Viaggio in Italia di Leandro Erlich
Da Colle di Val d’Elsa, piccola città toscana, a Venezia, Leandro Erlich, con Associazione Arte Continua, ha attraversato l’Italia con due mostre in cui ha esplorato il rapporto tra arte, architettura e paesaggio.
Due tappe diverse: da un lato UMoCA – Under Museum of Contemporary Art dell’artista Cai Guo-Qiang, un museo insolito costruito sotto gli archi di un ponte, e dall’altro il Negozio Olivetti, progettato in ogni suo dettaglio dall’architetto Carlo Scarpa. Due spazi inusuali che l’artista è riuscito a leggere con il suo approccio giocoso e ironico, permettendo allo spettatore di osservarli sotto una nuova luce e di lasciarsi stupire.
Sotto gli Archi del Tempo è un progetto ideato e organizzato da Associazione Arte Continua con il patrocinio della Regione Toscana e dei comuni di Colle di Val d’Elsa, Poggibonsi e San Gimignano. L’installazione, inaugurata l’11 aprile e visibile fino al 10 ottobre 2026, si trova all’interno dell’UMoCA – Under Museum of Contemporary Art. Questa è la prima tappa di un percorso che, poche settimane più tardi, ha portato Erlich a Venezia, più precisamente in Piazza San Marco all’interno dello storico Negozio Olivetti. Un luogo sospeso nel tempo, in cui ogni arredo è già di per sé un’opera d’arte, che ospita fino al 22 novembre 2026 Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti a cura di Marcello Dantas. La mostra, realizzata da Associazione Arte Continua in collaborazione con FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e con il supporto di Galleria Continua, rientra tra gli Eventi Collaterali della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
Entrambi i progetti si inseriscono nel programma “Arte all’Arte per le Città del Futuro” ideato da Mario Cristiani e realizzato da Associazione Arte Continua, che mira a creare nuovi legami tra arte, architettura e paesaggio, restituendo all’arte un ruolo centrale nella costruzione delle città. In quest’ottica, entrambe le mostre si configurano come un dispositivo poetico capace di attivare una riflessione sul modo in cui l’arte possa incidere sull’immaginario urbano, sulla percezione degli spazi condivisi e sulla creazione di nuovi spazi.
Erlich, artista argentino classe 1973, lavora con installazioni spesso di dimensioni monumentali, che esplorano le basi percettive della realtà e creano un dialogo tra ciò che lo spettatore crede di vedere e la realtà di quello che ha davanti. Le sue opere sono esposte in prestigiosi musei e collezioni di tutto il mondo, tra cui il Museo de Arte Moderno de Buenos Aires, il Museum of Fine Arts di Houston, la Tate Modern di Londra, il Musée National d'Art Moderne – Centre Georges Pompidou di Parigi. È inoltre noto per le sue installazioni pubbliche di forte impatto architettonico come La Democracia del Símbolo all’Obelisco di Buenos Aires e al MALBA, Maison Fond realizzata per la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici a Parigi e La Carte – à l’ombre de la Ville, installazione permanente nel paesaggio urbano di Bordeaux.
Anche a Colle di Val d’Elsa propone dunque un lavoro dal forte carattere architettonico: i tre archi del Ponte di San Francesco accolgono infatti una grande installazione in sabbia. Lo spazio, sicuramente inusuale, nasce nel 2001 in occasione della VI edizione di Arte all’Arte, progetto di Associazione Arte Continua, ed è strettamente legato al contesto naturale, storico e culturale della città. Un legame che Erlich cerca con il suo lavoro di mantenere vivo; nell’arco centrale si trova infatti una riproduzione dello skyline di Colle di Val d’Elsa interamente realizzato in sabbia. La particolarità di questa vista della città è che non rappresenta il lato visibile dal ponte, bensì l’altro, molto più difficile da osservare a causa della scarsità di punti panoramici. Erlich ci accompagna così in un tour inedito della città, in cui però, osservando con attenzione, si nota come gli edifici in sabbia si stiano lentamente sgretolando. La sabbia assume così nel suo lavoro un valore ambivalente: da un lato richiama il gioco, invitando lo spettatore a tornare bambino e a riprendere in mano paletta e secchiello; dall’altro è un monito sullo scorrere del tempo, ricordando che tutto ciò che si costruisce è effimero e destinato a tornare alla sua origine.
Nell’arco di sinistra, sopra una duna, Erlich colloca una clessidra, simbolo per eccellenza del tempo che scorre, che sembra però sprofondare in quella stessa sabbia, perdendo la sua funzione e diventando emblema dell’incommensurabilità del tempo. Non misura più le ore ma l’impossibilità di trattenerle. Nel terzo ed ultimo arco ritroviamo invece un registro più ironico e giocoso, i principali monumenti del mondo, dal Colosseo, al Taj Mahal, fino alle piramidi Maya e a Notre-Dame da Paris, sono ricostruiti come castelli di sabbia, affiancati da coloratissimi secchielli. Una sorta di atlante impossibile che ridisegna in miniatura la geografia del mondo giocando con la percezione dello spettatore. L’invito è quello di tornare all’infanzia e infatti, in occasione dell’inaugurazione, Erlich ha voluto creare una vera e propria sabbiera nella quale i bambini possono giocare e costruire i propri castelli di sabbia. L’arte non è più solo qualcosa da osservare nei musei, ma diventa un’esperienza vicina alle persone, sempre accessibile e liberamente fruibile, principio sostenuto da oltre trent’anni da Associazione Arte Continua.
Il percorso prosegue con la mostra al Negozio Olivetti a Venezia, che si articola invece intorno al tema dell’ibrido, riflettendo sulla condizione instabile in cui viviamo e sulla progressiva perdita del confine tra naturale e artificiale. L’artista ha raccontato come si sia accorto che le persone tendono sempre più a guardare la natura cercando in essa qualcosa di utile. Portando all’estremo questa riflessione, chi osserva un albero non lo fa più per apprezzarne le qualità naturali, ma con uno sguardo analitico, attento alle possibili funzioni del legno o all’ombra che la chioma può offrire. Abbiamo così progressivamente perso la capacità di osservare la natura in modo oggettivo, finendo per rapportarla sempre più alla nostra esperienza e alle nostre necessità. La mostra indaga questo tema in chiave ironica, leggendo questa simbiosi non come metafora, ma come fatto: l’uomo è un ibrido, sempre presente in ogni aspetto della natura, ed è così che da un quarzo nascono delle case o dei piedi diventano un tronco.
Le figure oscillano tra organismo e artefatto dando vita a un vocabolario visivo inedito in cui ogni componente è familiare ma ha perso il proprio confine e la propria funzione.
In mostra sono presenti più di venti lavori, alcuni dei quali realizzati appositamente per lo spazio. All’ingresso siamo subito accolti da Quartz (2023), realizzato in vetro di Murano, opera in cui da un quarzo sembrano nascere edifici e palazzi. Una vera e propria metropoli, completa di gru, case, grattacieli ed elicotteri, prende forma anche dal grande corallo di White Coral (2025), monito di un futuro in cui le nostre città, a causa del cambiamento climatico, potrebbero essere completamente sommerse dall’acqua, trasformandosi in ibridi tra artificiale e fauna marina. Altre strane creature popolano l’architettura scarpiana del Negozio Olivetti: un serpente si trasforma in mani femminili – Serpent (2021); un cervello assume la forma di una lumaca – Caracol - The Pace of Evolution (2021); due farfalle, anziché volare, diventano orecchie – Papillon (2021); e da un cavolo spunta una casa – Chou (2023).
In mostra anche un nucleo di tre macchine da scrivere marca Olivetti, realizzate in sabbia, che richiamano il lavoro di Colle di Val d’Elsa e che dialogano con le macchine ancora esposte nello spazio. Al pian terreno si trova un lavoro della sua serie più nota: The Cloud - L'espoir (2024), mentre salendo le scale si incontra Soprattutto (2020), un tappeto che raffigura un paesaggio di campagna osservato dall’alto, come lo si potrebbe vedere da un aereo. Proprio grazie a questa universalità visiva, l’opera lascia spazio, nelle intenzioni dell’artista, a riflessioni e interpretazioni diverse per ciascun osservatore.
Chiudono il percorso cinque fotografie dei suoi lavori monumentali accompagnati dalle relative sculture in formato ridotto. Tra queste Pixel Tree (2025), realizzato a Fukuoka in Giappone: un albero alto diversi metri il cui tronco mantiene forme naturali, mentre la chioma prende vita attraverso una serie di pixel. Ancora una volta, un ibrido tra le immagini digitali a cui siamo abituati e un elemento naturale. Maison Fond (2015) e Pulled By the Roots (2015) rappresentano invece due abitazioni, la prima sembra sciogliersi nell’asfalto di Parigi, come monito dei cambiamenti climatici; la seconda è sospesa in aria con le radici in vista, come se fosse ormai diventata un organismo naturale della terra. In mostra sono presenti anche la fotografia e una versione ridotta del progetto La Carte (2026), una grande mappa di Bordeaux sorretta da tronchi d’albero, oltre alla documentazione di Order of Importance, (2026) una fila di automobili in sabbia che invade la spiaggia di Miami. Accanto a essa si trova Concrete Coral (2025), modellino di una delle auto ricoperto da coralli, tra gli ultimi progetti realizzati da Erlich per contribuire alla salvaguardia della barriera corallina di Miami.
La mostra invita a superare le divisioni nette tra naturale e artificiale, riconoscendo invece la natura composita degli organismi e spingendo il visitatore a immaginare il futuro secondo una prospettiva nuova. In conclusione, i due interventi di Erlich a Colle di Val d’Elsa e a Venezia, pur nella diversità dei contesti e dei linguaggi, si intrecciano come due capitoli di un’unica riflessione sulla percezione dello spazio e sul ruolo dell’arte nel ridefinire il nostro sguardo sul reale. Dalla materia instabile della sabbia agli ambienti ibridi del Negozio Olivetti, l’artista mette costantemente in crisi le nostre certezze visive. In questa prospettiva, i progetti si allineano pienamente agli obiettivi di Associazione Arte Continua e del programma “Arte all’Arte per le Città del Futuro”, che da anni promuove un dialogo attivo tra arte, architettura e paesaggio.
In copertina, Hybrids. Leandro Erlich al Negozio Olivetti. Foto: Ela Bialkowska OKNOstudio ©Associazione Arte Continua.