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fascismo

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Un nuovo libro su Primo Levi / I tedeschi e la colpa

Quando nel ’46 il filosofo Karl Jaspers riprese l’insegnamento in Germania, che era stato costretto ad abbandonare per aver sposato un’ebrea, dedicò il suo corso alla questione della colpa, soffermandosi sulla colpa ‘metafisica’, quella che investe chi non fa nulla per impedire il male inflitto a un proprio simile. È questa la dimensione a cui si pone il confronto che Levi aspira ad avere con i tedeschi. «La mancata diffusione della verità sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto» (SeS). Le pagine del suo primo libro Levi le aveva scritte senza pensare a un destinatario specifico, come chi sente il bisogno di gridarle sui tetti, ma quando Se questo è un uomo viene tradotto in lingua tedesca nella Germania Federale, dice nella prefazione che ha trovato compimento lo scopo della sua vita, «di portare testimonianza, di fare udire la mia voce al popolo tedesco, di ‘rispondere’ al kapo che si è pulito la mano sulla mia spalla, al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono l’Ultimo, ed ai loro eredi».   In I sommersi e i salvati, dice che, all’annuncio del...

Un radicalismo senza radici / Né destra né sinistra, semmai peggio (II)

La comprensione e l’identificazione del ruolo della destra radicale italiana ed europea nel tempo che stiamo vivendo implica cogliere alcuni aspetti di contesto. Il primo di essi rimanda alle domande sul senso delle trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. La percezione diffusa, tra una parte della popolazione, che il mutamento gli giochi negativamente, ha un forte impatto nel determinare una diffusa dissonanza cognitiva tra attese e risultati. La ricerca di una compensazione, rispetto allo smarrimento incentiva, più che il bisogno di intraprendere nuovi percorsi, il desiderio di riconoscersi in qualcosa di già visto, detto e condiviso. L’affanno del «nuovo che avanza» ingenera sconcerto e disincanto. Esso, infatti, è spesso vissuto nella sua doppia radice di smacco rispetto alle aspettative e offesa nei riguardi del proprio status socio-culturale. L’unica compensazione plausibile è offerta dal reiterare moduli di pensiero tanto consolidati quanto privi di riscontri nel tempo che avanza. Su questo piano inclinato, tale perché destinato a fare rotolare coloro che vi si dispongono acriticamente, scivolandovi in progressione, la destra radicale offre la solidità...

Il Colosseo come immagine / Monumento continuo

Un gigante in tenuta da miliardario – cravatta a pois, ghette, cilindro – afferra con mani rapaci un Colosseo che minuscoli operai tentano freneticamente di assicurare al suolo. Così il caricaturista Oliver Herford ritrae nel 1912 John Pierpoint Morgan, figura emblematica dell’ascesa economica e politica degli Stati Uniti tra Otto e Novecento e dell’inestinguibile bramosia collezionistica che la accompagnò. Il Colosseo è qui in forma comica il simbolo di qualcosa che neppure la grande ricchezza di Morgan sarebbe riuscita ad acquistare: il valore storico del monumento più imponente della Roma imperiale non è quantificabile né negoziabile. Nella vignetta, l’Anfiteatro Flavio “resiste”, come cercherà di resistere, lungo tutto il corso del“secolo breve”, al fascismo e alla guerra, alle radicali trasformazioni dell’ambiente urbano circostante, alla strumentalizzazione ideologica e alla soffice metamorfosi pubblicitaria, sempre stupefacente, ostinato, ingombrante, salvo ritrovarsi infine ridotto al ruolo irrevocabile di smisurato spartitraffico con cui sopravvive nella distratta epoca contemporanea.   Oliver Herford, John Pierpont Morgan, 1912   Presenza grandiosa e insieme...

Noi gli ebrei e anche gli altri / Aldo Zargani, In Bilico

Aldo Zargani è legato per noi a un libro indimenticabile, Per violino solo. La mia infanzia nell’aldiqua, un libro struggente, nutrito di umorismo raro nelle nostre lettere, tragico e delizioso, che ha avuto un successo che ha valicato le frontiere del nostro paese. In Bilico (noi gli ebrei e anche gli altri), Marsilio 2017, sta in parte nei suoi immediati dintorni e in parte si allontana perché lascia l’infanzia e ci introduce nelle storie da adulto dell’autore. Per entrare in questo suo mondo nulla di meglio che partire dal suo microcosmo, un brevissimo racconto che s'intitola “Berlinesi”, che potete leggere qui.     La prima parola che mi viene per definire i sentimenti che mi ha suscitato è commozione, una commozione che apre a un grumo di oscurità e insieme a lampi di comprensione non razionale. Tutto è raccontato per bene in un ottimo italiano narrativo, sino a quello finale folgorante (probabile stravolta reminiscenza deamicisiana), che apre sul passato in una sorta di ossimoro che oppone l’infamia al pianto, ma insieme lo genera. Ma come possono essere infami quattro innocenti? E come un infame può piangere la sua infamia? La parola infamia raduna...

Tutte le opere / Edoardo Persico. Notizie dalla modernità

Persico, malgrado la sua breve vita, è stato un notevole e piuttosto misterioso personaggio, al centro della storia culturale italiana fra 1923 e 1935. Era nato a Napoli nel 1900 ed è morto a Milano in modo mai del tutto chiarito all'inizio di gennaio del 1936. La sua vita è piena di presenze ambigue, di scelte improvvise e di comportamenti contraddittori in un periodo in cui la dittatura fascista si affermava e l'adesione al regime o la clandestina resistenza antifascista degli intellettuali si manifestavano in comportamenti non sempre facili da decifrare.  La vita di Persico si divide in due fasi distinte: i suoi contatti con Gobetti, l'arrivo a Torino quando ormai Gobetti era morto, la sua attività di promotore e organizzatore di cultura culminata con il suo ruolo nella formazione del gruppo dei 6 pittori di Torino da una parte; e dall'altra il suo trasferimento a Milano come gallerista e poi come protagonista, accanto a Pagano malgrado la differenza di posizioni, della rivista Casabella e come teorico del rinnovamento modernista e razionalista dell'architettura italiana in una prospettiva di incontro e confronto con l'architettura europea.   Ma è improprio limitarsi...

Una lettura sociologica / Verso una definizione operativa di “populismo”

Quanto più si consolidano i successi delle formazioni populiste, specialmente nell’Occidente avanzato, tanto più gli intellettuali si interrogano sul significato di tale fenomeno e sulla plausibilità di tale concetto che, a ben vedere, significa cose diverse in contesti diversi ma pare conservare un suo nucleo di caratteristiche stabili. Una sorta di DNA mutevole che rimane riconoscibile nel suo excursus storico e nel suo adattamento geografico, come nel movimento che esso attua all’interno della stratificazione di classe, nei diversi sistemi sociali esaminati. Dunque, alla polisemia del concetto corrisponde una proteiformità dei fenomeni a cui esso si riferisce. Manuel Anselmi, nel suo libro Populismo. Teorie e problemi (Mondadori università, 2017), recupera la categoria wittgensteiniana di “somiglianza di famiglie”, che il filosofo austriaco sviluppava a partire dalla nozione di gioco linguistico (e ripresa anche dalla prefazione di C. Ruzza), proprio per mostrare come le diverse forme di populismo esprimono forti assonanze tra loro ma mai una sostanziale identità.    Nell’introduzione al testo, l’autore esordisce con uno studio di Marco D’Eramo che esamina il numero...

Il trend mortifero della sinistra radicale / Macron e i disastri del radicalismo politico

Le principali forze tradizionali francesi, destra e sinistra, le forze politiche che hanno perso le elezioni per questo prossimo turno presidenziale, hanno dato indicazione di voto al nuovo raggruppamento di Macron. Dobbiamo riconoscere che le parole di Fillon, uomo di destra, sono state le più chiare. Esiste ancora, nella destra francese, a differenza che nella destra italiana, una chiara marca di distinzione tra fascismo e antifascismo. L'indicazione di voto per Macron da parte di Fillon è, in primo luogo, contro Le Pen e la sua forza fascista, razzista, violenta. Insomma la destra democratica francese non si fa imbrogliare dalle moderate prese di distanza di Le Pen dal padre fascista. I socialisti, che si sono ridotti a netta minoranza, hanno fatto, con meno chiarezza, lo stesso discorso. La minor chiarezza è caratteristica di una sinistra vecchia e perdente, in uno stato di forte depressione, incapace di rinnovarsi, che scambia la complessità sociale con l'astrusità dei ragionamenti. Diversamente è stato per Mélenchon, leader di una forza politica di estrema sinistra che ha ottenuto un cospicuo numero di elettori. Mélenchon, come il Duca di Mantova nel Rigoletto, ha detto: “...

La Francia a venire / Le Pen, Macron. Orizzonti di rivalsa

Adesso arriva la buccia di banana del passato, non troppo nascosto, del presidente ad interim del Front National, l’europarlamentare Jean-François Jalkh, nominato al posto di Marine Le Pen, candidata nel ballottaggio per le presidenziali francesi. Jalkh, interrogato ben diciassette anni fa da uno studiosa in merito allo sterminio degli ebrei, avrebbe messo in discussione l’evidenza dei fatti. Un atteggiamento, quest’ultimo, piuttosto diffuso nel suo partito, cassato poi dalla vulgata neolepenista in omaggio alla necessità di rivestirsi di un abito più decoroso, quindi maggiormente accettabile per gli elettori “moderati”. Tanto più dal momento che Marine Le Pen ha per davvero superato il primo turno, come era stato abbondantemente preconizzato. Il risultato della tornata elettorale per le presidenziali francesi ha senz’altro segnato un mutamento di scenario interessante. Il “centrista” Emmanuel Macron, uomo dell’imprevisto così come dell’accelerazione, esponente di quel variegato universo delle élite contro le quali il Front National si scaglia un giorno sì e l’altro pure, ha stracciato non solo le controparti dichiaratamente anemiche, a partire da un Partito socialista...

La bambola e il suo fruitore / Salvini e Boldrini

Se la processione che fanno e il canto del fallo che intonano non fosse in onore di Dioniso, ciò che essi compiono sarebbe indecente; la medesima cosa sono Ade e Dioniso, per cui impazzano e si sfrenano. (Eraclito, frammento 15)   Il problema, per così dire, non è il giudizio politico su Laura Boldrini. Il problema è semmai il delirante sessismo che lo accompagna, qualcosa che trasuda dalle parole, dai gesti, dalle allusioni come dalle esplicite volgarità che, molto spesso, si palesano nel web e fuori da esso. Non è una novità ma, durante questa estate, ha conosciuto una riacutizzazione. Ragione di più per domandarsi quale sia il suo fondamento. Accostare la presidente della Camera a una bambola gonfiabile, fingendo poi che sia una goliardata o rivendicando il gesto alla stregua di un “atto di opposizione”, non dice niente della (e alla) politica ma ci racconta senz’altro di un percorso di infantilizzazione collettiva che è al cuore della regressione che stiamo vivendo in questi anni. Boldrini, da questo punto di vista, nella denigrazione pubblica di cui frequentemente è destinataria, sospesa nel suo essere vista dai più come una specie di strega e da molti di meno in quanto...

Rosso nella notte bianca / Valenti. La follia della vendetta

Bianca è la neve, il «bianco incorrotto del mondo» che annulla ogni forza, ogni violenza, ogni voce, bianchi sono i gas tossici e la polvere nel cotonificio e il cielo vuoto di novembre, chiuso a rimpianti e preghiere.  Nero è il fumo di un recinto di bestie a cui viene dato fuoco, il colore dentro le palpebre chiuse mentre si ascolta il lamento degli animali che bruciano e si viene trascinati via dai fascisti, neri sono i fascisti, nero è il fango che appesantisce la fuga e ciò che resta sui muri di una casa bruciata, nero è il nome di Nerina. Rosso è la lotta, la vergogna, la colpa, il fuoco che brucia, rosse sono le budella e il sangue che macchia e che tutto lava, rossa è la vendetta, rossi i capelli di Ulisse, Rosso il suo nome di battaglia sui monti. Dal titolo alla copertina, fin dentro le storie dei personaggi, Rosso nella notte bianca ((Feltrinelli, p. 160, € 12), l'ultimo romanzo di Stefano Valenti è interamente impregnato di questo cromatismo.   Ulisse Bonfanti eredita dalla madre Giuditta l'origine contadina, il destino di miserabile in una Valtellina arida e ingrata e una fede che non vacilla. Una fede che si fa forte, invece, di tormenti e paura,...

Fenoglio, Calvino, Meneghello / La prova partigiana

Quando in Una questione privata il partigiano Milton sta già affannosamente cercando un scambio per l'amico Giorgio, necessario a che sia liberato dai fascisti e gli possa rivelare dei suoi rapporti con Fulvia, si preoccupa del giudizio del suo comandante. Leo lo aveva sempre considerato “un classico”, ma evidentemente ai propri stessi occhi Milton stava perdendo tale qualità. La classicità è stato un cavallo di battaglia del fascismo, ma certo l'eroe di Fenoglio non ne dava la stessa interpretazione. Se l'8 settembre porta a maturazione il distacco dal Regime attraverso un evento dirompente e capace di mettere di fronte ciascuno ad una decisiva scelta individuale, ne consegue il problema di trovare per sé una nuova forma, uno stile. Cominciamo col dire che i tre romanzi principali della Resistenza – Il libro di Johnny, Il sentiero dei nidi di ragno, I piccoli maestri – hanno per protagonisti degli studenti, come del resto studenti erano Fenoglio, Calvino e Meneghello tra il 1943 e il 1945. Da un lato sappiamo storicamente che la scuola, luogo d'elezione per l'indottrinamento fascista, nei suoi gradi superiori, nelle organizzazioni e nelle manifestazioni culturali quali il GUF e...

Ad ascoltare il fascistone risparmiato dalla giustizia popolare / I fatti di Piazza Carlo Alberto

Sarà stato il 1949 o il 1950, quando la mia mamma fu presa da un accesso di collera contro un certo Ezio Maria Gray, suo nemico personale. A causa di un titolo di giornale che diceva inoltre: “…parlerà stasera in piazza Carlo Alberto”. Infatti, nel già preistorico, allora, 1938, in una dotta conversazione all’EIAR, il fascistone aveva dimostrato la necessità di espellere dalla vita nazionale gli ebrei. Non certo dalla vita in generale perché il Gray, per quanto fascista, era un moderato, e forse di famiglia cattolica: lo avevano chiamato anche Maria. Bastava per lui che ogni ebreo diventasse disoccupato.   La mamma inoltre era una fanatica risorgimentale e non escludo che la scelta della Piazza dedicata al Re titubante innescasse il suo furore incendiario. Chi conosce il luogo può comprendere il sacrilegio: armonicamente unisce palazzi dell’Ottocento, come il retro fastoso di Palazzo Carignano e la settecentesca austera Biblioteca Civica attorno alla statua del Sovrano, il quale, per quanto “amletico”, ebrei e valdesi nel 1848 li aveva emancipati lui, seppure, dicono, dietro una certa insistenza di Massimo D’Azeglio.    La Biblioteca, per la verità, era bombardata...

Ecco il documento discusso / Predappio sì perché?

Non so se sia possibile, a questo punto, ricondurre il dibattito sul museo a Predappio a una dimensione più pacata e seria, anche se, più che ricondurre, si dovrebbe dire incanalare, visto che non mi pare sia mai riuscito ad andare oltre una certa approssimazione polemica e superficiale. Molti tra gli intervenuti pensano che l’idea del museo sia stata estemporanea, frutto di una gita a Predappio del sottosegretario Lotti, magari su mandato del presidente del Consiglio, per mettere un tassello importante nel progetto dell’ipotizzato Partito della Nazione che vorrebbe quindi beneficiare di una sorta di pacificazione del passato a 360 gradi, fascismo compreso. La maggior parte degli intervenuti, inoltre, pensa che l’informazione giornalistica che è stata data sul caso sia più che affidabile e veritiera, e cita quindi articoli di giornale come alcuni storici citano le veline di polizia, convinti che si tratti di una verità insindacabile. L’idea del museo di Predappio è venuta al sindaco, che l’ha più volte raccontata nelle sue interviste, in genere riportate molto seriamente su giornali stranieri, molti anni fa. Già allora ci furono una serie di interventi pro e contro (ricordo...

Predappio / Contro il Museo del fascismo

Introduzione: Predappio o Fossoli? Predappio è un luogo di pellegrinaggio, non solo perché vi sorge la casa natale di Benito Mussolini, ma perché dal 1957 vi si trova la cripta in cui è sepolto il “Duce”. È molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro e pare doveroso chiedersi se un domani vorremmo portare lì, in visita al futuro museo nazionale del fascismo, le scolaresche di tutta italia. A pensarci bene, questa visita, parrebbe quasi una vignetta dalla vita quotidiana del Ventennio – stile Una giornata particolare – eppure è quello che i sostenitori e promotori del museo sembrano immaginare, oppure non hanno realizzato di stare di fatto costruendo. Ammettiamo che la Casa del fascio di Predappio possa divenire un centro studi internazionali sul fascismo, e prescindendo dalla casa natale di Mussolini che periodicamente già apre i suoi battenti: che cosa si farà della tomba di Mussolini, méta di decine di migliaia di pellegrini nostalgici, o anche solo di curiosi, ogni anno? I ragazzi delle scolaresche ci verranno portati in processione o verrà loro...

Sulla proposta di un “museo del fascismo” / Consigli al sindaco di Predappio

Confesso di provare simpatia per il sindaco di Predappio, che cerca di uscire da una sgradevole situazione. Non è invidiabile il suo ruolo istituzionale. Per quanto paradossale possa sembrare è più tranquillo il vivere del primo cittadino a S. Anna di Stazzema, ma in un paese civile non possono esistere amministrazioni comunali di serie A e di serie B a seconda delle nostre ondivaghe politiche della memoria. Provo soprattutto forte l’istinto di proteggere il Sindaco dalla boria litigiosa dei nostri storici, ciò che rinvierà in eterno la realizzazione di un progetto condiviso. Non essendosi messi d’accordo quando era il momento giusto su che cosa sia stato davvero il fascismo, difficilmente i nostri storici giungeranno a un progetto condiviso, del resto basta leggere gli interventi di questi giorni. Quello di Predappio, mi dispiace per il Sindaco, è soltanto l’ultimo progetto di una lunga lista di Musei rimasti sulla carta ancorché riccamente dotati di investimenti pubblici. Di qui il bisogno di mettere in fila pochi e piccoli consigli. Primo. Si guardi il Sindaco dagli storici di mezza età e cerchi di mettere insieme un comitato scientifico di studiosi stranieri o italiani...

Ancora sul dibattito attorno al “museo del fascismo” che si sta provando a realizzare a Predappio / Documentare il fascismo

Ammettendo che il “museo del fascismo” che si sta provando a realizzare a Predappio sia un’istituzione scientificamente credibile (e non si capisce perché le persone che stanno promuovendo l’iniziativa non possano meritare questo minimo grado di fiducia), non vedo ragioni per opporsi a questa proposta. Oltre a questo, è molto positivo che il sindaco di Predappio ponga esplicitamente il problema di un paese periodicamente invaso da idioti che sfilano cantando scemenze. Mi pare del tutto comprensibile che il sindaco non voglia più far finta di niente e provi a restituire dignità al suo paese inserendo la vicenda di Benito Mussolini – che innegabilmente è nato lì e inesorabilmente attira e attirerà nostalgici ma anche semplicemente curiosi – in un contesto scientifico accurato e alieno da strumentalizzazioni. Mi pare meno comprensibile come questa esigenza possa essere immediatamente derubricata come ingenua e quindi sostanzialmente ignorata.Detto questo, forse la discussione potrebbe essere più produttiva se si adottassero alcune accortezze che consentirebbero di escludere da subito qualsiasi intento celebrativo. Converrebbe quindi parlare di un centro di documentazione sul...

Poesia, politica e fiori

Giacomo Noventa e Adriano Olivetti sono probabilmente gli uomini che hanno contato di più nella mia formazione e in definitiva nella mia vita. Avevano assai poco in comune, se non di dover morire nello stesso anno (il 1960), e di essere stato l’uno (Olivetti) il primo editore delle poesie dell’altro. Ma avevano in comune un’altra cosa, e decisiva: Noventa, poeta, non amava «coloro che in Italia sono detti poeti», e Olivetti intendeva fare politica prescindendo dagli uomini politici del suo tempo. La loro vocazione profonda era di profeti inascoltati ma al tempo stesso erano fiduciosi, attivi, tutt’altro che solitari, dediti all’ordine positivo del fare; e se i loro provvisori successi si rispecchiavano puntualmente in una inevitabile sconfitta generale, in quella sconfitta, per estrema contraddizione, entrambi riconoscevano il loro segreto di verità, la parte alta e vincente del loro destino.   «La poesia di Giacomo Noventa non è contemporanea alla poesia italiana contemporanea»; così cominciava la mia prefazione alle poesie di Noventa, edite nel 1956 dalle Edizioni di Comunità. La...

Museo del fascismo a Predappio: perché sì, perché no o perché forse?

La notizia di un “Museo del fascismo” in programma, lanciata da «La stampa» ha aperto un dibattito tra storici e addetti ai lavori di diversa formazione e generazione. Il fatto che Predappio sia da sempre luogo di devozione per i nostalgici del fascismo ha indotto il sindaco Giorgio Frassineti a proporre un progetto museale sul fascismo caratterizzato da rigore scientifico e documentario e da capacità comunicativa e didattica. Si tratta di un progetto educativo per fare i conti con quel passato a partire dalla maturità della dimensione valoriale della Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza. Fin qui è tutto semplice e condivisibile. Ma trasformare un luogo di memoria nostalgica in luogo di riflessione, in un paese attraversato da un mai sopito dibattito sull'antifascismo e sul postfascismo (di più, sull'anti-antifascismo e sul post-antifascismo) è una impresa che suscita, legittimamente, anche dubbi. In particolar modo sul come. La questione “sì o no al Museo del fascismo” pare mal posta e semplificatoria, inadatta alla complessità del tema. Diversi sono gli interventi di...

La luna è tramontata

Un dilettante come me al Teatro Carignano di Torino? Era un nuovo esperimento neorealista tipo “Ladri di biciclette”? E il fortunato ero io? Soldi niente. E chi mai avrebbe osato chiederne?    Era successo che qualche organo inappellabile di quelli che controllavano la democrazia di allora, aveva proibito, per motivi di ordine pubblico, o anche solo di “sgradimento”, la messa in scena, per le celebrazioni del X Anniversario della Liberazione (il 25 aprile 1955, per i giovanetti d’oggi che non lo ricordassero), di “Le notti dell’ira” di Armand Salacrou. Il guaio era che, dal cast alla scenografia, ai costumi, tutto era già stato completato dalla “Cooperativa Spettatori del Piemonte”. Mancava solo la prova generale al Carignano, il sogno d’oro di ogni attore professionista figuriamoci poi di quel branco di dilettanti venuti dai campi e dalle officine, compagni che, per l’occasione, avevano intrappolato, ai minimi sindacali, due o tre attori veri in pensione da tempo. Adesso toccava rifare tutto.   Saltò fuori in sostituzione di emergenza “La luna è tramontata...

Douce France

Le retoriche sulla sicurezza minacciata non hanno premiato elettoralmente chi se ne è fatto vessillifero ma, per il momento, si tratta solo di una battaglia perduta in una guerra che, invece, continuerà a mietere le sue vittime nei tempi a venire. Se ne può stare certi, trattandosi oramai di una questione di vera e propria egemonia culturale nel discorso pubblico, prima ancora che di un tema politico in senso stretto. Il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e dei suoi famigli, dopo un rilevante ma non sorprendente risultato nel primo turno delle elezioni regionali francesi, si è poi visto sottrarre il bottino di una vittoria troppo improbabile per essere creduta come immediatamente possibile dagli stessi protagonisti. La Le Pen, astuta e abile sdoganatrice di un partito faticosamente sottratto al padre, non poteva non mettere in conto l’irripetibilità di una tornata nella quale ha comunque inchiodato socialisti e repubblicani alla loro inconsistenza politica. Forse è questo il suo vero “successo”, sul quale può confidare per una rimonta, a partire dalle presidenziali del 2017. Insieme al fatto che una formazione...

Intervista. Italia, sviluppo ma non progresso

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Proseguiamo oggi con la prima: la pubblicazione d’interviste disperse, o poco note, di Pasolini con giornalisti, critici, saggisti italiani e stranieri.   Proseguiamo oggi il nostro Speciale Pasolini con una conversazione con Gideon Bachman pubblicata da Chiarelettere in Pier Paolo Pasolini,...

Poesia. Saluto e Augurio

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Insieme alla pubblicazione d’interviste disperse, di lettere di scrittori e saggisti indirizzate a PPP, proseguiamo con la ripubblicazione di una serie di testi poetici particolarmente attuali scelti curati e introdotti da Marco A. Bazzocchi       Saluto e Augurio...

L'eco di uno sparo allo specchio. Due lettori, un libro

Nulla sapevo di lui. Sono stato abituato a imparare – o, meglio, imparare a dimenticare – quell'uomo nel silenzio familiare, tramite rare foto, discorsi assenti. So come la sua non presenza abbia avuto un riflesso profondo nella mia educazione, quindi nella mia vita. Due cose sole possedevo: il nome, Ulisse, che io porto come secondo, e che sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me; e una giacca, un tessuto ruvido di lana, il nero orbace della sua divisa autarchica. Niente di più, prima di questo libro.   Per bilanciare questo niente ho lasciato passo all'attrazione magnetica per quei colpi di pistola del febbraio 1944 e seguito la loro eco lungo un paio di secoli. Ho dovuto capire dove sono nati, quei colpi, chi li ha generati, dove sono andati a rimbalzare, che cosa hanno smosso, smurato, prodotto. Ho dovuto scovare tracce seminate e sepolte, frugare da dilettante negli archivi che tutto conservano e tutto confondono, respirare polvere antica, macchiarmi di inchiostri, decifrare scritture impossibili, toccare carta infastidita dalla luce con il timore di vederla rompere. E poiché scrivere è un...

Giovanni De Luna. La Resistenza perfetta

Come spiegare in breve ciò che accade nella storia italiana nei venti densissimi mesi tra il 1943 e il 1945? Come restituire la stratificazione di senso che assume quella vicenda complessa, che ha il suo prima nel fascismo e nella guerra e il suo dopo nella storia della Repubblica antifascista, di cui la Resistenza diviene anche mito fondativo e continua a essere il reagente della politica per settant'anni?   David Bidussa ha sintetizzato con efficacia il disagio attuale di chi si cimenta in questo discorso scrivendo che «il 25 aprile si conferma come una partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato». Uscire dall'impasse che segna oggi la comunicazione dei valori della Resistenza, troppo spesso trasformata in monumento, oggetto antiquario o in storia scandalistica, è possibile se si torna a «raccontare i fatti», continua Bidussa, e «scavare negli atti, descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì», in altri termini «ricostruire storie».   Questo non significa accettare una moltiplicazione dei punti di...