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Elias Canetti

(11 risultati)

Una matita per l'estate / Breve storia delle mie matite

  All’inizio non fu una matita ma un pezzo di gesso staccato dal muro delle piccole case di Ronco dei Vespri 6, a Ispica.  Una pannocchia, poi, fu rivelatrice della storia della mia matita, poi matite. Ne fui consapevolmente cosciente perché per una pannocchia conobbi o mi fu presentata la 6B dal mio insegnante, maestro di Educazione artistica. Era la seconda media. Il primo anno fummo, un po’ tutti, costretti a fare degli esercizi elementari, come tracciare linee parallele, provare a fare dei graffiti con dei pastelli a cera e piccole prove con colori a spirito e nei casi migliori con acquerelli con risultati dubbi, nessuno escluso. Il secondo anno, alcuni almeno, non tutti, fummo costretti a fare una prova dal vero con i colori ad olio messi a disposizione dell’istituto, dipingemmo una natura morta formata da un vaso e un drappo di velluto blu, o rosso, potevamo scegliere.     Un disastro fu il mio contatto con il colore. Il maestro, posso dirlo, era un cattivo maestro, non diceva niente, non faceva nulla se non leggere il giornale o sprofondare in una noia che poi ribolliva in una specie di ira quando passava a visionare le nostre intimidite – è proprio...

Steve Sabella. Archaeology of the future

“Everything is a mental state, the place itself doesen’t exist”. (Steve Sabella, catalogo della mostra)     Archeologia del futuro è una mostra ospitata dal Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona. Si tratta di un’esposizione singolare che insieme alle immagini espone anche la vita dell’artista: il palestinese Steve Sabella.   Nato a Gerusalemme nel 1975, e poi trasferitosi a Londra e in seguito a Berlino, egli racconta alla curatrice Karin Adrian von Roques la difficile permanenza nella città natale e la sua strategia di sopravvivenza: “Gerusalemme divenne un’immagine e io mi sentivo intrappolato in essa. Poi però lentamente, dopo aver rappresentato Gerusalemme in una forma, ho capito che il mio sforzo era diretto proprio a capire le immagini, la loro funzione e origine, per trovare una via e liberare me stesso (…) dall’esilio, o dall’immagine dell’esilio, ricorrendo alla mia immaginazione. Ciononostante, ho realizzato che ero stato imprigionato in altre immagini”. Per questo la vita stessa, afferma l’artista, diventa “un processo...

Un po' di compassione

“Difficile non essere preda di compassione davanti al mare di dolore nel quale affonda il tempo che viviamo” scrive Ferdinando Scianna. L'attualità, le tragedie di Gaza, gli orrori in Siria e Iraq, le quotidiane stragi dei migranti nel Mediterraneo, ci sollecitano ogni giorno. Eppure è proprio in questo tempo che tale sentimento, o affetto, è vissuto in modo ambivalente, e suscita diffidenza. Abbiamo pensato di invitare studiosi, artisti, fotografi, scrittori, ad approfondire il tema, provando a restituirne la complessità e a raccontarne le implicazioni.         Susan Sontag scrive che la compassione è un’emozione insufficiente, un sentimento facile e mistificatorio che ha bisogno di essere tradotto in azione per non ridursi a una dichiarazione d’impotenza che allontani da ogni assunzione di responsabilità e, dunque, da ogni abito politico.   Ma non è forse, questa condanna della compassione, uno dei tanti segni della malattia del nostro tempo, della sua deriva individualistica e prestazionale, che pretende di cancellare la mancanza e lega alla vergogna ogni...

Le ceneri di Abbado

In presenza della musica, la potenza dei simboli si accresce in misura esponenziale. (Il che si deve forse allo speciale regime semiotico della musica, alla sua capacità – da sempre invidiata dalle altre arti – di trasmettere senso senza dover per forza ricorrere a significati.) E così ha avuto una clamorosa forza icastica la scelta del Teatro alla Scala, la sera del 27 gennaio, di ricordare a una settimana dalla morte colui che era stato suo Direttore musicale dal 1969 al 1986 – Claudio Abbado, scomparso a Bologna, appunto, lo scorso 20 gennaio – facendo eseguire dalla sua orchestra, diretta da Daniel Barenboim, la Marcia funebre dall’Eroica di Beethoven, nella sala vuota con le porta aperte e il pubblico fuori, nella piazza antistante il Teatro. Più di ottomila persone, dicono le cronache (saranno cifre fornite dalla Questura o dagli organizzatori?). Per fortuna la RAI ha dato una diretta dell’esecuzione, che si può vedere su You Tube. Ignoravo che si trattasse di una precisa tradizione scaligera: nel ’57 l’Eroica venne suonata per Toscanini diretta da De Sabata, nel ’96 da Muti per Gianandrea...

Hiroshima: per non dimenticare

Shinichi Tetsutani aveva tre anni e stava giocando nel giardino di casa con il suo triciclo quando apparve la pika, luce di morte. Nella teca del Memoriale a Hiroshima il suo triciclo, assieme a un elmetto, sembra un'opera d'arte.     Lo splendido diario di Machihiko Hachiya – tradotto, sulla base del testo ufficiale inglese di Neal Tsukifuij del 1955, da Francesco Saba Sardi - si comprende fino in fondo solo dopo avere visitato il Memoriale. Dove sta il piccolo triciclo devastato di Shinichi, in una teca, insieme a tante altre memorie. Quel triciclo non è opera d'arte, è opera umana, ma non appartiene a un autore. Sembra esserlo, come la pika. Chi l'ha veduta la descrive come un bagliore:   All'improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio. (Hachiya, p.13)   Descrizione di un momento...

Maturità 2013: tracce di contraddizione

Il video del ministro che in diretta legge una password di 25 cifre per accedere alle prove di maturità, postato dai principali quotidiani nazionali in rete, è davvero un interessante indizio, una spia dell'esistenza, di quanto sia surreale il rumore che si fa attorno alla scuola. Per quel che ne sono io, che ho ritirato, fotocopiato e distribuito le prime prove di lettere questa stamattina, la password arriva altrimenti, ogni scuola ha almeno due addetti di segreteria che sono stati addestrati con simulazioni per questo momento.   Poi, che le tracce dell'esame di prima prova scritta siano attese alla stregua di un oracolo è un mistero che continuo a non spiegarmi: sarà che chi non lavora nella scuola e ne parla senza saperne più niente ha bisogno di mitizzare momenti come questo, per ricordare la sua esperienza e per sociologizzare sulla base del proprio osservatorio?   Le tracce ancora in questo momento sono disponibili in versioni illeggibili, sfocate e mal scannerizzate (ecco, amici di «Repubblica», perché le mettete visto che tanto non si legge niente? In ogni caso avete sbagliato l'ordine...

Se la folla è intelligente

La folla è stata la maledizione del Novecento. Nella sua versione di “massa cieca e irrazionale” è al centro di molte riflessioni negative, tra cui quella celeberrima di Elias Canetti. Ma già alla fine del secolo precedente, nel 1895, in Psicologia delle folle (Tea), Gustave Le Bon si mostrava preoccupato per l’ascesa delle masse all’interno delle democrazie occidentali e mostrava un palese terrore per la gente comune diventata protagonista della vita politica.   La folla, sosteneva, è molto di più della somma delle singole parti, è un superorganismo indipendente che ha identità e volontà proprie, così chi si trova al suo interno – l’individuo – si comporta in un modo imprevedibile. La folla è stupida, irrequieta, manipolabile, impulsiva, distruttiva; la follia collettiva la abita inesorabilmente. Quello che è accaduto nel Novecento ha dato, purtroppo, ragione a Le Bon.   È stato così per almeno cinquant’anni, poi di colpo qualcosa è cambiato. Se ne era accorto all’inizio degli anni Cinquanta Marshall McLuhan....

La scuola come rete di giochi linguistici e iniziatici

Un recente scambio su queste pagine a proposito delle ‘tesine’ di maturità, sorto dall’intervento di Giorgio Mastrorocco, mi ha suggerito le riflessioni che seguono. Uno dei problemi della nostra scuola, evidenziato dagli argomenti scelti dai candidati, è il confrontarsi con contenuti stereotipati (all’interno di un canone da ridiscutere), in fin dei conti quasi sempre deludenti per chi li valuta e per gli studenti che ad essi si dedicano, spesso senza adeguate motivazione e strumentazione.   Il filosofo Ludwig Wittgenstein, nella fase matura della sua riflessione, dopo un periodo di insegnamento come maestro di scuola elementare e di lunga osservazione dei bambini, era giunto a formulare una teoria del linguaggio come utensile legato all’uso all’interno di un contesto: in tal senso ci muoviamo in una costellazione digiochi linguistici, sistemi chiusi e autoreferenziali all’interno dei quali, diverse forme di vita istituiscono e scambiano significati secondo regole e codici tendenzialmente predeterminati.   L’insegnamento praticato a scuola non è diverso. Quello che facciamo è...

Norman Manea. Il rifugio magico

Il nuovo romanzo di Norman Manea, Il rifugio magico (Il Saggiatore) offre al lettore una vertigine di stupore e intelligenza e al recensore regala anche la scelta della chiave di lettura da individuare. Si tratta infatti di un libro dalla complessa stratificazione tematica, in cui la biografia dell’autore e la sua profonda sensibilità si intrecciano con la storia contemporanea e con una vasta cultura letteraria; fin dall’esordio si entra al cospetto di un’opera di grande respiro che ha tutte le caratteristiche di un capolavoro.   L’autore, rumeno di origine ebraica nato nel 1936, è stato internato da bambino in un lager per poi essere perseguitato come dissidente dal regime di Ceauşescu. Nel 1986 la via dell’esilio lo porta negli Stati Uniti, dove, dopo una trafila di disagi, ottiene una cattedra di letteratura al Bard College di New York (in cui oggi è Professor of European Culture). Tutto questo gli ha inferto profonde ferite e al tempo stesso dato grande lucidità nell’analisi politica dei fenomeni totalitari, di cui ha offerto un ottimo saggio con la raccolta Clown. Il dittatore e l’artista (1999...

Il sopravvissuto

La nostra assoluta fiducia nella razionalità calcolante, nei numeri, nelle statistiche, nei sondaggi, nei puri dati e fatti dell’economia, ci impedisce probabilmente di vedere le radici profondamente antropologiche di quanto accade intorno a noi. Se le vicende italiane fossero raccontate da un mitologo, con protagonisti che vivono in un leggendario regno africano, forse cominceremmo a comprendere la natura biopsichica del nostro Paese. Un racconto che potrebbe figurare efficacemente nelle pagine di un libro di antropologia patologica come Massa e potere di Elias Canetti, l’opera ossessiva, e a suo modo mostruosa, cui si è dedicato tra il 1938 e il 1960 il futuro premio Nobel per la letteratura.   Il centro del libro, un saggio narrativo, sono le storie di re e sovrani che rappresentano il tipo paranoico del potente che tiene in ogni modo e con ogni mezzo lontano dal proprio corpo il pericolo. Sono figure che invece di affrontare il pericolo, o magari provocarlo, come certi eroi classici, e di lottare strenuamente rimettendosi a un destino anche sfavorevole, cercano di sbarrare il passo al pericolo con l’astuzia e la circospezione....

La canotta

Umberto Bossi è il politico dei gesti: il dito medio, la mossa dell’ombrello, la pernacchia, o il gimme five!, “dammi cinque”, tipico dei giocatori americani. In tempi recenti ha più volte reiterato il gesto del dito medio, la “spinta del medio”, come è chiamata, un gesto fallico, di erezione, vecchio di oltre duemila anni, noto ai Romani, i quali si riferivano, scrive lo zoologo Desmond Morris, al dito medio come dito imprudente ed osceno. Nel caso del Senatur si collega invece a una retorica leghista di tipo maschilista, di cui Bossi si è fatto più volte promotore: l’affermazione che i Padani “ce l’hanno duro”.     Uno studioso dei gesti, Claudio Franzoni, ha sottolineato come si tratti di gesti da bar: far ridere la compagnia dei maschi al Bar Sport. Il senso di queste posture è perfetto: il politico è uno di noi, è come noi. Non, dunque, un intellettuale, un professore, un professionista della politica, uno probabilmente migliore di noi, da ammirare, bensì proprio uno identico a noi, se non addirittura uno inferiore a noi. Segna un...