Lo scatto del drone assassino
Basta fare così: immaginare che quel soldato che ci guarda fermo su una moto tutta verde, riavvierà il motore e se ne andrà sgasando. Pensare che l’altro soldato che ci osserva perplesso e per niente spaventato, in fondo sta facendo solo il suo mestiere faticoso. E l’altro soldato russo tutto coperto di frasche? Si può credere che continuerà a muoversi circospetto tra i campi dell’Ucraina, nelle terre contese dall’esercito di Putin. Per non farsi coinvolgere troppo, basta considerarle foto di guerra scattate da un drone, inserirle nella lunga serie di immagini che ci arrivano dalla Prima e dalla Seconda guerra mondiale, a volte per mano di grandi fotografi.
Non è così. Ci avvisa una scritta bianca sovraimpressa: BOOM!! Quasi non la si vede, e la si confonde tra tutti quei numeri e quelle sigle abbreviate che compaiono in basso, o ai lati delle foto. A volte si riconoscono delle sagome – aquile stilizzate, stemmi – simboli di questa o quella unità militare, vecchia grafica ancora a suo agio tra arnesi di raffinata tecnologia.
Sono fotografie pubblicate in Kill for Points, un libro curato da Pouria Khojastehpay, un giovane artista di origine iraniana attivo in Olanda; è uno dei fondatori di 550BC, una casa editrice indipendente che finora ha realizzato libri fotografici su aree di conflitto e sulla criminalità organizzata in diverse parti del mondo. È il sottotitolo a rivelare finalmente il carattere delle fotografie: Captured through an FPV Drone’s Eye: the Final Moments of Combatants in the Russia-Ukraine War. Il volume, segnalato settimane fa su “Repubblica” da un articolo di Gianluca Di Feo (2 luglio 2026), presenta 220 pagine su quella guerra, ammesso che “guerra” sia la parola giusta per descrivere ciò che stiamo per vedere.

I droni FPV (First Person View, “visione in prima persona”) hanno una tecnologia relativamente semplice e vengono usati anche per scopi pacifici, insomma totalmente diversi. Una foto all’inizio del libro, presa all’interno di un bunker, mostra un soldato russo in posa tra una decina di quadricotteri, uno in mano, gli altri poggiati sul pavimento. Di colore arancione, lunghi non più di mezzo metro, sembrano giochi, più che macchine offensive. In un’altra foto un uomo in piedi mostra come si fa a guidare il congegno: un grande visore scuro sugli occhi da cui spuntano due antenne, quasi corna nere; in mano un affare che assomiglia molto alle console delle Playstation.
Non è la guerra delle armate, delle divisioni, dei battaglioni, è la guerra uno contro uno, come facevano i guerrieri dell’Iliade. Ti cerco, ti vedo, ti seguo finché non ti ho raggiunto. Sotto le mura di Troia un eroe acheo fronteggia un eroe troiano; anche qui in Ucraina ci sono due uomini che combattono, ma uno è altrove, forse neppure troppo distante. Quest’ultimo, magari nello stesso fango o nella stessa pietraia, guida il drone FPV con le mani sul controller, le dita ancora sporche del lubrificante con cui ha oliato il mitragliatore. Quell’altro, braccato, sa che non c’è nulla da fare. Neve o polvere, campi non più coltivati o macchie verdi, interni di casupole devastate o trincee lacerate: l’occhio del drone riesce sempre a scovarti.
Un soldato con gli occhiali da sole, in un campo di sterpaglie punta il fucile verso di noi, cioè verso l’apparato volante, inutilmente. Fanno lo stesso estremo tentativo anche due uomini dell’esercito della Corea del Nord: li riconosciamo perché sullo scatto, a posteriori, sono state inserite bandierine di quello Stato. Un soldato con un elmetto che sembra piuttosto quello di un astronauta, in mezzo ai sassi di una trincea, guarda verso l’alto e sembra interrogarsi su quanto sta vedendo; le braccia abbassate, non reagisce. In mezzo a un prato, invece, un soldato russo cerca di fuggire su un monopattino.
Ognuna è una pagina difficile da sfogliare, una pagina di pietra. “In quella frazione di secondo tra il segnale e l'esplosione”, come recita la didascalia che introduce laconicamente la lunga sequenza. L’istante della fine di duecento soldati: “vedere gli occhi di un uomo che muore”, come scrisse De André. Chi guida il drone – commenta il curatore – vede troppo, la vittima troppo poco, ed entrambi devono fare i conti con le conseguenze.
Se possibile, ci sono pagine più pesanti delle altre, quelle della supplica. Una strada in aperta campagna, sterrata, ma molto larga e su un lato due cadaveri; un uomo con gli occhi cerchiati di fatica e di polvere si è inginocchiato a qualche metro da essi; le lettere bianche ALT 2.5 M indicano forse l’altezza da terra del drone (la sua distanza rispetto al soldato deve essere più o meno la stessa). Ha in mano due pezzi di legno chiaro rimediati chissà come, e li alza tutti e due, come a rendere ancora più chiaro il gesto della resa.
Altri tre scatti dall’alto, ravvicinati: il primo soldato, giovanissimo, è caduto a terra supino e guarda il drone dritto sopra di lui. Sta cercando di congiungere i palmi delle mani. Un altro, non saprei dire se russo o ucraino, tiene le mani giunte sul petto, mentre la bocca è tirata in una piega di dolore. È certamente russo il soldato tra i sassi che, senza più l’elmetto, fa lo stesso gesto di preghiera guardando verso l’alto. Sa che la ferocia sta altrove, ma è costretto ad implorare pietà dall’ordigno.
L’aura eroica che dal mondo classico in poi circonda il guerriero, il combattente, il soldato, è del tutto svanita: Kill for Points dispiega il morire nella solitudine e nel silenzio, perché prima dell’esplosione si sentono solo il ronzio del piccolo drone, l’affanno del soldato, forse le sue imprecazioni. Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, non c’è niente di cruento.
Gli eroi di Omero infierivano invece sul corpo dei nemici, e il poeta non ha nessuna intenzione di omettere i dettagli, anzi, più di una volta precisa addirittura quali parti del corpo siano state colpite: un eroe è stato ferito “dove la coscia si incurva nell'anca, nel punto detto «cotile»”, un altro “nel punto dove si uniscono i tendini del gomito”. Chi ascoltava i canti di Omero o più tardi leggeva i suoi versi, incontrava un’impressionante successione di inseguimenti, scontri, duelli mortali, viscere che si rovesciano a terra, guerrieri che rantolano stringendo la polvere insanguinata, ossa che scricchiolano, gli spasmi di un eroe colpito a terra che fanno vibrare la lancia conficcata nel petto, e altre crudeltà ancora.

Il poema che – come si ama dire – è alla base della cultura occidentale mostra come sia terribilmente ambiguo qualsiasi discorso (compreso quello poetico) sulla violenza bellica: è inevitabile che la celebrazione del valore del vincitore si confonda con l’ammirazione per gli effetti distruttivi della sua azione, sconfini nell’esaltazione dell’orrore che ne deriva. Vincere è annichilire, e per questo al guerriero è concesso tutto. Può vantarsi di aver ucciso un altro eroe – lo fa Achille, ad esempio – e può anche schernire il nemico dopo averlo finito: persino un irridente Patroclo, nel pieno della lotta, paragona a un acrobata l’auriga di Ettore che ha fatto crollare giù dal carro.
La derisione dell’altro può essere la prima e l’ultima stazione della violenza estrema, come stiamo per constatare nel volume di Khojastehpay. Anche questo insegnava già l’Iliade, che continua a tenersi stretto il segreto più grande, nascosto proprio perché palese: alla base delle guerre non ci sono ragioni, ci sono miti, siano il rapimento della donna più bella del mondo o la Grande Russia.
Molti anni fa Franco Fortini mise a confronto un momento della guerra del Vietnam proprio con un episodio del poema omerico, quello in cui Achille non si accontenta di aver ucciso Ettore: gli fora i tendini delle caviglie, vi fa passare corregge di cuoio, le lega al carro e lo trascina sulla spianata davanti alla rocca di Troia. Ecco il vero obiettivo: esibire la scena ai genitori e alla moglie Andromaca, mentre si sporgevano dalle mura. Fortini era rimasto impressionato dallo scatto di un fotografo giapponese, Kyoichi Sawada, del 1966: alcuni soldati americani avevano legato a un tank il cadavere di un combattente vietnamita e lo trascinavano nella polvere, a “mordere la terra coi denti” avrebbe detto Omero. Allora come oggi, non basta uccidere il nemico, bisogna anche sfigurarlo, deturparlo, poiché da sempre le battaglie si fanno con le immagini e attorno alle immagini.
Del resto, che cosa sono le fotografie (continuiamo a chiamarle così) riunite da Khojastehpay? Lo schermo dei droni presenta, ben leggibile, la scritta READY: tutto è pronto, basta solo schiacciare il pulsante. Appena prima della detonazione (ma quanto prima? per quanto tempo il drone girerà attorno al soldato per tormentarlo?) ecco pronto il fotogramma che entra nel libro.
Ma prima, qual è l’originaria destinazione di queste immagini? Come spiega il curatore, “un attacco si trasforma in una clip, viene ritagliato nuovamente, ripubblicato in varie compilation e a volte persino trasformato in un meme sui social media”. È facile notare ad esempio l’inserimento di rapidi commenti come “cursed empire” (“impero maledetto”). Alcune di queste immagini sono state ingrandite appositamente per far sembrare vicinissimi i militari che stanno per essere colpiti, i loro occhi sbarrati, i volti stravolti dalla paura o dalla sorpresa.
Non finisce qui: da qualche anno esiste “un sistema di punteggio” che prevede punti diversi a seconda dell’importanza del bersaglio eliminato e, da qui, una sorta di economia collaterale che premia i totali più alti “con nuovi droni, pezzi di ricambio ed equipaggiamento migliore”. Da qui il titolo del libro, Kill for Points, uccidere per guadagnare punti.
Su diversi screenshot si riconoscono simboli simili a quelli dei nostri dispositivi quotidiani, a segnalare la qualità della ricezione, la carica delle pile o l’altezza del volume. Le scritte si confondono con i pixel sgranati, ma ogni tanto se ne riconosce una, ad esempio RUSORIZ (“distruggi Russi”): è un progetto di fundraising destinato proprio alla produzione di droni FPV. Il sito web del progetto si apre con un logo che simula quello della Warner Bros., poi appare un signore seduto sulla poltrona di un cinema, una scatola di popcorn in mano; ecco sullo schermo una serie di azioni di droni che dall’alto piombano su veicoli militari russi, e li devastano. Il senso è chiaro: finanziare la campagna significa colpire il nemico, per poi godersi le azioni filmate. Questo, come l’altro gioco perverso della classifica a punti, niente altro è che l’apparenza contemporanea di un fenomeno arcaico: il legame indispensabile tra guerra e spettacolo.