragazza, che incarnano la speranza in un mondo migliore.

L’ironia delle vicende storiche incombe su questa distopia degli anni ‘30. Mentre, nella nostra realtà fattuale, l’Inghilterra, grazie alla tenacia di Winston Churchill (mai menzionato da Jameson), resiste all’aggressione nazista, il 9 aprile 1940 la pacifica e civile Norvegia viene invasa dall’esercito del Führer e, dopo un periodo di diretto controllo nazista, l’occupazione delle truppe del terzo Reich è legittimata, nel febbraio 1942 – più o meno “nel secondo anno” – dalla nascita del governo collaborazionista guidato dal fondatore del Partito Fascista Norvegese, Vidkun Quisling, un nome rimasto tristemente famoso.

Per la cronaca, dopo la sconfitta del terzo Reich, Quisling fu giustiziato per fucilazione il 24 Ottobre 1945.

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