Il fastidio e l’apocalisse: Digger

11 Ottobre 2026

C’è una scena in Birdman (2014) di Alejandro Iñárritu in cui il protagonista, interpretato da Michael Keaton, incontra per caso in un bar la critica teatrale intenzionata a stroncare il suo spettacolo. I due hanno un acceso scambio di vedute: l’attore accusa la giornalista di non comprendere realmente il mondo se non attraverso limitate griglie di valutazione, la giornalista controbatte pacatamente ricordandogli che le sue sono solo velleità da celebrità hollywoodiana e che il suo spettacolo è destinato a fallire. Alla fine, solo dissolvendo il confine tra finzione e realtà, l’attore la spunterà sulla critica: nell’atto finale del suo dramma a sparare sarà una pistola vera e non una di scena. Alla detonazione il pubblico resta impietrito per qualche istante, poi esplode fragoroso l’applauso, mentre la critica lascia scossa il teatro e scriverà una recensione positiva intitolata “L'imprevedibile virtù dell'ignoranza”. Il film, poi vincitore agli Oscar, è una riflessione sul potere della rappresentazione, sui suoi limiti e sulla difficoltà di riconoscere il confine tra palcoscenico e vita reale.

Più di dieci anni dopo, e un paio di altre pellicole in mezzo, Iñárritu con Digger sembra, in un certo senso, riprendere da quel punto, portando molto più in là una riflessione sul concetto di rappresentazione, che a quanto pare non sta piacendo a molti.

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Il film è stato anticipato da una roboante campagna marketing incentrata sul protagonista della pellicola: Tom Cruise. L’attore di Top Gun e Mission: Impossible si presentava già nelle prime immagini promozionali nei panni di un vecchio decrepito, bolso e in pigiama, mentre accennava passi di danza con una vanga in mano sul ponte di coperta di una barca al tramonto. A partire da quel momento sono fioccati i primi "articoli" sul progetto cinematografico, diretto da un regista di primo livello, che avrebbe consegnato l'agognato Oscar a Cruise, dopo averlo sfiorato più volte. L’operazione richiamava quella realizzata con DiCaprio nel precedente Revenant-Redivivo (2015): prendere un campione di Hollywood ancora privo di statuetta e portarlo a rompere la maledizione. Come se Iñárritu avesse qualche potere alchemico in grado di trasformare i divi da blockbuster in attori presi sul serio dall’Academy.

Così il progetto Digger apre il sipario ancor prima dell’uscita in sala. La critica scommette sulle probabilità di successo dell’opera, accumula ipotesi e inizia a posizionarsi rispetto all’opera ancor prima della visione. Senza accorgercene, siamo già dentro un primo strato del film. Quando siamo in sala e si spengono le luci, assistiamo solo al prosieguo.

La storia è quella di Digger, tycoon del petrolio che si trova ad affrontare un disastro naturale causato dalle trivellazioni della sua compagnia in Groenlandia, un disastro che minaccia seriamente l’Europa. Inutile dire che le scelte scellerate che deciderà di prendere non faranno che aggravare la situazione. Il Digger interpretato da Cruise è il classico texano da fumetto, con scarpe pitonate e una serie di battute triviali da sparare come proiettili anche nei contesti più formali. La sua unica vera passione è Maggie, una gatta macilenta ancora in vita nonostante abbia raggiunto i 35 anni, che Digger cerca di curare in ogni modo, incapace di dirle addio.

Per la prima mezz’ora assistiamo al viavai di uomini e donne dell’entourage del magnate, che gli espongono la situazione catastrofica. Il ritmo è serrato, i personaggi vengono inquadrati dal basso verso l’alto, creando una sensazione di spaesamento e vertigine, mentre i dialoghi sono fitti e sempre sopra le righe. Persino l’arredamento è ingombrante, barocco, e ricorda per certi versi le ambientazioni del Lanthimos di Povere creature!. Qualcosa nello spettatore scatta: un fastidio, una fatica nel ritrovarsi di fronte a un’opera urlata, recitata come farebbero gli attori sul palcoscenico per farsi sentire dalle ultime file. E improvvisamente un albero sullo sfondo crolla di schianto, la carta da parati si scolla in un angolo in alto e piove dal soffitto.

La macchina visiva di Iñárritu si presenta come una matrioska porosa, i cui livelli sono attraversabili: più storie si sovrappongono, ciascuna cercando di fornire la propria verità, la propria versione dei fatti. Lo stesso Digger, resosi conto di non poter arrestare l’inevitabile catastrofe, propone di controllarne la narrativa, caricando su di sé l’onere di una confessione scomoda di fronte al mondo: sì, stiamo portando il mondo sul baratro, ma lo facciamo per il vostro insostenibile modo di vivere. Siamo all’apice del teatro. In un monologo-arringa che potrebbe ricordare quello di Toni Servillo che interpreta Andreotti in Il divo, facciamo fatica a separare il personaggio dall’attore. Stiamo assistendo alla strenua difesa di un farsesco petroliere o all’estenuante pezzo di bravura di un attore iconico alla disperata ricerca di riconoscimenti?

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Alejandro Iñárritu (in piedi a sinistra) durante le riprese.

In nostro soccorso giunge una scena in cui intravediamo il poster di Opening Night (La sera della prima) di John Cassavetes, il capolavoro del 1977 in cui assistiamo alla crisi di un’attrice (Gena Rowlands) che si rifiuta di interpretare sul palco il ruolo di una donna matura e disillusa. Dietro questo rifiuto c’è il timore che realtà e rappresentazione possano fondersi, e che un personaggio sulla via del tramonto non sia altro che il proprio specchio. Tom Cruise è sempre stato il super attore di un’epoca d'oro di Hollywood, capace di stupire, incantare e raccogliere consensi. In Digger, per interpretare un coetaneo (entrambi hanno sessant'anni), è costretto paradossalmente a sottoporsi a un pesante trucco prostetico e, come Gena Rowlands, il suo personaggio non riesce ad accettare il ruolo: quello di un vecchio di potere in un mondo di altrettanti potenti anziani che rifiutano l’obsolescenza.

Nel frattempo lo spettatore si è addentrato nel secondo o nel terzo livello di questa saint-honoré cinematografica. Iñárritu continua a confondere le acque, regalandoci teatro dell’assurdo e manciate di Quarto potere mescolate al Dottor Stranamore, per poi spalancare un'altra botola e confessare di aver solo scherzato: la verità è più giù, non ti resta che seguirlo. Ognuno è libero di fermarsi a qualunque piano e di afferrare la porzione di verità che preferisce.

Che il regista messicano fosse uno degli autori più ambiziosi del ventunesimo secolo lo si poteva evincere dalle sue prime formidabili prove registiche, come Amores Perros e 21 Grammi realizzati con un montaggio frammentato e un’assenza di linearità temporale, per poi passare, in Birdman e The Revenant, alla dissezione dell’istante, con lunghissimi piani sequenza. A livello stilistico Digger segue di certo quest'ultima tendenza, ma senza particolari leziosità o prove di bravura. Centrale è infatti la magnificenza della fotografia curata dal sodale Emmanuel Lubezki, che, attraverso una ridotta scala cromatica, descrive un mondo raggelato, nonostante l’incessante dimenarsi dei personaggi in scena.

C’è chi criticherà Digger come una brutta copia di Don’t Look Up (2021) di Adam McKay e di tutti quei film sul disastro climatico che non fanno che confermare la nostra opinione, fornendoci l’ennesima scontata visione stilizzata di un futuro apocalittico. Chi invece si spingerà più a fondo forse ci troverà una verità più scomoda: la fine del potere della narrazione per immagini, ormai buona solo a ribadire le nostre posizioni e a regalarci scadente intrattenimento mascherato da messaggio universale.

Iñárritu non intende fornire delle risposte chiare, ma attraverso il suo articolato dispositivo filmico, chiede al pubblico di abbandonarsi alla complessità, perché, come dice, a un certo punto del film Kenny, il personaggio interpretato da Jesse Plemons: «It really doesn’t matter. Satire, comedy, farce, drama – It doesn’t matter, you’re both right. We’re all right. Now what?».

A prescindere dal successo o dall’insuccesso al botteghino, Digger resta uno dei film più importanti dell’anno, in grado di trasportare il pubblico in un territorio sconosciuto, a tratti accidentato o indecifrabile, ma che chiede il suo pieno coinvolgimento. E quando suona l’alert che ci invita a uscire dalla sala, non ci resta che lasciare il nostro posto, e chiederci se il film sia davvero finito.

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