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storia

(37 risultati)

I nomi, le abitudini, il senso dei pasti / A che ora si mangia?

A che ora si mangia?, si chiede Alessandro Barbero. La risposta sembrerebbe semplice. Oggi, almeno da noi, in Italia, intorno ai tre pasti principali – colazione, pranzo, cena – convivono una serie di variazioni individuali declinate secondo il gusto, le abitudini, il lavoro praticato, la composizione del proprio nucleo familiare, l'igiene dietetica ed altro. Tutti elementi che nell'insieme fanno dei nostri pasti un caleidoscopio tripartito, con tutte le ampie variazioni che la società dei consumi concede. Ben diverso è il quadro cui Barbero ci introduce tra il Settecento e l'Ottocento muovendosi soprattutto tra Francia, Inghilterra, Italia e in una diversificata varietà di fonti: narrative, epistolari, resoconti di viaggio, testimonianze. La lettura dell’agile saggio di Barbero, che ha come sottotitolo Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti – secoli XVIII XIX (Quodlibet) ha la proprietà di portarci in un "luogo letterario" un tempo molto frequentato, ma contemporaneamente anche in un concetto, un’abitudine sociale, un modo di dividere la giornata.     Vale a dire l'orario dei pasti e il loro ruolo all'interno della giornata. Così scopriamo che nella...

Una storia complicata / Storia dello zucchero

Viviamo nell’epoca delle bustine. Quasi tutto quello che mangiamo ci raggiunge attraverso buste di diverse dimensioni. Lo zucchero, ad esempio. Sul bancone del bar ci sono almeno tre bustine: lo zucchero semolato bianco, lo zucchero bruno di pura canna e un dolcificante a base di saccarina sodica. Lo zucchero oggi costa poco. Se vogliamo comprarne un chilo basta entrare in un supermercato: 0,70 euro quello bianco raffinato, o 2,5 euro il bruno. La strada che lo zucchero ha percorso per arrivare sino a noi e raggiungere prezzi così contenuti, è stata lunga e complessa. Quello che usiamo è saccarosio estratto dalla canna da zucchero; può anche essere derivato dalla barbabietola, ma solo a partire dall’Ottocento.   Il saccarosio è un composto chimico organico della famiglia dei carboidrati estratto da un vegetale il cui nome scientifico è Saccharum officinarum. Proviene dalla Nuova Guinea dove, secondo i botanici, sarebbe stato addomesticato alcune migliaia di anni fa. A partire dall’8000 a.C. è arrivato nelle Filippine, in India e poi in Indonesia. Ma sono dovuti trascorrere decine di secoli affinché giungesse da noi a partire dalle isole dove spesso si pensasia nato: i...

Il Colosseo come immagine / Monumento continuo

Un gigante in tenuta da miliardario – cravatta a pois, ghette, cilindro – afferra con mani rapaci un Colosseo che minuscoli operai tentano freneticamente di assicurare al suolo. Così il caricaturista Oliver Herford ritrae nel 1912 John Pierpoint Morgan, figura emblematica dell’ascesa economica e politica degli Stati Uniti tra Otto e Novecento e dell’inestinguibile bramosia collezionistica che la accompagnò. Il Colosseo è qui in forma comica il simbolo di qualcosa che neppure la grande ricchezza di Morgan sarebbe riuscita ad acquistare: il valore storico del monumento più imponente della Roma imperiale non è quantificabile né negoziabile. Nella vignetta, l’Anfiteatro Flavio “resiste”, come cercherà di resistere, lungo tutto il corso del“secolo breve”, al fascismo e alla guerra, alle radicali trasformazioni dell’ambiente urbano circostante, alla strumentalizzazione ideologica e alla soffice metamorfosi pubblicitaria, sempre stupefacente, ostinato, ingombrante, salvo ritrovarsi infine ridotto al ruolo irrevocabile di smisurato spartitraffico con cui sopravvive nella distratta epoca contemporanea.   Oliver Herford, John Pierpont Morgan, 1912   Presenza grandiosa e insieme...

Insegnare la letteratura / Leggere con l’orecchio

Se esiste la letteratura non possono non esistere la storia e la critica della letteratura. E dunque, chi si applica a mettere in sequenza i suoi frutti, e chi si dedica al loro giudizio. Alla loro interpretazione. Chi opera per coglierne il senso nascosto, o profondo. O per decifrare nel suo specchio le verità dell’epoca con la quale la letteratura intrattiene rapporti più o meno indiretti.  Se esiste la letteratura non può non esistere una visione, e dunque una teoria della medesima. Nel senso puro e semplice che nei suoi frutti si dà a vedere un mondo. E comunque, al di là del suo valore di intrattenimento, di divertimento – che sia in versi o in prosa, che sia un poema, un romanzo o un racconto – l’opera letteraria condensa in sé un pensiero, un’idea del mondo. Come ogni manufatto linguistico.   Esistono dunque a buon diritto il critico, lo storico, il teorico della letteratura. Ora, tali professioni, anche nel senso di fede – di fede e fiducia nella parola: che possa produrre conoscenza – si esplicano in vari modi. C’è il critico accademico, c’è il critico militante, c’è lo storico, e c’è l’interprete, e c’è il recensore di libri sui quotidiani. Chi insegna dall’...

Conversazione con Vincenzo Capuano / Il collezionista di giocattoli

“Innumerevoli sono i giochi e di vario tipo: giochi di società, di destrezza, d’azzardo, giochi all’aperto, giochi di pazienza, giochi di costruzione, ecc. Nonostante la quasi infinita varietà e con costanza davvero notevole, la parola gioco richiama sempre i concetti di svago, di rischio o di destrezza. E, soprattutto, implica immancabilmente un'atmosfera di distensione o di divertimento. Il gioco riposa e diverte. Evoca un’attività non soggetta a costrizioni, ma anche priva di conseguenze sulla vita reale. Anzi, si contrappone alla serietà di questa e viene perciò qualificato frivolo. Si contrappone al lavoro come il tempo perso al tempo bene impiegato. Il gioco infatti non produce alcunché: né beni, né opere. (…) Questa fondamentale gratuità del gioco è appunto l’aspetto che maggiormente lo discredita.”   Questo l'incipit de: I giochi e gli uomini di Roger Caillois,pubblicato in Francia nel 1958,che rappresenta ancora oggi il testo di riferimento per chi voglia avvicinarsi allo studio del gioco.   Sopra: Veduta della mostra allestita nel refettorio di san Domenico Maggiore. Sotto: La vetrina con la collezione di Barbie; la vetrina con i personaggi di Eugenio...

1917-2017 / Magda Szabó, la narrativa del passato vivente

Novecento, realtà, infanzia, quotidiano, Storia, parola, passato, identità, scrittrice, sono le parole per scrivere di Magda Szabó, dischiudono la sua opera.   Magda Szabó vive lungo tutto il Novecento affacciandosi nel Duemila già ottantenne, nasce in Ungheria negli strascichi della Prima Guerra Mondiale, cresce nel Seconda Guerra Mondiale ed è costretta, successivamente, al silenzio dal regime comunista. In questo anno, 2017, ne cade il centenario della nascita.   Nella lunga vita e nella vasta produzione letteraria di Magda Szabó vi è un posto di rilievo dedicato alla realtà. Nella storia della rappresentazione della realtà in letteratura, le scelte definibili come “realistiche” comprendono molteplici forme. Szabó si racconta e racconta, la scrittura è una forma espressiva per tenere compatto il senso della propria vita, della propria realtà: l’indagine sottile e discretissima che fa del privato è la sua scelta per raccontare l’essenziale e al contempo il tutto. Il rapporto di Szabó con se stessa e l’immediata concretezza dei rapporti personali è la molla di ogni sua narrazione autobiografica e non.   Foto per gentile concessione dell'erede di Magda Szabó,...

Ridateci il nostro futuro / Gabriele Del Grande: fermate le guerre, non le persone

"Sarà domani o sarà tra vent'anni, ma un giorno tutto finirà. Solo allora, poco a poco, a milioni ritorneranno nelle loro case da tutto il mondo. E noi rimarremo qui intrappolati nelle nostre mappe e nei nostri egoismi. Stretti tra i muri che abbiamo costruito per tenerci al sicuro e di cui capiremo il significato profondo soltanto quando dall'altra parte del filo spinato ci saranno i nostri figli. Perché la storia è una ruota che gira e non sempre perdona". Gabriele Del Grande, 14 aprile 2016   "Quando hai visto la guerra, non è facile convivere con quello che sai. Non parlo di segreti o di scoop. Parlo di storie, di emozioni, di dolore. Alla fine devi fare qualcosa, prendere posizione. Forse più per te stesso, per non rimanere schiacciato dal peso di quel dolore. A maggior ragione se la guerra che hai conosciuto esce dai suoi confini e ti arriva in casa". Gabriele Del Grande, 18 settembre 2016   Avete presente la generazione precaria, o perduta, quella che ha visto la morte della propria innocenza al G8 di Genova, la generazione spesso disgustata dalla politica e dalla diplomazia? In questo momento a quella generazione, la nostra, manca una delle voci di cui ha...

Il migliore italiano linguista / ll vichiano Tullio De Mauro

Con Tullio De Mauro è scomparso un grande intellettuale e l’ultimo rappresentante con autentico rilievo pubblico di una fondamentale tradizione culturale italiana. Tale tradizione è stata protagonista nella vicenda nazionale degli ultimi secoli e, nel Novecento, ha nutrito un ceto politico o prossimo alla politica, di formazione laica, sparso dall’area liberale alla comunista. In quest’ultima area, in particolare, trovò formulazione l’idea che, orientato il cammino verso il meglio (così voleva la fede nel progresso della modernità), il traguardo potesse raggiungersi seguendo una “via italiana”. Da tale idea, il giovane De Mauro fu certamente marcato. A essa egli è rimasto fedele per tutta la vita.   D’altra parte, il nocciolo generatore del pensiero e dell’opera di De Mauro è stata un’idea di storia. La medesima che, da Giambattista Vico e, ancora, fino a oltre la metà del secolo scorso, è stata tipica di una tendenza prevalente nella cultura italiana, pur nelle sue diverse declinazioni. La maggiore di tali declinazioni, come si sa, la si dovette a Benedetto Croce. Della storia, gli intellettuali italiani hanno avuto un concetto più filosofico che filologico, più speculativo...

Il lettore, fratello nella complicità / Etgar Keret, Sette anni di felicità

Tra i resti del passato che gorgogliano senza posa notte e giorno in quel sito archeologico permanente che è YouTube può capitare di incappare in una vecchia intervista a Primo Levi. Credo si tratti di una conversazione registrata nei locali della Siva, la Società Industriale Vernici e Affini di Settimo Torinese per la quale lo scrittore lavorò come chimico fino al 1977. In quell’intervista Levi indossa il camice bianco d’ordinanza, con sotto la cravatta, e se ne sta appoggiato a un armadietto metallico in laboratorio. Vestito da chimico, parla dell’esperienza del lager e del sedimento di parole rimaste sul fondo della storia del Novecento: Se questo è un uomo. C’è un momento, nel corso dell’intervista, in cui Levi, guardando in terra, dice, nel suo indimenticabile fraseggiare elegantemente monocorde: “Mi accade di trovare il bisogno di andare a cercare qualcun altro, per rinfrescare queste cose, per verificarle”.     Viene in mente questa vecchia intervista a Levi leggendo l’ultimo libro di Etgar Keret, Sette anni di felicità (Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani). E non tanto per il fatto che Keret è uno scrittore israeliano “i cui allarmi giornalieri di...

Madama Cristina e la Divina Provvidenza

Quando la storia accade, non la si percepisce. Siccome c’era l’oscuramento, che chi non l’ha vissuto non saprà mai che cos’era, la gente di Torino che si affollava sui tramvai non poteva neppure sapere dove si trovava. Per via dei bombardamenti, non c’erano più i lampioni, i vetri dei tram erano di cartone marcio, salvo quello del guidatore che così sapeva solo lui dov’era all’incirca il tram immerso in quell’inchiostro. Arrivato all’ignota fermata, terminato il solito stridio dei freni sull’acciaio delle ruote e delle ruote sull’acciaio delle rotaie, spalancava con la manovella le porte e litaniava il posto dove, secondo il suo parere, ci si era venuti a fermare nel buio e i passeggeri tendevano le orecchie invisibili per capire se dovevano scendere o restare. “Mada-amacri-istina” salmodiava il tramviere, risparmiandosi per rispetto della metrica il sostantivo “Piazza”. Siccome però in Piazza Madama Cristina c’era l’edicola dei giornali all’angolo con via Berthollet con dietro la filiale della Banca d’Italia con un bassorilievo in bronzo che raffigurava le api per incitare al risparmio etc., dato che la padrona di quell’edicola si chiamava Cristina, quando sentiva la...

Il furto del Guercino e il prodotto «bellezza»

Un anno fa, nell’estate del 2014, venne rubata dalla chiesa modenese di San Vincenzo una tela di Guercino, la Madonna con san Giovanni Evangelista e san Gregorio Taumaturgo. Se, a distanza di diversi mesi (senza che il quadro sia stato ritrovato), torniamo indietro e consideriamo le reazioni immediate al furto e i discorsi sollecitati dall’episodio modenese, ci accorgiamo come le une e gli altri siano rivelatori: saltano fuori, nei confronti delle opere d’arte del passato, pensieri (e conseguenti) atteggiamenti che – magari sottaciuti – attraversano buona parte della cultura del nostro paese.     Dunque, Modena, agosto 2014: sconcerto per la facilità del «clamoroso furto», giornalisti che si accorgono che il patrimonio è «a rischio», rammarico delle istituzioni pubbliche, riunioni di commissioni, solenne deplorazione per le sorti del nostro patrimonio storico-artistico. Reazioni prevedibili, quanto dovute. In parallelo, uno dei primi argomenti ad essere rilanciato negli articoli dei quotidiani e nei servizi televisivi è quello dei «sei milioni di euro», il valore («...

I buoni siamo noi

La lettura mi ha tirato fuori tutto quello che in questi mesi, in questi anni, avevo nascosto in fondo a me stesso. Ha acceso un riflettore da un'altra angolazione (non la mia) e ha messo in luce quel cono d'ombra che ho vissuto, ma mai guardato e affrontato, riletto, analizzato. Quelle cose con cui avrei dovuto fare i conti e che invece ho preferito nascondere, nel tentativo di dimenticarle. Sento la necessità di parlarne, con chi era con me in quel periodo, con gli amici di una vita e con i conoscenti, con tutte quelle persone che per oltre tre anni mi hanno visto assente, profondamente impegnato in quello che facevo, e senza altro tempo per altro e per altri. Troppo spesso in quel periodo mi sono sentito dire oppure ho sentito dire: "Daniele non c'è, deve salvare il mondo!". Non ho salvato nessuno. Io sono salvo, ma vinto, e ho bisogno di raccontare quello che è successo […]   [status Facebook di Daniele R., 17 maggio 2014, in seguito all'uscita de I buoni di Luca Rastello, 133 “mi piace”, 21 condivisioni]   Poi, un giorno, capita che parta un ultimo giro di telefonate, messaggi, whatsapp, e...

Garrone: Il racconto dei racconti

C’è una tensione continua, irrisolta e per questo creativa, nel Racconto dei racconti [Tales of Tales] di Matteo Garrone: la tensione fra il fiabesco e il realismo, fra una materia letteraria fatta di re, regine, draghi marini, pulci giganti, orchi, castelli, orridi, streghe, fate, miracoli e orrori, e la verità con cui questa è messa in scena, calata e incastonata in un ambiente credibile. La sfida di Garrone sta nella capacità, e prima ancora nella possibilità di catturare con il cinema la trasformazione del fiabesco da parola a evento realistico, cogliendo non solo la meraviglia dell’effetto finale (che nel cinema commerciale di oggi è la meraviglia dell’effetto speciale, la concretissima, tecnologica creazione di un immaginario inesistente grazie alla computer grafica), quanto lo stupore del divenire, il movimento incessante della realtà che rende viva un’opera d’arte.   Salma Hayek in "Tales of Tales", di Matteo Garrone, 2015   Garrone insegue la mutazione in immagine di un immaginario letterario, popolare e fiabesco; non cerca il realismo magico, ma il realismo della...

Gigi Cifali. A pochi centimetri dalla storia

È caratteristica comune a molti artisti delle ultime generazioni guardare alla storia degli ultimi cinquant'anni con rinnovato interesse, riportando l'attenzione su fatti nazionali già ampiamente esplorati dal giornalismo, questa volta però indagati mediante la forza dirompente delle immagini. L'atteggiamento più comune fra gli autori contemporanei consiste nel prelevare documenti originali o fedeli copie da archivi cartacei, decontestualizzando l'oggetto o l'immagine rispetto al “contenitore” di appartenenza. Dallo schedario di un deposito alle pareti di una galleria d'arte, per intenderci. C'è chi sceglie di non apporre modifiche al ritrovamento, oppure chi fa piccoli spostamenti di significato rispetto al documento di partenza. Per utilizzare una metafora cinematografica potremmo dire che in pochi scelgono di girare un nuovo film, si preferisce invece lavorare di montaggio su una pellicola preesistente. Nulla di male, solo per dire che stupisce oggi incontrare un autore intenzionato a stare a pochi centimetri dalla storia, traducendo in fotografia la sua esperienza diretta, senza il filtro dei mass media, lontano quindi dai cliché di forma e contenuto già esplorati da...

True Detective: il tempo è un cerchio piatto

“Una volta qualcuno mi disse: ‘il tempo è un cerchio piatto’. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora…” Una delle serie più acclamate della scorsa stagione televisiva, True Detective, è, al suo cuore, una riflessione profonda sul tempo. Scritta per il canale via cavo HBO dallo showrunner Nick Pizzolatto, che ha innervato il racconto di una fitta trama di riferimenti letterari e filosofici (croce e delizia per detrattori e appassionati), la serie costruisce con il tempo e il suo scorrere un rapporto molto complesso. In True Detective, il tempo è, in primo luogo, un tema, un oggetto di riflessione, lo strumento per far uscire il racconto dai confini stretti dell’indagine sui delitti aberranti di un serial killer deviato e dargli una profondità concettuale inedita per un racconto televisivo. Nella serie gran parte del “carico” narrativo è affidato alla coppia dei due detective protagonisti, Marty Hart (Woody Harrelson) e Rustin Cohle (Matthew McConaughey), due caratteri opposti destinati allo scontro ma anche a un’intesa profonda. Tanto Marty...

Christian Petzold. La scelta di Barbara

Tutto è relativo. Nei primi anni Novanta un film come La scelta di Barbara, Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012, sarebbe stato una rivelazione per il coraggio e l’onestà autocritica che avrebbero riaperto il ricordo ancora recente delle due Germanie divise. Un caso non dissimile da quello realmente accaduto per Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, a cui il film di Christian Petzold è stato non a caso paragonato.     Ma nel 2013 La scelta di Barbara altro non è che un racconto didattico, stilisticamente impeccabile nonché prevedibile, che soddisfa le aspettative dello spettatore lasciandolo però del tutto freddo: un problema prodotto sia dalla costruzione narrativa del film che dal sedimentarsi dell’immaginarsi collettivo. Infatti, di fronte al tempo che passa, il cinema storico deve affrontare la sfida della graduale banalizzazione a opera della memoria degli eventi passati. Ciò che prima era il nostro presente, o passato prossimo, muta con gli anni nella trasmissione del racconto epico di ciò che fu; ma l’epica per sua natura deve sempre tendere a...

Unificazione e politeismo dei teatri. Con Claudio Meldolesi

Docente e studioso di teatro, primo nella sua disciplina a far parte dell’Accademia dei Lincei, Claudio Meldolesi è stato frequentatore instancabile, sulla pagina e nelle sale, del Nuovo Teatro, nei termini di una operatività e di un coinvolgimento a tutto tondo. La prossimità culturale al lavoro della nuova storia francese (dalle “Annales” in poi) e la militanza teatrale gli hanno permesso di tracciare il profilo di un neo-umanesimo ancora non del tutto sondato, ridisegnando ogni volta gli orizzonti della storia del teatro, in un dialogo sempre rigenerato con altre scienze e discipline. Due differenti esperienze originarie – da un lato la militanza politica, dall’altro il diploma d’attore all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica – ne hanno segnato il lavoro e il pensiero: storico della lunga durata, è stato, ad esempio, capace di inserire la marginalità di una figura sempre tradizionalmente sottovalutata come quella dell’attore nell’alveo di più ampie trasformazioni socio-culturali e di incastonare le pressioni del presente in processi di più grande movimento e...

Piazza Garibaldi

Esce in dvd  il documentario di Davide Ferrario, Piazza Garibaldi. Il film, nato da un’idea di Marco Belpoliti, è stato scritto da Ferrario e Giorgio Mastrorocco.     Un Garibaldi extra   Cosa c’è nel dvd di Piazza Garibaldi oltre al film nella versione che è stata distribuita nelle sale? Ci sono circa 45 minuti di materiale montato ma non finito nel film; una sorta di “terzo tempo” eliminato non perché non fosse interessante ma perché – essendo il sottoscritto un fedele seguace del principio di E.A. Poe secondo cui i prodotti culturali devono essere consumati in una sola seduta (“session”) – non mi sembrava saggio caricare ulteriormente un film complesso che durava già 105 minuti.   Qui vi segnalo alcuni brani a cui sono affezionato e che trovo particolarmente interessanti. A cominciare dalla visita a un negozio di abiti da sposa di Palmi in Calabria (“Temptation’s Gallery” campeggia sull’insegna), che ci si palesò come una cattedrale scendendo dall’Aspromonte. Credo che girare documentari sia soprattutto...

Steven Spielberg. Lincoln

“Retorica non è una brutta parola, sai – cercala sul dizionario”: così un sorridente Orson Welles ammoniva l’amico/discepolo Peter Bogdanovich. Naturalmente l’oggetto della conversazione era un altro (Ejzenštein, per la precisione), eppure crediamo che l’invito wellesiano si adatti molto bene all’ultima fatica di Steven Spielberg. Lincoln è, indubbiamente, un film retorico. Una lunga, paziente e minuziosa lezione di Storia (americana) che passa attraverso, o meglio, s’incarna - letteralmente - nell’uomo del titolo. Perché se è vero che il film, nel suo sviluppo più scoperto, è il racconto dei fatti che portarono alla proclamazione del tredicesimo emendamento alla Costituzione (quello che abolì la schiavitù negli Stati Uniti), è la figura del Presidente a dominare ogni cosa, quasi che la storia narrata (e la Storia tout-court) siano una sua emanazione. È per questo che la regia di Spielberg si chiude nelle stanze del Potere (quale altro suo film è così claustrale?): ha bisogno di sottoporre quel corpo ad una analisi minuziosa....

Lilli Gruber. Eredità

È possibile che non sia il lettore più adatto dell’ultimo libro di Lilli Gruber, Eredità (Rizzoli, pp. 356, € 18,50), dal pacato sottotitolo “Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo”. Innanzitutto per via delle mie origini: essendo nato e cresciuto a Bolzano-Bozen – in due lingue e col trattino in mezzo – e non del tutto a digiuno di opere storiche, nonché di riflessione sulla questione sudtirolese-altoatesina, in questo libro ho avuto l’impressione di dovermi confrontare per l’ennesima volta con la parte ormai più discussa e rimasticata della storia locale, per di più in formato “romantico” più che romanzato.   Lilli Gruber sceglie infatti di ripercorrere, sulla scorta di documenti familiari (e non) e seguendo soprattutto le vicende biografiche di due antenate, la bisnonna Rosa Tiefenthaler e la di lei figlia Hella, la vicenda di una famiglia sudtirolese pressoché esemplare, tutta Kaiser-Volk-Vaterland (da noi si direbbe Dio-patria-famiglia), fra gli ultimi anni della monarchia imperial-regia, la prima guerra mondiale – con il...

Le parole del Novecento / 1990-2000

Arriva oggi all’ultima puntata il nostro speciale Le parole del Novecento, organizzato in collaborazione con il Museo del 900 di Milano e con Storyville – che ha ideato e prodotto l’iniziativa.   Per un giovedì al mese, nella Sala Fontana del Museo del 900, abbiamo partecipato al ciclo di incontri intitolato 5x10 e dedicato all’approfondimento della storia, non solo dell’arte, di ogni singolo decennio del ventesimo secolo.   Cinque parole per raccontare un decennio è un gioco in cui studiosi ed esperti hanno raccontato al pubblico del Museo e di doppiozero le parole che, secondo ognuno di loro, hanno caratterizzato i decenni del Novecento. Ogni studioso ci ha raccontato un decennio del secolo, una volta al mese, per dieci volte.   Pubblichiamo qui i video dell’ultimo incontro, condotto da Carlo Antonelli. A voi lettori il divertimento di interpretare le cinque parole scelte, di trovarne di nuove, di confutarle: spazio libero ai commenti.              

Per un teatro politico?

Una storia fra arte e realtà   Va da sé che arte e realtà abbiano sempre condiviso lo stesso talamo, tirando la coperta troppo da un lato o dall’altro; così come che intorno alle parole-chiave – “rappresentazione”, per citare la più celebre – che ne descrivono i rapporti siano fiorite innumerevoli considerazioni e indagini. Volente o nolente, l’arte sviluppa un linguaggio integralmente autonomo; ma parla sempre del mondo che gli sta intorno, l’arte è politica. Basti guardare come si inaugura l’avanguardia del Novecento: l’opera pionieristica del cubismo interroga i limiti di aderenza alla realtà, scomponendola in visioni personali, mentre qualche migliaia di chilometri più a sud prima futurismo e poi dada attingono a piene mani dalla nuova società industriale, trovando non a caso nella forma-evento uno dei propri linguaggi d’elezione; più a est le avanguardie russe, incomprese (o forse troppo ben comprese) in patria, rivendicano con tale forza l’autonomia dell’opera rispetto alla società da essere costrette alla...

Ringraziare gli ignoti e i noti

I stagione   Capita talvolta di incrociare la bellezza nel mondo. Avevo scritto del mondo, ma era sbagliato: la bellezza non del mondo in generale, ma di qualche suo dettaglio o aspetto: la bellezza di ciò che fa il mondo. La cogliamo e tanti saluti, senza sapere chi ringraziare. Invece rendere grazie è una buona cosa. A me piace farlo. Non solo è giusto, tanto più verso chi si eclissa prima di riceverle, ma fa star bene. A me succede così, almeno. E allora grazie a tutti i benefattori anonimi.   Oggi voglio rendere omaggio a un giardiniere di cui ignoro il nome. Chi passeggia sulla strada sterrata che costeggia il naviglio da Groppello a Vaprio d’Adda, se a un certo punto, sulla riva spoglia, incontra un bellissimo cespuglio di rose canine, stupito che resista e cresca così rigoglioso, deve ringraziare lui.   Me lo descrivono come un signore sui settant’anni, di media altezza, robusto, con un che di atletico: ancora un bell’uomo. Ha lavorato tutta la vita alla manutenzione del canale alle dipendenze del Consorzio del Naviglio, e continua a farlo per conto suo ora che è in pensione....

Yto Barrada. Delle cose solitarie e non dimenticate

Due terzi abbondanti dei paesi del mondo non trovano posto sui libri di storia, e il Marocco è fra questi. Tale spiazzante constatazione guida il lavoro di Yto Barrada, fotografa franco-marocchina, la cui prima personale italiana è ospitata dal Macro di Roma, grazie alla nuova partnership con Deutsche Bank, che – ci auguriamo – porterà una salutare ventata di globalizzazione anche nelle stanze dell’arte.   Barrada, che ha studiato storia e scienza politiche alla Sorbona, osserva il proprio paese da una strana lontananza: i soggetti dei suoi scatti colmano il campo visivo, assumendo non di rado aspetti monumentali, anche quando si tratta di edifici e giardini affetti da precoce obsolescenza, perché abbandonati all’incuria; di frammenti di industrializzazione in disuso, oppure di cantieri per infrastrutture interrotte ancor prima di iniziare e mai completate. Le immagini di Barrada restituiscono un mondo che si sbriciola, attraversato da sentieri che si interrompono improvvisamente: sembra di muoversi sulle tracce lasciate da individui incapaci di portare a compimento spinte volitive tanto quanto progetti condivisi. Il...