Isaac Asimov e l’Intelligenza artificiale

29 Luglio 2026

Nella versione definitiva di La macchina del tempo (1895), l’esordiente romanziere H. G. Wells eliminò un capitolo in cui il suo crononauta si trovava proiettato in un remoto passato preistorico, invece che nei tempi futuri in cui egli intravede le sorti dell’umanità e della Terra. Può succedere di salire su una macchina del tempo per esplorare il futuro e di mettere piede in un’epoca del passato. “Contro la fantascienza”, il lungo articolo di un rispettabile scrittore italiano apparso su La lettura del Corsera in data 28 giugno 2026 genera l’impressione di essere retrocessi di più di mezzo secolo, prima che Darko Suvin pubblicasse Le metamorfosi della fantascienza (1979 nell’edizione americana: 1983 nella versione italiana de Il Mulino). Non il primo, ma sicuramente, il critico più autorevole tra gli studiosi che si occupavano di fantascienza, utopia, letteratura dei viaggi immaginari, Suvin escludeva in modo categorico che la fantascienza potesse avere intenzioni predittive e anticipatrici, e puntava invece sui meccanismi analogici che facevano del genere letterario da lui rivalutato una narrazione straniante, ricca di implicazioni cognitive sul tempo presente, sulle tensioni scientifiche e tecnologiche che lo attraversano, sulle implicazioni ideologiche di cui ogni sistema speculativo si fa portatore. ‘Costretto’ dalla lettura di Kolchoz di Emanuel Carrère, un noto estimatore di Philip K. Dick, a prendere in considerazione Ubik (1969), l’autore dell’articolo trova ridicola e banale l’impalcatura del mondo futuro architettata da Dick in Ubik. Insomma, con un’ardita estrapolazione, che razza di (pre)visioni sarebbero quelle spacciate dalla fantascienza? Eppure Stanislaw Lem, l’autore polacco dello straordinario Solaris già nel 1975, proprio citando Ubik, aveva parlato di P.K. Dick di un “visionario tra i ciarlatani”, intendendo sottolineare la qualità onirica e sovversiva delle fantasie avveniristiche dell’autore americano, a cui interessa soprattutto la condizione dei suoi personaggi, fragili e smarriti nei labirinti di una tecnologia che esalta il potere del capitalismo, eppure ancora capaci di gesti dignitosi e consapevoli dei valori della solidarietà umana. Del resto, forse che l’enigmatico oceano pensante di Solaris, in grado di dare consistenza materiale ai ricordi più dolorosi degli esploratori terrestri, trova posto negli annali delle ricerche astronomiche? Solo nella biblioteca immaginaria che il protagonista consulta nello spazio cosmico. Se vogliamo allargare il discorso sul romanzo non-realistico, anche l’improvvisa trasformazione di un giovane commesso viaggiatore in un enorme scarafaggio immagino sia un’ipotesi verificata dagli entomologi. Peraltro, anche se non ne troviamo menzione nel succitato articolo di “La lettura”, in Ubik quel blasfemo di Dick si inventa una efficiente clinica svizzera, il Moratorium, in cui i morti, prima che svanisca ogni traccia delle loro onde cerebrali, sono ancora in grado di comunicare con i vivi. Un po’ come succedeva al Monsieur Valdemar di Edgar Allan Poe.

In una fase della cultura in cui la fantascienza esprime la vitalità di un genere proteiforme e intellettualmente stimolante, l’abitudine di affidare il commento critico delle sue opere a specialisti improvvisati, seppur dotati di un pedigree nobile, rivela una certa dose di cattiva coscienza, se non di presunzione editoriale. Così la meritoria iniziativa di “La Repubblica” che, per diciotto settimane, offre ai suoi lettori una raccolta di racconti o un romanzo di Isaac Asimov, inizia con un gradevole volumetto di avvincenti storie robotiche (Io, Robot)introdotto da una nota e brillante studiosa italiana di Virginia Woolf, la quale confessa di non aver più letto Asimov “da circa trent’anni” e che non sembra avere alcuna conoscenza della valanga delle opere narrative, divulgative, autobiografiche, pressoché tutte tradotte in italiano, partorite dal geniale scrittore americano, nato nel 1920 (come Bradbury) in Russia, e morto nel 1992 a New York, dove si era trasferito con la famiglia nel 1924.

Famoso negli anni ’50 del secolo scorso, Asimov aveva abbandonato per un certo periodo la narrativa dell’immaginario scientifico, per dedicarsi alla divulgazione scientifica, ma aveva poi recuperato nell’ultimo ventennio della sua esistenza il gusto della narrazione interplanetaria e avveniristica, saldando il filone delle sue storie robotiche con quello del grandioso scenario dei romanzi della Fondazione, che raccontano la proliferazione della ‘razza umana’ in un cosmo privo di creature aliene, in cui, tuttavia, la lotta per il potere e i conflitti economici e ideologici subiscono una serie avvincente di variazioni. Non vi è dubbio che l’intelaiatura della Fondazione abbia ispirato molte narrazioni successive, dalle missioni spaziali dell’astronave Enterprise di Star Trek al continuum temporale che caratterizza l’esistenza dell’Ekumene di Ursula K. Le Guin. Peraltro, sempre negli anni ’50 del Novecento, Asimov si fa interprete della ibridazione dei generi narrativi, poi applicata in modo sistematico dai postmoderni, mescolando fantascienza e detective story in Abissi d’acciaio (The Caves of Steel, 1953) e Il sole nudo (The Naked Sun, 1957), in cui uno Sherlock Holmes dei tempi a venire è affiancato dal suo fedele Watson artificiale.

Va anche detto che al clamoroso e costante successo di Asimov presso il fandom fantascientifico non ha corrisposto, in alcuni periodi, un equivalente apprezzamento critico. Quando nel 1960 Kingsley Amis pubblica New Maps of Hell (Nuove mappe dell’inferno, 1962), l’attenzione dello scrittore inglese si concentra sulle potenzialità polemiche e satiriche, se non esplicitamente sovversive, della cosiddetta “social science fiction” di Pohl e Kornbluth, Sheckley, Vonnegut, Jr., P. K. Dick, mentre la generazione precedente degli Heinlein e dei Van Vogt, dei Simak e degli Asimov, viene relegata ai margini del discorso. Tanto più colpisce il contributo critico italiano, che ha prodotto nel 1977 una preziosa monografia di Ruggero Bianchi, e, in seguito, ha stimolato gli interventi di Alessandro Portelli su Calibano 2 (1978, “Il presente come utopia”) e in Il testo e la voce (1992). Molta acqua è passata sotto i ponti da allora, ed è quindi giusto menzionare il progetto della rivista If, fondata da Carlo Bordoni, di dedicare ad Asimov il prossimo numero, a cura di Riccardo Gramantieri.

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Opera di © Simon Stålenhag.

Per tornare alla cultura americana, dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001, l’invenzione della “Fondazione” (un organismo scientifico che in Asimov dovrebbe essere in grado di guidare l’umanità in un remoto futuro) acquistò un nuovo risalto, quando qualche giornalista, ad esempio Giles Foden sul Guardian (24.08.02) ipotizzò che Bin Laden avesse in mente i romanzi di Asimov con la creazione di Al-Qaeda (o Al-Qaida), dal momento che in arabo qaida vuol dire, appunto, “base”, “fondazione/fondamento”.

Per i più il nome di Asimov va associato soprattutto all’invenzione dei robot amici dell’umanità, dotati di un “cervello positronico” e capaci di diventare veri e propri protagonisti della società del futuro. Gli androidi asimoviani, sottoposti alle “tre leggi della robotica”, affiancano gli esseri umani, li proteggono, talvolta partecipano dei dilemmi etici che la scienza deve affrontare, in qualche caso assumono una posizione autonoma, che sembra prefigurare la possibilità di una ribellione. È questo il senso del film Io robot, diretto nel 2004 da Alex Proyas, e interpretato da Will Smith, che ha favorito il recupero della narrativa di Asimov, dopo la morte dello scrittore. Giustamente Asimov si è vantato di aver sottratto le creature artificiali all’influsso della tradizione gotica di Frankenstein e di Metropolis, ma è pur vero che, costretti a essere docili servitori dei ‘padroni’ umani, i robot asimoviani denunciano anche un atteggiamento schiavista, radicato nella cultura americana, mentre, in alcuni casi, essi si dimostrano nettamente migliori dei loro creatori. In “La prova”, il penultimo racconto di Io, Robot, anzi, si apre una prospettiva inquietante, allorché il candidato più onesto e competente al posto di sindaco nella metropoli che ospita la fabbrica U.S. Robots, viene sospettato di essere un uomo meccanico. Il motivo della presa di coscienza dei robot, ribadito nel film di Proyas, collega la narrativa di Asimov all’opera di Philip K. Dick, in cui simulacri, androidi, replicanti, cyborg esprimono una presenza assai più insidiosa e decisamente simbolica, fino a sconfinare nella dimensione del post-umano. Tuttavia, il fatto che le creature di Asimov partecipino della quotidianità dell’esistenza umana, le rende, in una certa misura, più vicine alla nostra esperienza e alle problematiche attuali che si concentrano sul ruolo e sulle implicazioni dell’Intelligenza Artificiale.

In tutti i racconti robotici asimoviani un ruolo importante ricopre Susan Calvin, l’ideatrice del cervello positronico. Calvin, una figura decisamente unidimensionale, “piatta” (per citare una famosa definizione narratologica decisamente negativa di E.M. Forster, che, peraltro, la applicava anche ai personaggi di Dickens), è stata vista come l’espressione perfetta della misoginia di Asimov, il quale, nei suoi scritti autobiografici, rivela un atteggiamento molto old-fashioned nei confronti delle donne. Tuttavia, il comportamento riservato, quasi scostante, di Calvin – nomen omen – andrebbe rivisto alla luce di quell’ideologia oppressiva di cui la fantascienza tradizionale non era l’unica espressione. Ormai sono riemerse le vicende di scienziate, come Rosalind Franklin, la biochimica che ebbe un ruolo significativo nella ‘scoperta’ della doppia elisse del DNA, emarginate e fatte oggetto di battute infelici e discriminatorie da parte dei loro colleghi.

Nella summa autobiografica I, Asimov, pubblicata postuma nel 1994 (in Italia, Io Asimov, il Saggiatore, 2024, purtroppo sfornita di un Indice dei nomi), lo scrittore ripercorre con il suo proverbiale humour, e un po’ di auto-compiacimento, le tappe di una carriera ricca di riconoscimenti, ma non priva di asperità soprattutto in alcuni episodi iniziali. Occorre ricordare che alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, gli Stati Uniti non erano certo immuni dal contagio antisemita, e che John W. Campbell, Jr, il prestigioso direttore di Astounding Science-Fiction, tra le cui pagine Asimov iniziò la sua carriera, non era affatto un seguace dell’ideologia liberale. Asimov ha ricordato che, al posto di Isaac, Campbell avrebbe volentieri usato uno pseudonimo non ebraico, scontrandosi con la ferma opposizione del giovane autore. Sebbene Asimov non abbia mai mostrato una particolare simpatia per lo Stato di Israele (si sentiva profondamente americano), si è sempre rifiutato di nascondere la sua identità ebraica. Del resto, uno dei suoi primi e più famosi racconti, “Nightfall” (1941; “Cade la notte” o “Notturno”) – come ho cercato di dimostrare altrove – prefigura vividamente gli orrori della Shoah, attraverso l’annientamento apocalittico di una civiltà aliena antropomorfa, che si consuma tra le fiamme, in cui solo un gruppo di scienziati cerca di conservare il ricordo del passato. 

Tra gli scrittori non americani contemporanei di fantascienza che si possono accostare ad Asimov, anche perché, come astronomo, era fornito di una eccellente formazione scientifica, c’è il britannico Arthur C. Clarke, l’autore de La città e le stelle e Le Guide del tramonto (Childhood’s End). Asimov ne fa un ritratto gratificante in uno dei capitoletti di Io, Asimov. In realtà, nella vita privata i due erano molto distanti: Asimov non nascondeva le sue spiccate simpatie per il genere femminile, mentre Clarke, apertamente gay, si era trasferito nello Sri Lanka nel 1956, quando in Inghilterra l’omosessualità era ancora un reato, come testimonia la storia tragica di Alan Turing, uno degli inventori della cibernetica, suicida nel 1954 dopo un processo infamante. Tra i due, insomma, il vero eversore era Clarke. Ma c’è un altro aspetto biografico che vorrei qui segnalare: nel 1965, Clarke, che si era trasferito a New York per affiancare Stanley Kubrick nell’ideazione di 2001:Odissea nello spazio, incontra, con sua grande soddisfazione, Werner von Braun, il fisico tedesco arruolato dalla NASA, che aveva collaborato con Hitler durante la seconda guerra mondiale, costruendo missili a lunga gittata. Invece, in una delle sue tante reminiscenze, Asimov ricorda un’occasione pubblica in cui, avendo casualmente stretto la mano a von Braun, si era vergognato di quell’involontario gesto di amicizia. Grande Isaac. 

In copertina, opera di © Simon Stålenhag.

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