27 maggio 1993: la bomba dei Georgofili. Una testimonianza

27 Maggio 2023

“Le 4 del mattino. La nonna Lucia, la madre di mio cognato Fabrizio, mi telefona per dirmi che è successo qualcosa, parlano di fuga di gas, dicono che è la zona dove abitano i ragazzi, dice che lei ora si veste e va giù a vedere. Decidiamo di andare anche noi, facciamo presto, ci prepariamo e dalla Romola andiamo verso Firenze centro. Io, mio marito Luciano, Sara e Iacopo. Sara ha cinque anni, Iacopo ha appena preso l’ultima poppata della notte. 

Lasciamo la macchina da qualche parte e cominciamo a camminare verso casa di mia sorella Angela, verso l’Accademia. Luciano con il piccolo al collo e io con Sara per mano. I nostri passi su mucchi di macerie. Camminiamo sui detriti, su vetri e mattoni. Mentre entriamo in questo scenario apocalittico non capiamo più nulla, Firenze è irriconoscibile. Sul ponte di Santa Trinita una vigilessa mi dice di andare in via delle Terme dove c’è il presidio dei vigili. Io dico sono la cognata di Fabrizio Nencioni, che è ispettore dei vigili urbani a Firenze e più dico questo a chi incontro e più mi fanno passare, avanziamo e vediamo un numero sempre maggiore di militari dell’esercito”. 

Teresa interrompe per pochi secondi il racconto per dire: “Però nessuno ti ferma, nessuno ti dice vieni, ti porto”. 

“Non ci sono informazioni da ricevere e procediamo da via delle Terme verso piazza della Signoria. Non arriviamo in via dei Georgofili perché quel tratto è interdetto, non si può proseguire. Un carabiniere ci consiglia di andare all’ospedale Santa Maria Nuova per verificare se i nostri parenti sono nella lista dei feriti. Arriviamo e chiediamo al portiere. Nessuna famiglia Nencioni tra i feriti. Vada in prefettura. Vado in Prefettura e trovo un poliziotto altissimo. Lui mi dice ma tanto, signora, lì alla torre dei Pulci non ci viveva nessuno”. Il respiro si ferma. Anche il racconto si sospende per lunghi secondi, mentre trent’anni dopo parliamo dentro al camper di Teresa e Luciano, a duecento chilometri da Firenze, la sera che precede una testimonianza da portare a duecento studenti. 

Io e Teresa siamo sedute una di fronte all’altra nel camper, mentre Luciano si è seduto di lato, sul divanetto. Le braccia conserte sul busto eretto, la mano destra sulla guancia. Ho notato il modo discreto ma deciso nel predisporsi al racconto, di certo l’ennesimo, di sua moglie Teresa. Penso che questa è stata la postura di quest’uomo negli ultimi trent’anni davanti al Racconto: presenza forte e discreta, ascolto attivo, vicinanza amorevole. Per tutta la durata del raccontare di Teresa non parla Luciano: è spazio silenzioso che accoglie, vaso che raccoglie, come a voler creare una giusta distanza che fortifica l’alleanza e la fatica di ritrovarsi di questa coppia, e penso alle colonne del tempio di Gibran, al moto di mare tra le anime, mentre si rinnova anche nelle parole (quante volte le è stato chiesto di farlo?) il racconto perpetuamente presente. Ascolto Teresa e ascolto anche il silenzio fermo di Luciano, solo per un attimo interrotto da un sospiro sussurrato, da lacrime discrete anch’esse. Quando Teresa ha scelto di costituirsi parte civile al processo, lui le ha detto “nessuno ce li renderà, ma io sarò vicino a te per libera scelta”. 

“No – gli faccio – lì vivevano loro, ci vivevano!” Allora vado a sentire i miei superiori. “Sale le scale. Quando lo vedo tornare scendendo gli scalini uno dopo l’altro l’istinto mi fa dire a mio marito di portare fuori i bambini. E il poliziotto così, in questo androne, mi dice non c’erano più nessuno dei quattro”. 

I quattro sono la sorella di Teresa, Angela Fiume di 36 anni, il marito Fabrizio Nencioni di 39 e le loro due bimbe Nadia di 9 anni e Caterina di 51 giorni. “Nonostante tutto, nessuno ci ha fermato per dirci qualcosa. Abbiamo ripreso il cammino a ritroso”. 

Quella notte del 27 maggio 1993 fino alle 1.04 l’aria doveva essere profumata di quelle essenze che danno il meglio in questi giorni; e fino a un minuto prima del fumo, delle fiamme, delle macerie, dell’odore di morte quel profumo aveva magari raggiunto anche chi aveva piazzato il Fiorino imbottito di 300 chili di tritolo. La tarda primavera era carica di promesse: le famiglie delle due sorelle Fiume, Angela e Teresa, sarebbero dovute partire per le vacanze di lì a pochi giorni. 

C’era stato di recente il battesimo di Caterina e agli inizi di giugno sarebbero tutti andati al mare a Marina di Castagneto Carducci: era oramai consuetudine partire insieme, all’inizio andavano Angela e Fabrizio con la primogenita Nadia, quel periodo d’inizio estate era particolarmente propizio per trattare quel po’ di dermatite della bambina, poi, col tempo e con la nascita dei cugini, si andava tutti insieme. 

Mamma, domattina vado all’asilo? “Sì, amore, torniamo alla Romola e ti portiamo”. Nei suoi cinque anni, dopo aver poggiato i piccoli passi su mucchi di dolore troppo grande, Sara da qui in poi non vorrà dire più molto altro di quella notte che, come le agenzie cominceranno a scrivere fin dall’alba, non è stata causata da una fuga di gas ma da un vile attentato mafioso. 

Proprio di fronte alla Torre dei Pulci fu individuato un cratere tipico, per forma e dimensioni, delle esplosioni. Esso aveva forma ellissoidale, col diametro parallelo alla via dei Georgofili, di cm 495: così riferiscono i documenti processuali. L’esplosione fu causata da una miscela di esplosivi ad alto potenziale collocata all’interno del Fiorino Fiat. Inoltre, tutti gli edifici al contorno erano stati ‘mitragliati’ da una enorme quantità di schegge provenienti, a raggiera, dal cratere; gli effetti sulle cose e sulle persone erano quelli provocati, tipicamente, dall’onda pressoria di una detonazione di esplosivi ad alto potenziale e dalla successiva depressione (frantumazione delle strutture prossime al punto dell’esplosione; disarticolazione delle strutture circostanti; danneggiamenti in largo raggio, sia sulle cose che sulle persone). Cinque i morti: oltre alla famiglia Nencioni, anche Dario Capolicchio, ventiduenne studente di architettura fuori sede, che abitava nella via accanto e che sarà trovato carbonizzato dopo essersi trasformato in una torcia umana sotto gli occhi impotenti, e l’animo e il corpo per sempre compromessi, della sua fidanzata Francesca. Quarantotto i feriti. 

La strage dei Georgofili, che puntava a distruggere il patrimonio culturale degli Uffizi, si colloca nella strategia mafiosa volta a persuadere lo Stato a un ripensamento sul carcere duro per i mafiosi. Dopo le stragi del 1992 lo Stato aveva reagito elaborando normative di rigore a carico degli esponenti di mafia (l’articolo 41-bis) e normative di favore per quegli elementi della criminalità organizzata che decidevano di collaborare con la giustizia.

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“Sono andata nel profondo buio. Un taglio netto, Angela non era più con me. Mi sono chiusa nel mio mutismo, attaccavo mio figlio al seno ma ero assente, non gli parlavo più, tanto che per quattro volte al piccolo furono fatte prove audiometriche prima che la dottoressa, alla fine informata dell’accaduto, mettesse in relazione il mio stato con l’apparente poca reattività del bambino. Gli parli, gli canti ‘Occhio bello, suo fratello’ e mentre glielo dice lo tocchi… mi suggeriva”. 

C’è un senso di colpa, quasi di essere vivi, che colpisce i familiari delle vittime. “Mi ritrovai a saltellare con mia figlia, sai come fanno i bambini che ti prendono a braccetto e ti fanno girare con loro, e allora saltellavo e piangevo perché mi sentivo in colpa. Ecco poi perché tutto è peggiorato”. 

Il legame tra Teresa e Angela era intenso, si era rafforzato nel dover ricostituire loro due, fin da bambine, un nuovo nucleo familiare lontano dalla famiglia d’origine. Da Napoli i genitori di una famiglia con sette figli avevano mandato le due bimbe di 7 e quasi 9 anni a studiare e vivere a Firenze dagli zii. Dopo un distacco non facile Angela e Teresa hanno vissuto tranquillamente la quotidianità di ragazzine e poi di donne e madri, sempre essendoci l’una per l’altra. “Lei mi proteggeva”. Angela lavorava come custode dell’Accademia dei Georgofili e Teresa come tata. Angela era brava a cucire e confezionava abiti belli per Nadia, che puntualmente, appena usciti di misura, andavano alla cugina. Sarà uno di quegli abiti preso dall’armadio di Sara a vestire il corpo di Nadia il 27 maggio.

“Ho sofferto tanto di solitudine, quella solitudine causata da persone che hanno deciso di ammazzare altre persone”. 

Teresa calca e ripete “hanno deciso”. Non si diventa vittime innocenti di mafia per caso. Perché non è mai il caso a premere il grilletto o a programmare un attentato neanche quando casualmente si muore perché si era lì in quel momento. La mafia che uccide non lo fa mai per caso. Lo decide. Per questo il ricordo di ognuna delle vittime non può legarsi all’idea che sia accaduto per un puro caso del destino. Una tentazione da rifuggire anche come memoria collettiva. 

“All’inizio era qualcosa di mio, non ce la fai a pensare agli altri. Il ricordo dei miei è in ogni sfaccettatura della mia quotidianità. Oggi penso che consegnare la memoria è importante perché tutti sappiano e solo sapendo le cose le puoi cambiare. Mi sorprendo quando mi capita di trovare ragazzi che non sanno cosa è successo, devono sapere! Per questo vorrei fare ancora di più, nonostante la mia fatica emotiva. C’erano state Capaci e via D’Amelio ma fino ad allora c’era la sensazione che certe cose non sarebbero potute succedere da noi. Ora nelle scuole cerco di dire che non è così, e insisto sul fatto che dobbiamo combattere insieme”. 

“Ho provato odio verso queste persone. Sono stati anni bui. Ma c’era un ‘devo’, devo essere presente per i miei figli e per mio marito, dovevo esserci per loro nella quotidianità, e portarli insieme a me in un mondo più bello perché ci sono tante persone belle e me ne dovevo rendere conto. Mi ha aiutato l’esperienza di tata con bambini in affido, come devo dire grazie alla psicologa che mi ha portato per mano. Un giorno chiese ai miei figli cosa vorreste dare a vostra madre e loro, indipendentemente l’uno dall’altra, dissero tranquillità. Ti rendi conto allora che i familiari gioiscono e fioriscono insieme a te. Mi sono avvicinata anche alla Chiesa grazie a don Andrea Bigalli, referente di Libera Toscana, in un contesto dove si pratica l’accoglienza”.  

“Di recente è successa una cosa. A ottobre scorso sono andata dalla sorella di Fabrizio, da zia Patrizia come l’abbiamo sempre chiamata tutti (per quella consuetudine tenera di definire le cose e le persone dal punto di vista dei nostri bambini). Da tanti anni non ci vedevamo. Le ho detto oggi voglio stare insieme a te: era il 19, giorno del compleanno di Angela. Abbiamo riso perché lei ha detto sento ancora Fabrizio che ride dicendomi anche stavolta ti sei sbagliata perché ho sempre confuso il 18 con il 19. È difficile poter parlare dei nostri dolori. Lì ci siamo confidate le tante volte in cui piangevamo di nascosto perché non potevamo permetterci di farlo davanti a figli e genitori. Questo ritrovarsi per il compleanno di mia sorella è stato il regalo più bello. Pensa quanti anni sono dovuti passare”.

Intanto Luciano ha acceso il riscaldamento per stiepidire l’ambiente visto che si sta facendo notte. “Il camper in questi anni ha avuto un valore importante, ci fa ritrovare, dice Teresa. È qui che riprendiamo la nostra spinta per andare avanti. È qui che ritroviamo noi due. E bisogna ritrovarsi”. 

Pensi che giustizia sia stata fatta? “No di certo finché non cambierà qualche cosa dall’alto, questi silenzi, questi depistaggi, questi muri”. 

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