Ritrovare Bellezza
Dario Bellezza si spense il 31 marzo del 1996, a soli 52 anni, nell’ospedale Spallanzani di Roma, dove lo aveva ormai consunto l’aids, in stato molto avanzato. Passata la boa del trentennale, con la serenità che si distende al termine di celebrazioni di ogni genere (convegni, ristampe o nuove edizioni di libri su di lui), viene il momento più propizio non solo per un bilancio del suo lascito letterario, soprattutto poetico, ma anche per tracciare un ritratto, finalmente liberato dalle tante incrostazioni scandalistiche o dall’eccessiva, quasi morbosa attenzione che la sua agonia provocò – lui stesso complice nelle tarde apparizioni al Maurizio Costanzo Show –, di fatto sottraendo alla sua opera il dovuto riguardo. In questo, e non solo in questo, Bellezza condivide con l’amato Sandro Penna un destino ostile, per cui la mitografia del personaggio ha spesso superato di gran lunga la verità della poesia: con le parole di Penna, la loro appare davvero come una «stella scialba». Insomma, l’anniversario della morte dovrebbe per converso restituire vita ai suoi versi, ai suoi romanzi, eppure questo non accade. L’ultima, esaurita edizione delle poesie di Bellezza, a mia cura, apparve ormai nel lontano 2015 e mentre Mondadori si apprestava alla ristampa gli eredi non hanno voluto rinnovare il contratto con quello che il poeta, dopo una lunga altalena con Garzanti, aveva definitivamente scelto come il suo editore di riferimento: basti ricordare che gli ultimi libri, L’avversario del 1994, e Proclama sul fascino, pubblicato pochi giorni dopo la sua scomparsa nell’aprile del 1996, furono entrambi editi nella storica collana dello «Specchio», dove erano già apparsi io, nel 1983, e Serpenta nel 1987.
Solo scrivendo di queste date mi rendo conto della distanza che è trascorsa dagli anni in cui Bellezza imperversava sulla scena letteraria, dalle letture pubbliche come quella di Castelporziano ai salotti privati, dalle tv locali a quelle nazionali; ma prima che questo accadesse c’era stata in realtà un lunga gavetta di collaborazioni con quotidiani come «Paese sera» e rotocalchi che con la poesia non avrebbero avuto proprio nulla a che vedere, se lui non si fosse prestato in veste di recensore, spesso generoso. Anche le sue prestazioni in veste di direttore di collane presso piccoli, a volte minimi editori, sono il riflesso di una curiosità mai cessata, di un volere (e sapere) guardare al lavoro altrui, soprattutto se si trattava di proporre nuovi autori o di avallare giovani promesse. Bellezza non è apparso mai, in nessuna fase della sua vicenda poetica, come l’autore chiuso in sé stesso, votato esclusivamente all’autopromozione; piuttosto la sua presenza ha costituito, nel panorama romano e non solo, un punto di riferimento certo, in cui un’intera scuola di poesia riconosceva il suo esponente di spicco.
Come spesso accade, quasi fosse una legge non scritta, il clamore suscitato dalla malattia e dalla morte provocò una morbosa deviazione mediatica, che di fatto pose in secondo piano l’elemento più rilevante della personalità di Bellezza, ovvero la sua poesia. Anche dopo la sua scomparsa, ciò che continuò ad attrarre curiosità non fu l’opera letteraria nel suo complesso, ma il rifiuto delle terapie tradizionali e dei protocolli sperimentali più recenti, a favore di cure alternative che in ogni caso, in un fisico già provato, specie negli ultimi mesi, non avrebbero prodotto alcun esito. Eppure Bellezza, indossata la veste e non più la maschera del personaggio drammatico, difese a oltranza la propria libertà di scelta, anche quando questa lo avrebbe portato a morte certa. Nella realtà di quella vera e propria tragedia, le amicizie e le conoscenze si diradarono inevitabilmente, in una solitudine estrema, interrotta dalle ormai esigue frequentazioni; lui stesso aveva preferito allontanare molte delle presenze che avevano segnato il corso della sua vita, in un isolamento dettato anche dalla complessità della situazione, raccontata in pagine di testimonianza da parte di chi aveva saputo – e voluto – restargli vicino fino all’ultimo; quelle pagine, però, si sostituirono alla sua opera, come il malato si sostituì al poeta. Ne sarebbe venuto un lungo silenzio: il confine tra la curiosità e l’imbarazzo, si sa, è davvero labile.

La vita di un poeta, indipendentemente dal valore e dal giudizio che possiamo dare, è un fatto complesso, che si scontra con diversi fattori contrastivi: la marginalizzazione della poesia rispetto ad altri generi, o al contrario la sua eccessiva spettacolarizzazione, che è l’altra faccia della stessa realtà. Bellezza fu probabilmente l’ultimo istrione, l’ultimo a potersi investire dell’alloro poetico, anche laddove creava scandalo e voluto disagio. Il suo essere scomodo e inorganico a qualsivoglia potere – insomma, la sua libertà – ne preparò la damnatio memoriae. Non solo le poesie e i romanzi divennero introvabili per molti anni, ma le stesse mappe letterarie che si andavano frettolosamente allestendo a cavallo del millennio finivano per dimenticarlo o per limitarne l’autentica fisionomia: che non era certo quella del poeta-manager, da cui oggi siamo circondati, né quella del millantatore, o peggio dell’usurpatore di un ruolo e di un’identità. Non avrebbe ancora avuto complici, all’altezza della sua morte, né nella stampa né nell’accademia; quanto ai social erano ben lungi dall’esistere, e dall’imporsi come luogo di autopromozione e di facili scambi. Pertanto, mentre il nuovo millennio ci fotografava in una nuova antropologia del web, la figura intatta di Bellezza retrocedeva sempre più verso una dimensione neppure museale, ma di completo oscuramento.
Si poteva, in poesia, fare i conti senza Bellezza? Senza colui che era stato eletto da Pasolini e circondato di attenzioni (come di fulminanti rancori) da Elsa Morante, dallo stesso Moravia, da Anna Maria Ortese e da Amelia Rosselli? Poteva sussistere un’eredità, nel cui solco ricollocare in una più giusta prospettiva la sua opera, forse annessa con noncuranza a un possibile filone Penna-Pasolini? Per affrontare il tema, si dovrà ripartire, credo, proprio dal suo mentore; converrà quindi disegnare, attraverso il discrimine della morte, l’eventuale diagramma dell’eredità pasoliniana in vita e dopo il suo assassinio e con quanto determinò proprio sul piano ricettivo: si ricorda che a quell’evento – terribile spartiacque per quanto riguarda ruolo e funzione dell’intellettuale – Bellezza dedicò due saggi, Morte di Pasolini nel 1981 e Il poeta assassinato nel 1995.
Nel presentare le nuove proposte della poesia, Pasolini negli anni Sessanta restava fedele alla propria impostazione di lettore, condizionato dalla stilistica e dallo storicismo; ancora una volta veniva a trovarsi tra Spitzer e Gramsci. Ripercorrendo le note introduttive con cui presentava i nuovi poeti sulle riviste (si pensi a Massimo Ferretti, Giorgio Manacorda, Amelia Rosselli) si avverte nell’immediato proprio la sottolineatura del dato stilistico e/o civile. Quando approdiamo, un decennio più avanti, alla poesia di Dario Bellezza, presentato come «il miglior poeta della nuova generazione», Pasolini, affrettandosi a dichiarare che a lui «ormai poco importa che ci sia una nuova generazione» e che non ha «mai fatto uso di una simile categoria, che gli sembra retorica, e di seconda qualità», quasi concedendo al nuovo poeta il blasone della gioventù lo ingabbia in una sorta di cecità, che avrebbe impedito a Bellezza di riconoscere «come vecchio» il mondo da cui di fatto proverrebbe. «Lessicalmente ha preso ben poco dalla letteratura», insiste Pasolini, schiacciando un’eredità evidente come quella morantiana – che si guarda bene dal rilevare – sulla cronaca, sul giornalismo, sul linguaggio medio o addirittura sulla degradazione dei «cascami letterari passati a un livello inferiore o al parlare comune dei privilegiati».
Nella prospettiva del passaggio del testimone il risvolto a Invettive e licenze è piuttosto un’amara sconfessione: «Himmler un po’ pretesco di se stesso, Dario Bellezza fa la spia della sua vita mal spesa, brancolando verso il futuro dove non lo attende nulla, se non la ripetizione del suo stato. Ma è questa la vera “carriera” di un poeta», e di una poesia ubbidientemente alla ricerca di un padrone e «dissociata dalla sua realtà».
Cito dal risvolto al volume del 1971 che costò a Bellezza onori e riserve nello stesso tempo. C’è da chiedersi, a questo punto, se quella promozione iniziale, che tanti problemi ha creato a una più corretta ricezione, non fosse in verità una battuta antifrastica, che attraverso Bellezza andava a colpire, in una chiara presa di distanza, la poesia che si sarebbe affermata negli anni Settanta. «Anche se non mi sento partigiano della mia generazione, forse è proprio vero che con i poeti degli anni Settanta compare sulla scena qualcosa che prima non si era mai visto. E questa, come si capisce subito, è una lode anche ambigua, dato che novità non vuol dire affatto miglioramento. È anzi probabile che quella che Pasolini nei suoi ultimi scritti definiva “Mutazione” abbia agito subito sui nuovi poeti. La cultura letteraria italiana ormai non era più la stessa»: così Berardinelli delinea il campo di tensioni che di fatto viene sempre più a costituire il nuovo scenario dove collocare l’eventuale lascito pasoliniano dopo i fatti dell’Idroscalo.

La diagnosi è pienamente condivisibile: se da una parte il dato positivo è offerto dalla rescissione dei legami fino a quel momento impedienti tra poesia e politica, poesia e storia, poesia e teoria, dall’altro la «rinascita», la possibilità di tornare a scrivere il presente comportano più che il rischio di un appiattimento, la riscossione di un prezzo invero alto: il calo di livello dell’autocritica e dell’autocoscienza (ciò che risultava ancora rilevabile negli esordi di Amelia Rosselli, pur attraverso le anamorfosi dei lapsus). Ne deriva una effettiva diversità nelle direzioni intraprese e nelle scelte da compiere, diversità interna a quel decennio e nei confronti di quanto era stato prodotto prima. Che Pasolini ne fosse in qualche modo consapevole è sufficientemente comprovato dall’ambiguo battesimo di Bellezza, con cui promuove (ma fino a che punto?) e insieme rimarca le distanze, chiudendo quella poesia in quello che sarà in effetti il suo limite: ancora per Berardinelli, «la fusione fra testi scritti e “personaggio”».
Affinché una nuova eredità pasoliniana, malgré lui e in ogni caso post-mortem, attraverso investiture indirette, possa realizzarsi, si dovrà attendere che la poesia degli anni Settanta si decanti e che riprenda un lungo, duro e spesso oscuro lavorìo di scrittura e di critica, con cui recuperare qualcosa di quell’autocoscienza alienata al passato. E se il decennio successivo, tra derive neometriciste, neo-orfiche o neoclassicheggianti si delinea già, con poche eccezioni, come una dimensione di epigonismo, l’opera di Bellezza prosegue con una coerenza di temi e di stile, ampliando un cantiere già rilevante.
Non è a Pasolini, né, più indietro, a Penna che si deve guardare, per restituire a questo poeta la sua vera personalità. Rapporti, amicizie, frequentazioni, idolatrie appartengono più alla biografia che alla scrittura e sarebbe sufficiente, per esempio, limitarsi a una definizione della sfera erotica per rimarcare la distanza siderale dal modello più antico; quanto a Pasolini, il risvolto di Invettive e licenze è già un concentrato di cauta, rallentata ammirazione che andava poi a colpire la generazione che si stava affacciando. Rispetto a chi, in effetti, Bellezza poteva dirsi il migliore? Non certamente verso i lombardi, che per Pasolini sembrano comporre un universo a sé, e che del resto avrebbero esordito intorno alla metà del decennio; quanto alla scuola romana, ai poeti di quello che si è definito «l’io che brucia», il materiale circolante era ancora insufficiente per poter avallare un simile giudizio, che resta, pertanto, fondato su un gusto del tutto personale e in ogni caso oscillante.
Per meglio comprendere da dove viene la solida cantilena del verso di Bellezza si dovranno avviare altre indagini; ma non credo di andare troppo lontano se suggerisco di andare a rileggere Elsa Morante, in prosa e in versi. A lei, la Serpenta che intitola uno dei suoi libri più riusciti, sono dedicati molti dei componimenti di Bellezza, ora in chiave nostalgica nei confronti di un amore naufragato in un allontanamento duro e irreversibile, ora in chiave polemica, da amante deluso e respinto. Dell’episodio che avrebbe provocato la frattura il poeta taceva, essendo un tassello doloroso della sua vicenda, ma la fascinazione che Morante provocò sul giovane che si accostava alla letteratura è narrata in uno dei romanzi di Bellezza, L’amore felice (apparso da Rusconi nel 1986 e mai più ristampato), a rimarcare la contiguità tra scrittura e vita che segna un po’ tutta la sua opera. È tra le pagine dei grandi romanzi morantiani, o nei versi – penso soprattutto a Il mondo salvato dai ragazzini – che il ritmo della poesia di Bellezza comincia a prendere forma, assecondando una libertà metrica che davvero poteva risultare consustanziale all’espressione di un «io che brucia»; era una poesia che si nutriva a latere rispetto alla grande tradizione, la cui lezione, da Dante a d’Annnunzio, era pure stata assimilata da un lettore precoce e vorace. E poi, ma dovrei dire accanto, c’era Rimbaud, specie quello di Una stagione all’inferno, e altri “irregolari” come Wilde o Gide; ma che quella poesia, a un certo punto, intraprenda la strada della drammaturgia, è un ulteriore segnale, sebbene a distanza, di una convergenza tra il Vate e la creazione del personaggio proprio in Morante.
Prima che la filologia si impossessi di Bellezza, relegandolo negli scaffali degli studiosi, sarebbe più che mai opportuno che la sua opera venisse ripubblicata, rimessa in circolazione; una nuova generazione di lettori si è ormai formata, ed è a loro che quell’opera dev’essere consegnata. Il rischio è fare di Bellezza un autore carsico, di quelli che si affacciano come meteore per un breve periodo, magari attraendo qualche critico ancora in cerca del “suo” feticcio, ma di fatto estraniandolo dal mainstream, se mi si passa il termine. Il ricordo che ho di lui e della sua consapevolezza di essere poeta si scontra con le immagini odierne, dove chiunque può raccattare l’aureola, come il poetastro di Baudelaire, e impunemente cingersene. Certo, c’era anche della provocazione e dell’ironia, in Bellezza, in alcuni suoi estremismi; ma il suo amore per la poesia era nutrito da una stretta confidenza, nel duplice significato di affidarsi a e di ricevere da. L’ultima memoria mi riporta al dicembre del 1995, quando ricevette un premio ad Avezzano; il suo ringraziamento nei confronti della giuria fu un’altissima lezione di poetica. Fu anche l’ultima volta che lo vidi, senza poterlo abbracciare; il male, ormai visibilissimo, incalzava.
In copertina, fotografia di Dario Bellezza (da Il Manifesto).