Lina è il sasso
Un lupo vecchio e sdentato vaga per il mondo tirandosi dietro una pietra nel sacco. Una notte bussa alla porta della gallina pregandola di lasciarlo scaldare al suo caminetto e di permettergli di cucinare la sua zuppa di sasso (Una zuppa di sasso è il titolo di una favola ungherese, ripresa e illustrata da Anaïs Vaugelade). La gallina accetta, arrivano anche i vicini di casa e intorno al sasso finito in pentola si crea un clima allegro e conviviale. Senonché sul più bello il lupo immerge il coltello nella pentola e constatato che il sasso non ha ceduto nulla della sua consistenza originaria, si alza, saluta tutti e se ne ritorna mesto al nero della notte.
Materia povera senza una precisa qualità se non di non averne, il sasso resiste dunque nella sua impenetrabilità. Eppure un merito ce l’ha: questo quid di irriducibile a ogni idea di uso o consumo che ciascuno di noi in fondo si porta appresso ma che non è facilmente argomentabile o assimilabile ai nostri disegni, nostro pieno possesso, è ciò che mantiene felicemente insaturi, aperti a esiti imprevedibili e non scontati i legami umani. È la pietra di scarto che ci tiene insieme senza incollarci gli uni agli altri; la moneta che ci scambiamo. Detto questo, è però chiaro che il lupo insisterà, ci riproverà ancora e ancora. Tornerà a rompersi la testa e i denti sul mistero che agita le sue notti.
Anche Lina (la piccola protagonista dell’ultimo romanzo di Mauro Covacich Lina e il sasso, edito da La nave di Teseo) insiste, non cessa di pretendere da Max, il compagno della madre, che le si narri ancora e ancora questa favola sprovvista di un epilogo e che come tale sfida il nostro bisogno di non lasciare nulla di insoluto. D’altronde anche lei ha il suo sasso nello zaino. Più o meno come tutti, anche se il suo punto di resistenza alla comprensione delle cose e dei concetti trova la sua spiegazione in una diagnosi – sindrome di Down – che dà ragione della sua disprassia e, come dicono le maestre, della sua limitata capacità di articolazione del pensiero.
Covacich fa di lei la figura più umanamente interessante tra tutte quelle che compaiono nel romanzo. L’unica in grado di fare eccezione al modus vivendi piuttosto scriteriato di una generazione di adulti impegnati in scomposte peripezie affettive e sessuali, vicende senza via d’uscita che finiscono per suscitare nel lettore un certo senso di asfissia. Un’umanità dolente e smarrita che non vede se stessa, dedita a un prendersi e lasciarsi senza un preciso perché che non sia il culto della propria stabile instabilità. Qui gli adulti sembrano sempre farla, come si dice, fuori dal vaso, ed è più che una semplice metafora dal momento che la trama ci offre la dettagliata e magistrale descrizione, corredata di tutti i dettagli morfologici e biochimici, di un paio di defecazioni umane en plein air.
Se qualcuno sembra salvarsi dal marasma esistenziale in cui si agitano i personaggi del libro – la maggior parte dei quali, dettaglio non secondario, occupa a titolo diverso una posizione genitoriale –, questi, come vedremo, sono i “nonni”. Quanto a Lina, ogni volta che entra in scena ecco che ci arriva una boccata d’aria fresca. C’è una leggerezza che ispira i suoi movimenti e le sue parole, e questo nonostante i problemi legati a un certo impaccio nell’articolazione motoria e nell’uso della lingua (che comunque non manca di una sua tenera musicalità). Arriva Lina e le pagine di Covacich sembrano fatte d’aria, la sua presenza incantata ha il potere di esorcizzare la pesantezza che grava sulla figura di padri, madri, amanti e personaggi vari ma comunque in caotica fuga da sé stessi.
La curiosità che la lega alle cose del mondo fa di lei l’incarnazione del mistero dell’infanzia. L’infans come icona di un vivente – non più cosa e non ancora pienamente uomo – avvolto nell’impenetrabilità dell’origine; una presenza venuta al mondo che, pur essendo in procinto di farlo, non parla, o se ci prova si limita a biascicare la lingua degli uomini. Tutt’al più la costeggia come per interrogarne l’effettiva bontà oppure la balbetta, non potendo che inciampare nell’assertività del linguaggio.
La cosiddetta debilità non va catalogata come una semplice disabilità, rappresenta a ben vedere l’autoesilio del bambino dal discorso degli adulti, tantopiù se mette in mostra la sua incoerenza e incapacità di ascolto. Bisogna comunque tener conto del sottile traumatismo insito nell’acquisizione del linguaggio, cosa che richiede l’attraversamento di una soglia incerta e accidentata. Non esiste alcun automatismo che consenta di passare senza scossoni dalla musicalità asemantica e inoperosa della lingua materna, pregna di elementi corporei e sensoriali, alla dimensione più impersonale e formale del linguaggio adulto. Lo scarto dalla lingua goduta, come la chiama Lacan, alla grammatica è un balzo sul vuoto più che un transito senza scossoni, un passaggio tutt’altro che indolore nel corso del quale il bambino deve accertarsi dell’affidabilità dell’adulto che gli è accanto. È importante che chi è alle prese con le criticità insite nei delicati passaggi dell’infanzia (così come, più in là, dell’adolescenza) possa contare sulla vicinanza non di uno spettatore distratto ma di un compagno di strada attento e partecipe, qualcuno che in quei passaggi legga e per certi versi riviva il dramma – angosce e soddisfazioni – di un’umanità in transizione, alla ricerca di se stessa. Nel momento in cui le porte del paradiso si chiudono alle spalle del bambino, i battiti dell’uno devono entrare in risonanza con quelli dell’altro; si tratta, per entrambi, di confrontarsi con l’esistenza di una terra di nessuno nel confronto con la quale sarà possibile misurare lo stato di avanzamento della propria umanità. A cose fatte, di tale travaglio non resterà nel bambino che una cicatrice che chiamiamo infanzia, un memoriale di ricordi produzione il più delle volte della sua fantasia, e destinato perciò a continui rimaneggiamenti.
Un passaggio come quello appena descritto richiede un rispetto dei tempi e degli spazi, una certa ritualità e il supporto di una trama narrativa. Da questo punto di vista, il finale del libro è la testimonianza autobiografica dell’iniziazione di Lina alla realtà adulta, dell’impatto con essa ma anche dell’escamotage che le ha consentito di ammorbidirne il tratto più indigesto. Succede dunque che, come compito per le vacanze, le venga richiesto di scrivere qualcosa su un suo viaggio “reale o fantastico”, e che la bambina non trovi di meglio che parlarci di un’uscita di alcuni giorni coi genitori durante la quale, tra le altre cose, ha potuto conoscere Filippo, il fidanzato della nonna materna morta da qualche mese.
“Questo viaggio – ci tiene subito a precisare – è reale perché l’ho fatto per vero ma è anche fantastico perché mi è piaciuto un botto”. Con questa espressione Lina sembra fare buon viso a cattivo gioco, perché nella parola botto risuona il pericolo di una realtà che la investe senza preavviso, come qualcosa che scoppia, prende fuoco, fa rumore. Non a caso il suo reportage sarà scandito da una serie di rimandi impliciti o espliciti al suo impatto, non mediato, con la sessualità adulta: il nuovo e grintoso suv grigiocannadifucile del padre, gli angeli “con pisello piccolissimo” dipinti sopra il letto dei genitori, le parole della madre che, prendendo spunto dalla golosità di Lina, le ricorda che è ormai “è grande” e deve imparare a regolarsi “da sola”, un inequivocabile invito a civilizzare la sua pulsionalità orale in direzione, come si vedrà, di quella genitale.
Come se non bastasse, Lina ci mette al corrente che in contemporanea le viene richiesta una certa maturazione anche sul piano cognitivo: “Devo sapere tutto, è meglio per me, dice” (chi dice è Elena – la mamma – che decide, con toni che la bambina percepisce alquanto perentori, cosa è meglio che la figlia sappia). Questo ‘tutto’ che la figlia deve lì per lì apprendere, a cui si deve arrendere, ha a che fare, ce lo svela Lina qualche riga più in là, con la consapevolezza di come stanno veramente le cose. In altre parole, un knowhow su cosa significa, tempi e modi, essere donna e non più bambina.
Da una certa epoca in poi, l’approccio scientifico della nostra società ai fenomeni della vita ha accelerato l’abbandono delle teorie sessuali infantili da parte dei bambini, teorie con cui questi ultimi cercano di opporre un’estrema, eroica resistenza alla presa di coscienza della sessualità genitale e quindi della differenza sessuale. Il tutto si compie sotto l’egida delle evidenze, di una verità che si pretende oggettiva nella sua acquisizione di dati inconfutabili e nella ricerca di cause e effetti, dove nulla è ovviamente lasciato all’immaginazione soggettiva. La sua potenza penetrativa scioglie come neve al sole il mistero delle cose, discerne, divide e classifica, e nella fattispecie risolve tutti i dubbi e le congetture errate sulla loro origine. I bambini non devono più affannarsi a chiedersi da dove mai sono venuti, “la lama insensata della scienza – canta Neil Young – squarcia le porte del paradiso”. Cadono anche le ultime foglie di fico, basta con gli oscurantismi, possiamo finalmente vedere, senza più veli, come e per cosa siamo fatti.
Nella nostra epoca la sessualità dei bambini è insomma catturata nelle spire di una vera e propria profilassi della vita che è bene depurare delle sue scorie, a partire dalle anacronistiche e infondate credenze infantili. Ciottoli, rovine dell’infanzia che ritornano nei nostri sogni ma che per la scienza sono invece solo ruderi. Il rischio è sempre quello di spingere le cose fino a espungere dall’esistenza ogni elemento narrativo, fino ad azzerare la funzione del mito e fare della vita una nuda vita anziché premurarsi, come dovremmo, di rivestirla di pathos, dei necessari ammortizzatori, di una guaina affettiva. Ma come stiamo per imparare da Lina, laddove la scienza svela, il bambino ri-vela.
La madre informa Lina che “può succedere anche oggi o domani che mi viene sangue chiamato mestruazione giù dalla pisella […] Perciò mamma mi spiega tutto e mi insegna i nomi da grandi: non più pisella ma vagina, non più pisello ma pene, che quando fanno l’amore si annodano insieme creando groppo chiamato corpo cavernoso. Questo succede sia alle persone che agli animali, anche alle rondini che fanno l’amore volando. Altro mistero. Amen” (l’altro mistero, a sua volta chiosato da un Amen finale, riguardava la nonna “volata in cielo senza ali”, come le aveva detto Elena).
Amen è la barriera che Lina pone all’invasività e all’incongruenza del messaggio materno, è il suo non volerne sapere. E in effetti, come si può essere così restii a nominare la morte a una bambina non di tre ma di nove anni, e allo stesso tempo allarmarla anzitempo del futuro arrivo del menarca, un evento altamente delicato nella vita di una bambina, evidenziandone la sola manifestazione fisica? Come si vede, il viaggio iniziatico e “fatto per vero” di Lina (insomma, mica uno scherzo) la sbalza fuori dall’infanzia. Nel nuovo mondo che l’attende gli angeli si riscoprono con un corpo sessuato, il “papino” di un tempo svela la sua prestanza fallica, la madre la sollecita a rinunciare alla pulsionalità polimorfa tipica di ogni bambino per spiccare il salto verso una genitalità consapevole. Il nuovo sapere la espone alla scoperta dell’irreversibilità della differenza sessuale, cosa sancita da una nuova nomenclatura: “non più pisella ma vagina”. Curiosamente è proprio la madre l’istitutrice che le prescrive “i nomi da grandi”, esortandola ad abbandonare anche gli ultimi balbettii della primitiva lingua materna, lingua prebabelica, asemantica, impasto di suoni ed esperienze sensoriali; come dicevamo, esperienza decisiva – per l’infans, per chi non parla ancora la lingua degli uomini – per il formarsi di un piacere della parola prima che le parole significhino o servano a uno scopo. Una sorta di tempo preliminare che si rivelerà fondamentale per abitare il linguaggio senza essere schiacciati dalla sua potenza.
A fare da contraltare a questo orgasmico discorso degli adulti, ci sono fortunatamente i nonni che, come si sa, non essendo direttamente implicati nell’atto della procreazione, sono i baluardi di un’origine introvabile, comunque non meramente biologica. Un’origine velata, not evidence based, la cui proiezione temporale affonda nel mito: c’era una volta, nessuno può dire quando. Lina ci tiene a farci sapere che Filippo si è mostrato molto affettuoso con lei, “ha visto che lo guardavo, cioè io guardo lui e lui guarda me”: non si erano mai visti, ma è come se si fossero dati un appuntamento (questo adulto, questo nonno di riporto, si lascia guardare, studiare, a differenza di Max, il compagno della madre, che un giorno le aveva confessato “Io non voglio farmi guardare”).
Poi Lina ha visto Filippo commuoversi e piangere per la perdita della nonna, anche se – come le rivela la mamma – “hanno amato per anni vedendosi solo sull’iPad, cioè non hanno mai toccato […] ma hanno parlato tanto tantissimo e mandati molti baci in videochiamata”. Ecco la rivelazione che l’attendeva e che rappresenta la svolta, la benefica torsione del suo viaggio iniziatico: l’amore lo si fa con le parole e con un compenetrarsi di sguardi e battiti di ciglia… altro che corpi cavernosi! Chissà, magari a questo punto vale la pena di crescere, e magari con un po’ di calma, senza correre.
Finito il resoconto del viaggio, Lina ci tiene ad aggiungere ancora qualcosa, e così, tra le altre cose, ci informa che mamma a papà, per sancire il loro ritrovato amore, si sono fatti fare uno stesso tatuaggio “con una scritta in latino che è la lingua che usavano tutti quelli che sono morti molto prima di nonna e nonno”: AUDENTES FORTUNA IUVAT. Deve trattarsi di una formula magica, l’abracadabra che dischiude le porte di un sapere antico ma sempre nuovo. Lina traduce così: “La fortuna aiuta chi ci sente”. Come spesso capita, l’errore coglie nel segno. Peccato per chi ha orecchie per non sentire e occhi per non guardare.