Pane, arte e conoscenza
A un primo sguardo, fermandosi alle prime superficiali impressioni che suscita il titolo, si potrebbe pensare che il libro di Gaspare Polizzi (Il pane degli angeli. Il cibo della conoscenza, da Beato Angelico ad Anselm Kiefer, Aesthetica Edizioni, Sesto San Giovanni 2026) sia un affondo mirato, breve e circoscritto, sul significato simbolico che il pane incarna nella tradizione occidentale. Invece, se si seguono fino in fondo i rivoli della trattazione, composta da immissari e affluenti più o meno confluenti, più o meno vagabondi e dispersi, si resta piacevolmente sorpresi; si scopre, infatti, che la materia in questione è molto più ampia e, per certi versi, originale. Al centro del libro non troviamo – solamente – il pane, come simbolo archetipico e cristologico di nutrimento, conoscenza e salvezza; ma un pane, molto specifico, osservato da una prospettiva insolita: il pane degli angeli. Dove, come spesso accade, il genitivo è da intendersi sia in senso soggettivo, sia in senso oggettivo. Sono gli angeli messaggeri i protagonisti del discorso: gli emissari dell’alimento che nutre la conoscenza e anima la carne.
È l’attributo angelico – ecco la novità – del pane, come alimento di conoscenza, la chiave che permette all’autore di collegare prospettive apparentemente diversissime e distanti tra loro, dal Convivio dantesco, ai Dialoghi di Giordano Bruno, fino alla cibernetica contemporanea e alla teoria della conoscenza di Michel Serres. Gli angeli sono l’emblema della proprietà forse più significativa della conoscenza: mettono in comune, rendono possibile la comunicazione di tutto con tutto, condividono, uniscono, aprono un dialogo, messaggeri, tra il tutto e le parti e viceversa.
Da questo punto di vista, i fiammeggianti serafini, che si trovano al vertice della gerarchia angelica, sommi portatori del fuoco dello Spirito, gli unici a cui è concesso, come ricorda l’autore (pp. 20-24), di cauterizzare e infliggere assieme il dono delle ferite delle stigmate del Cristo, sono i massimi elargitori di questa fiamma condivisa, che brucia violenta di un desiderio di costruire un dialogo, di mettere in comunione tra loro le creature, e queste con il loro creatore – fino a imitare e incarnare la partecipazione all’estremo sacrificio del redentore. Il servitore più vicino a Dio, il Serafino, “serpente ardente” o “drago di fuoco” (p. 22), sembra essere il portatore per eccellenza di quello spirito che tutto e tutti infiamma di conoscenza e amore, di quella lingua di fuoco, di quel dialogo comune che – come la furia fiammeggiante del logos eracliteo – tutto mette in comunicazione, tutto ricompone e disfa in unità, tutto aggioga e accomuna (xynon), perfino gli opposti contraddittori.
Questo discorso (così Carlo Diano traduceva il logos eracliteo) divampa e si propaga: in tutto trascorre questo sapere, che stabilisce e ricongiunge le differenze. Come il messaggio evangelico, che salta di bocca in bocca, sospinto dallo spirito alato degli angeli, la fiamma di questa notizia si diffonde senza mai esaurirsi; si divide e moltiplica in frammenti infinitesimali, come le briciole del pane a mensa, andando in ogni dove, raggiungendo l’intercapedine più remota e nascosta; e tuttavia brucia in ogni spira restando sempre identica a sé, senza mutare o tradire la sua natura, come identico resta il corpo di Cristo nell’eucarestia, smembrato in mille pezzi e messo poi in comunione nella mensa comune.
Non a caso, è a partire da questa immagine che il nostro autore ricostruisce il profondo legame che unisce gli angeli, il pane e la conoscenza. Le prime pagine (pp. 9-18) sono infatti dedicate al commento e all’analisi di alcune significative raffigurazioni che vedono protagonista San Domenico e il celebre miracolo che lo vede coinvolto come dispensatore di un pane prodigioso, che si moltiplica e giunge provvidenzialmente nel momento del bisogno a salvare il convento dalla fame. Il santo appare così (p.18), da una parte, come perfetto discepolo di Cristo, che moltiplica il pane, che dispensa quel cibo che unisce i fedeli, al di là delle loro differenze, in un’unica comunità eucaristica attorno a una mensa comune; dall’altra, si mostra assieme come divulgatore di quel pane frutto della vera conoscenza, alimentata dal messaggio evangelico di cui la teologia – cara al santo – si fa interprete.
Nello specifico, l’autore si sofferma su un particolare della nota Incoronazione della Vergine del Beato Angelico, imponente dipinto conservato al Louvre, commentando la sesta predella posta ai piedi della raffigurazione maggiore, la quale ritrae San Domenico e i compagni. Qui si può notare una rappresentazione abbastanza insolita nell’iconografica cristiana, scrive l’autore (p.10), ma tipica dell’agiografia di San Domenico: due angeli servono il pane ai commensali del convento nel refettorio. Insolito potrebbe sembrare, anche, associare a un santo come San Domenico, e dunque all’ordine dei domenicani – fini teologi – un simbolo così legato al ventre e al volgo, e così poco alla mente e alle sudate carte dei dotti chierici. Come si lega il pane al sapere? Anche in questo caso, sono gli angeli a indicare – anche per quanto riguarda l’esegesi della raffigurazione – la via, a suggerire una possibile risposta, che cambia radicalmente il modo in cui viene inteso questo rapporto.
Che l’alimento popolare per eccellenza, il pane, sia in qualche modo collegato ad alcune forme di sapere – mistico, visionario, folle e febbrile – già Piero Camporesi, nel suo Il pane selvaggio, lo metteva in luce; e se rimarrà forse per sempre in dubbio se davvero i Misteri Eleusini, come si racconta, avessero al centro riti e misteri legati alla spiga e al grano, di contro è certo che il pane sia stato per molte civiltà il prodotto simbolico che testimonia la nascita della coltura e della cultura, protagonista di quell’itinerario che ha definitivamente strappato la specie umana dal suo lungo errare selvaggio in giro per il globo. Il pane rappresenta così emblematicamente l’addomesticamento dell’essere umano, e dunque la sua piena uscita dal regno animale, da definirlo in quanto tale. L’essere umano, mortale mangiatore di pane (brotòs), inerme animale, comunitario per sopravvivenza, si colloca a metà, come voleva Aristotele nella sua Politeia, tra i due estremi a-politici, la bestia e il dio, che: o si nutrono solo per sopravvivere, o se si cibano, come gli esseri umani e non come le fiere, lo fanno con un cibo che non è cibo, con un pane che non è pane ma a-mbrosia.
Nella dottrina e quindi nell’iconografia cristiana, invece, e in particolar modo in questo esempio del Beato Angelico, questa impostazione generale ‘classica’ viene completamente ribaltata; in forza del miracolo dell’eucarestia, della comunanza tra Dio e la sua creatura, fatta a sua immagine e somiglianza, il pane non è più l’alimento che inchioda l’essere umano alla sua umiltà, alla sua prigione terrena, ma anzi è lo strumento simbolico che lo mette in comunione con Dio e lo emancipa ad essere intellettuale e spirituale; è l’emblema della conciliazione tra la creatura, dopo la caduta, e il suo Salvatore, che la riaccoglie a casa.
In quest’ottica, se mai, il problema è, da un lato, quello di annunciare questa Buona Notizia a quanti più possibile, senza, dall’altro lato, disperdere questa nuova comunità, e frammentarla in mille briciole diverse. Come si mantiene integra la dottrina senza scadere in eresie? Come si può spezzare il pane senza ferirlo? Come mostra l’autore (pp. 29-48), a partire dal Convivio di Dante ma non solo, è questo paradosso che anima il motivo del pane degli angeli: come trasmettere e comunicare la dottrina senza tradirla? Nella corretta ed efficace trasmissione del sapere, e dunque della Buona Notizia, ne va della possibilità della salvezza di tutti, della possibilità di entrare pienamente in comunione con il Cristo. (p. 33) “Dante si presenta come un mediatore, un intermediario di conoscenza che mette in relazione il sapere divino, emanato dalle creature angeliche con il bisogno di conoscenza diffuso anche tra i poveri di spirito”. Figurativamente, come immagina l’autore, Dante raccoglie le briciole del miracolo di quella mensa domenicana e formula un suo “banchetto di sapienza” che dispensi a tutti il pane portato dagli angeli, divulgando e comunicando un sapere altrimenti inaccessibile ai più.
Se Dante è, per l’autore, il primo divulgatore della storia, il primo poeta della scienza, il primo a porsi il problema della sua comunicazione di massa, potremmo dire, Michel Serres, facendo un grande balzo in avanti, è invece l’autore contemporaneo che – sempre secondo l’autore del libro – può aiutarci a interpretare la dimensione angelica di questo pane della conoscenza secondo una prospettiva moderna. Serres, che ha dedicato non pochi scritti alle figure alate messaggere, Hermes sopra tutte, sottolinea come gli angeli siano in fondo nient’altro che il mitologema della comunicazione, della messaggistica, dell’informazione; a partire dalla scrittura, fino ai moderni sistemi di informazione, al centro di una corretta trasmissione del sapere ci sono sempre i supporti di questa informazione, di questo passare da forma a forma, di questa meta-morfosi continua – si direbbe con Goethe. L’informazione, da questo punto di vista, è il propagarsi di un messaggio che in-forma e accomuna e raccoglie i suoi uditori, è – per dirla con McLuhan – una differenza che produce differenze; le quali, come le briciole del pane, si disperdono mantenendo invariato, grazie al potere angelico, il messaggio originale, il sapore e il sapere del pane. L’essenza angelica allora, come scrive l’autore, consiste in questo flusso ininterrotto di messaggi, dal DNA nei viventi, alle reti cibernetiche, fino alle perturbazioni climatiche, che informa tutti i viventi e non viventi: (p. 68) “una sola lingua riunisce le reti delle circolazioni e comunicazioni umane, il mondo dei flussi fisici, le leggende divine. Il vento costruisce il mondo inorganico, la vita e lo spirito, esprime l’anima, lo spirito e Dio; ogni azione segue l’onda del vento e la piega della risacca. Arriva il Matin nelle Messagerie, il momento del lavoro, della messa in funzione delle forme della produzione di messaggi”.