Ripensare l’odio
In qualità di animali simbolici, ci siamo raccontati nel corso del tempo molte storie. Ce n’è una, in particolare, che ci riguarda da vicino. L’odio, ci siamo detti, sopraggiunge quando la ragione arretra e le parole inciampano su se stesse, quando i nostri istinti più ferini occupano il centro della scena e la vista si fa offuscata. Si tratta di una rappresentazione consolatoria e al contempo rassicurante, perché lascia intendere che l’odio sia sempre là dove noi non siamo più. Se l’odio è una febbre morale, un rigurgito barbarico, qualcosa che è emerso dalle cantine della nostra storia, possiamo analizzarlo e studiarlo come l’altro da noi. È una strategia efficace per addomesticarlo: basta prestare la giusta attenzione agli orrori partoriti dalla nostra sragione per non ripetere gli stessi errori. L’odio è un eccesso disumano e non può essere, in quanto tale, parte del discorso ordinario. Figurarsi se può prendere posto nell’apparato amministrativo o nelle buone maniere istituzionali con cui ogni società stabilisce a monte chi meriti ascolto e cura, protezione e pubblico riconoscimento.
Questa favola non possiede un lieto fine ma un doppio fondo. È per questo che l’ultimo libro di Orlando Paris, Pensare l’odio. L’umano di fronte all’estremo, pubblicato da Luca Sossella editore, va preso sul serio. Questo agile contributo non è una storia delle nostre atrocità; rappresenta piuttosto una genealogia concettuale utile per comprendere le condizioni che le hanno rese – e continuano a renderle – possibili. Prima che l’odio si esprima e produca le sue conseguenze, ci sono infatti una lingua, una tassonomia, un’educazione dello sguardo che contribuiscono a radicarlo nel discorso pubblico.
Questo libro è uno specchio del presente: prende ad esempio alcune delle tragedie che hanno costellato il nostro più recente passato e si domanda come sia possibile che questa nostra ragione adulta continui, nonostante tutto, a ricadere nelle stesse trappole. Pensare l’odio significa allora riflettere sull’odio come categoria teorica autonoma, così da poterne decifrare «i linguaggi, le pratiche e le strutture soggiacenti che ne consentono la riproduzione e la legittimazione» (p. 22).
Paris costruisce il suo libro intorno a sei nuclei teorici e li ripercorre, capitolo per capitolo, con una chiarezza quasi didattica. Ci sono l’odio razzista e antisemita, filtrato dalle lenti di Hannah Arendt e dalla logica biopolitica di Michel Foucault e Giorgio Agamben; il collasso della razionalità illuminista descritto dalla Scuola di Francoforte; l’ordinarietà umana e troppo umana – fondata sull’abitudine, l’obbedienza e la burocratizzazione dell’esistenza – che ha sostenuto e supportato la macchina genocidaria del ’900. Ci sono poi la zona grigia e l’etnografia dell’odio raccontata da Primo Levi, la nascita e lo sviluppo della Critical Race Theory e degli Hate Studies, e infine una riflessione di più ampio respiro sulla dimensione performativa del linguaggio d’odio e sulle strategie discorsive che preparano e realizzano l’opera di disumanizzazione e silenziamento del “nemico”.
La scansione per capitoli non va letta semplicemente come un indice ragionato; va intesa come uno strumento per sfuggire alla tentazione di declinare al passato il peso delle nostre atrocità, riabilitando in un colpo solo il presente, quasi fosse il luogo in cui poterci nuovamente specchiare per ciò che siamo davvero – figure candide e soprattutto innocenti. Più si procede nella lettura, più diventa difficile derubricare l’odio a moto oscuro e immediato dell’interiorità. Non è una scarica affettiva segnata da istinti, impulsi e sommovimenti feroci e belluini. L’odio vive e si diffonde nel linguaggio, nei regolamenti, negli apparati, in breve: in quelle forme ordinarie con cui ciascuna comunità distribuisce il diritto di apparire e di poter esistere “davvero”, come individuo pienamente legittimo e legittimato. Ed è proprio qui che risiede il cuore del problema. L’odio non si limita mai a colpire un nemico già dato. Se è possibile affondare il coltello, è perché il nemico è stato prima isolato, definito, reso riconoscibile all’interno del linguaggio. L’esercizio della violenza è sempre la conseguenza di un lavoro simbolico. Prima di essere braccato e perseguito, il nemico è costruito. Possiamo segregare il mostro solo se ha assunto una figura e dei contorni ben precisi.
È una delle questioni decisive. Paris la tocca e la sviluppa nelle pagine conclusive, ma la si può ampliare ulteriormente. I nostri costrutti simbolici non sono semplici riflessi del mondo, ma contribuiscono, proprio mentre ne parlano, a dargli forma, ossia ad attribuirgli un senso – questo e non un altro. Per tale ragione, «le parole, le narrazioni e i dispositivi discorsivi non si limitano a esprimere l’odio, ma lo organizzano, lo legittimano e ne assicurano la continuità» (p. 160). Che è come dire: il lato oscuro (o luminoso) del linguaggio consiste nel determinare – ex novo, ogni volta in modo potenzialmente diverso – le zone d’ombra e i coni di luce. Certo, le parole non fanno apparire dal nulla le cose, ma ci permettono di decidere quale sia lo spazio di visibilità da assegnare a un problema e alla sua potenziale soluzione; o quale sia il grado di riconoscimento di cui può godere una data persona o un certo gruppo sociale. In tal senso, il linguaggio concorre a disegnare il perimetro di ciò che può essere ragionevolmente affermato. Nella misura in cui collochiamo qualcosa o qualcuno all’interno di questo cerchio magico, stiamo per ciò stesso decidendo chi non è all’altezza di farne parte. Ma l’area tracciata in questo dominio, lo sappiamo bene, cambia più volte nel corso del tempo.
Il linguaggio è un potente strumento di legittimazione e uno strumento, altrettanto potente, di esclusione. È per questo che la barbarie, la violenza, l’orrore non sono ciò che una civiltà si è lasciata alle spalle; sono piuttosto gli elementi che vengono di continuo rinegoziati. Se l’odio può organizzarsi in forme ordinate, razionali e tecnicamente efficaci, se può assumere il volto neutro della competenza, della burocrazia e della procedura (e l’organizzazione dei campi di sterminio, nota Paris, è lì a testimoniarlo), non è sufficiente contrapporgli la luce della ragione. Bisogna invece domandarsi, ogni singola volta, quale discorso lo abbia reso possibile, quale racconto sia riuscito a fargli spazio, e in che misura. In effetti, se ci riflettiamo, l’odio non risiede nell’incapacità di vedere l’altro. Anzi, attraverso l’odio lo vediamo fin troppo bene: lo descriviamo nei suoi dettagli più minuti e lo costringiamo dentro una visibilità predeterminata. Non ci limitiamo a deformarne il volto, ma gli fabbrichiamo attorno una maschera. Non solo: ci addestriamo per costruirgli un ambiente, un contesto, molto spesso una storia. E quando questa narrazione è talmente efficace da apparirci come il naturale ordine delle cose, la maschera sembra magicamente parlare, muoversi e comportarsi in perfetta continuità con le nostre aspettative. È lì che il processo di brutalizzazione e disumanizzazione è giunto a compimento. Ed è in quel preciso momento che ci sentiamo legittimati a odiare.
Ogni metafora è una piccola e potentissima ontologia. L’odio, pertanto, non è semplicemente un atteggiamento ostile. È una forma di mondo, un modo per organizzarlo e significarlo, ed è dunque anche un modo per agire al suo interno. Le conseguenze dell’odio – la violenza, la morte, l’internamento – compaiono alla fine, ma il discorso d’odio lavora prima, e in profondità. Paris ce lo mostra nel quinto capitolo, dedicato alla Critical Race Theory e agli Hate Studies. Il razzismo non è il rigurgito di una moltitudine brutale e gracchiante; o se lo è, lo è anche perché quel rigurgito è già iscritto nelle forme della vita sociale, nei linguaggi giuridici, nelle pratiche istituzionali e nei criteri attraverso cui un ordine collettivo produce e convalida una certa forma di normalità. L’odio diviene così un sistema da decifrare: è un regime fatto di parole, certamente, ma anche di corpi, spazi, documenti, abitudini percettive. L’odio è ciò che si dice e si pratica, ma è anche il mondo che le nostre parole rendono efficace e accettabile.
Da questo punto di vista, Pensare l’odio consente di compiere un passo ulteriore rispetto al dibattito che ruota attorno all’hate speech. Finché immaginiamo il discorso d’odio come un abuso del linguaggio, continuiamo a presupporre che esista un linguaggio imparziale e trasparente, e soprattutto “sano”, che qualcuno avrebbe deformato dall’esterno. Ma le cose, purtroppo o per fortuna, sono più complicate. L’odio non incarna un cattivo uso delle parole. È una possibilità interna al modo in cui le parole costruiscono appartenenze, differenze e gerarchie. Lo abbiamo visto: il linguaggio non arriva dopo la realtà, non è un’etichetta che appiccichiamo alle cose. È qualcosa che le dà forma, attribuendole un senso e una direzione.
Le nostre parole ci preparano al mondo. Ci permettono di rendere alcune frasi naturali e alcune paure ragionevoli. Il discorso d’odio non funziona solo perché insultando, umiliando e minacciando ci offre un porto sicuro, un luogo privilegiato da cui osservare il naufragio altrui. Il discorso d’odio funziona perché produce un ordine della realtà, ed è un ordine che ci vede sempre protagonisti. Nella misura in cui indica ed esclude il nemico, l’odio ci permette di porci al centro del nostro mondo. È questa la sua tentazione più sinistra. E sarebbe troppo semplice considerarla una tentazione “disumana”, perché parla forse del lato più oscuro del nostro linguaggio.