The Social: libera volpe in libero pollaio

29 Ottobre 2026

In The Social: il prezzo della verità, Mark Zuckerberg non prova alcun senso di colpa rispetto alla “rivelazione” che l’algoritmo di Facebook contribuisce a diffondere disinformazione e a incitare comportamenti violenti. Zuckerberg si proclama paladino della totale libertà di espressione: che nel suo caso si traduce nella metafora, attribuita all’economista John Kenneth Galbraith, “Libera volpe in libero pollaio”. Ma l’inchiesta al centro della narrazione, nata dalle rivelazioni dell’ex dipendente di Facebook Frances Haugen e pubblicate dal giornalista del “Wall Street Journal” Jeff Horwitz, lo costringerà ad applicare filtri e controlli alla sua piattaforma. In buona sostanza The Social: il prezzo della verità, il film con cui lo sceneggiatore (qui anche regista) Aaron Sorkin ha voluto dare seguito a quel The Social Network diretto da David Fincher nel 2010, si concentra sul rifiuto di Zuckerberg di assumersi la responsabilità sociale che quell’1% più ricco della popolazione mondiale detiene nei confronti del restante 99%.

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Tuttavia, a giudicare da ciò che il cinema contemporaneo ci racconta, è quel 99% che prova un senso di colpa tanto pervasivo quanto paralizzante, ed è un senso di colpa che risponde alla domanda posta da Alex Gibney in Musk, il documentario-fiume sullo “one percenter” Elon Musk: “Come ha potuto un solo individuo acquisire così tanto potere? E perché glielo abbiamo dato?” In fondo è anche la domanda che si pone il pubblico di Digger, che va a vedere una messa in scena sullo strapotere affidato al petroliere del titolo e al suo sodale, il presidente degli Stati Uniti, sfociata nel disastro ambientale di cui tutti pagano le conseguenze.

Il tema dell’assunzione di responsabilità per i mali del mondo contemporaneo da parte dei singoli individui ha accomunato molti dei titoli in gara all’ultima Mostra del cinema di Venezia. Dunque l’agente della CIA protagonista di Wild Horse Nine di Martin McDonagh prende su di sé la colpa del declino politico e morale americano da John Kennedy in poi; il libraio al centro di Nessun dolore di Gianni Amelio cerca di espiare il senso di colpa verso la gestione politica dell’immigrazione al punto da accogliere i profughi in casa propria; il soldato che ha combattuto nel Vietnam in Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto implode davanti alla domanda della scolaretta che dà il titolo al film, caricandosi dell’onere morale del conflitto nel sud-est asiatico; e in Primetime di Lance Oppenheim il conduttore del reality americano “To Catch A Predator”, che si pone come censore dei comportamenti devianti, farà un mea culpa individuale sulla spettacolarizzazione mediatica di questo stesso processo giustizialista.

È come se il cinema esprimesse una tendenza dei singoli a farsi carico del peso del mondo, in uno sforzo titanico che consenta loro una redenzione onnicomprensiva quanto lo è la loro assunzione di responsabilità. Ognuno di questi personaggi si rende conto, ad un certo punto, di ciò che John Schlesinger, nel film Il gioco del falco, definiva “l’entità della bugia”, diventato anche il titolo del brano composto da Pat Metheny e Lyle Mays per la colonna sonora del film – ed eravamo nel 1985. Anche Il gioco del falco, come Wild Horse Nine, vedeva protagonisti i brogli della CIA (e del KGB) per condizionare l’andamento della politica mondiale. E anche lì il singolo prendeva coscienza con orrore delle dimensioni dell’imbroglio.

Di qui la ricerca, tanto generale quanto individuale, di un perdono e di una redenzione che è sembrata attraversare il cinema internazionale in Mostra a Venezia: il bisogno di un’assoluzione plenaria che riguardi anche i peccati commessi individualmente. Attenzione però: il senso di colpa collettivo nella realtà non si traduce necessariamente in un’assunzione di responsabilità personale. Ed è proprio in questo scarto che si gioca l’impasse che paralizza il mondo contemporaneo: da una parte c’è il riconoscimento di un vulnus che ci riguarda tutti e ci schiaccia sotto il peso della sua magnitudine; dall’altra non c’è una consapevolezza attiva della parte che noi abbiamo in questo quadro devastante. Dunque gli utenti di Facebook lamentano lo strapotere di Zuckerberg ma continuano a postare messaggi che alimentano il clima tossico dei social media, così come il pubblico dello spettacolo teatrale in Digger applaude davanti alla fine ingloriosa del suo protagonista – ma poi torna silenzioso e acquiescente a quell’habitat tossico che ha alimentato con il suo silenzio.

D’altro canto, per chiudere il cerchio aperto con lo Zuckerberg di The Social: il prezzo della verità, perché dovrebbero essere addossate al 99% le responsabilità di competenza diretta di quell’1% che invece non prova alcun senso di colpa, né individuale né collettivo? Non è un caso che in The Social: il prezzo della verità, il “personaggio” Mark Zuckerberg sia interpretato da Jeremy Strong, l’attore celebre per il ruolo del figlio di un magnate dell’industria senza scrupoli animato dall’avidità alla Gordon Gekko di Wall Street nella serie Succession, e poi per il ruolo dello “spin doctor” di Donald Trump, l’avvocato Roy Cohn, in The Apprentice di Ali Abbasi. In The Social Network (2010) di David Fincher Zuckerberg aveva invece il volto ancora giovane di Jesse Eisenberg, spietato nella gestione dei rapporti con il prossimo ma non ancora così luciferino nel declinare le responsabilità del proprio operato, e soprattutto non ancora così economicamente potente e socialmente pericoloso.

Ciò che accomuna Strong e Eisenberg è comunque l’impassibilità del loro sguardo, quel certo “autismo emotivo” che li scherma dalla necessità di provare empatia, dunque probabilmente anche un impulso di condivisione di colpa. Come recitava la locandina promozionale di The Social Network, “Non arrivi a farti 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”, in cui era già implicita l’accettazione di compiere un “male necessario” che avrebbe avuto vittime collaterali: è il capitalismo, bellezza, e non puoi farci niente, per parafrasare L’ultima minaccia di Richard Brooks.

Dopo la crisi dei mutui subprime del 2008, il cinema ha dettagliato la crisi strutturale del capitalismo. Di qui l’odissea del protagonista di Company Man di John Wells (2010) o l’esplorazione del concetto di “margin call”, che ha portato alla rovina migliaia di piccoli investitori, e che dà il titolo al film di J. C. Chandlor (2011). Di qui la critica radicale al sistema capitalistico americano basato sulla sopraffazione dell’uomo sull’uomo di The Founder di John Lee Hancock (2016), in cui Ray Kroc, fondatore della catena dei fast food più famosi del mondo, ruberà persino il cognome ai legittimi proprietari, i fratelli McDonald, che lo descriveranno come: “Un lupo nel pollaio. E l'abbiamo invitato noi”.

Il cinema internazionale contemporaneo sembra invece oggi legittimare l’assunzione di responsabilità individuale rispetto ai peccati commessi da chi è preposto a governare le istituzioni, soprattutto economiche ma ora anche politiche, secondo il principio “guadagni privati e debiti pubblici” per cui è lecito redistribuire le conseguenze delle proprie scelte sulle spalle (e i conti bancari) del pubblico. Eppure Insider di Michael Mann, alla fine del secolo scorso, sottolineava che la colpa non è primariamente di chi fuma, ma dell’industria del tabacco e di chi le dà carta bianca, riportando la responsabilità civile e legale sui produttori anziché scaricarla sui consumatori.

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