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sociologia

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Poteri e informazione / Società

La sociologia ha inventato nella seconda metà dell’Ottocento il concetto di società. Ha dato vita cioè all’idea che le persone trascorrono la loro esistenza all’interno di un sistema sociale che è organizzato da precise regole e dotato della capacità di durare nel tempo. Ma ci ha anche fatto comprendere che una società funziona al meglio quando è in grado di offrire alle persone che vivono al suo interno la possibilità di disporre di modelli interpretativi. Perché coloro che vivono nelle società non possono fare a meno di avere a disposizione delle idee in grado di attribuire un senso al mondo in cui si trovano, degli strumenti di orientamento che essi condividono con gli altri e motivano ad agire. Quando tali strumenti non sono presenti, una società subisce il destino di deperire e morire velocemente.   Infatti, come hanno sostenuto antropologi importanti come Claude Lévi-Strauss e Mary Douglas, ogni società per funzionare deve poter disporre di significati comuni che rendono possibile la comunicazione e la comprensione tra gli individui. E sono prevalentemente gli oggetti che ci circondano – i beni di consumo – a rappresentare la parte visibile della cultura e dunque a...

Emile Durkheim / Il ruolo dei grandi uomini nella storia

A cento anni dalla morte di Emile Durkheim, pubblichiamo un inedito in Italia del grande sociologo francese. La breve prolusione di congedo che, agli inizi della sua carriera di insegnamento, nella veste di professore di filosofia, egli tenne nel 1883 ai ragazzi dell’ultimo anno di liceo, nel comune di Sens. Durkheim parla del ruolo dei grandi uomini nella storia e del significato che deve assumere la celebrazione e la valorizzazione delle eccellenze nel contesto di una società egualitaria e democratica. Tutto il discorso culmina nell’indicare ai futuri cittadini la cifra dell’ethos repubblicano in un “individualismo” morale e responsabile, che sappia conciliare la difesa a oltranza dell’autonomia personale con il riconoscimento e l’emulazione del valore altrui. Un discorso vigoroso, pur senza cedere mai alla retorica, e ancora attuale.  Francesco Bellusci   Giovani studenti,   per quanto possa costare al nostro amor proprio, bisogna riconoscere che Dio ha fatto due specie di uomini ben distinti: i grandi e i piccoli. Non si è mai discusso molto per determinare quale sia quaggiù il ruolo dei piccoli e degli umili. Ebbene! Lo sappiamo anche troppo: in genere la...

Parla proprio di noi / Perché insegnare letteratura (e non solo agli studenti di Lettere)

Insegno Letteratura italiana contemporanea da parecchi lustri, ma per una serie di circostanze che ora non è il caso di ripercorrere non mi è mai capitato di trovarmi in un corso di laurea in Lettere. Gli studenti con i quali ho a che fare non hanno interessi prevalentemente letterari; in molti casi, non hanno affatto interessi letterari. La letteratura occupa una posizione marginale nel loro orizzonte mentale. Analogamente, un’ipoteca di marginalità pesa sull’immagine che noi stessi docenti (italianisti e contemporaneisti) tendiamo ad avere degli insegnamenti letterari inseriti in corsi di laurea il cui focus formativo punta altrove.     Ovviamente esiste sempre la possibilità di declinare gli insegnamenti letterari in una chiave prossima agli interessi degli studenti. Ad esempio, insegnando (come a me è avvenuto per anni) in un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, ci si può soffermare sull’immagine di certi ambiti sociali o di certe condizioni esistenziali; si possono scegliere testi che parlano non solo di minorazione fisica o psichica, di emarginazione, di carcere, ma anche di dinamiche familiari, di rapporti fra le generazioni, di Bildungsroman. Il punto...

Attualità di Michel Maffesoli, tra sociologia e filosofia / Tribù, reti, passioni

Nonostante i grandi sconvolgimenti tecnologici, organizzativi ed estetici che hanno interessato le società contemporanee, il pensiero di Maffesoli pare ancora in grado di rendere conto del presente, proprio perché egli non ha voluto enfatizzare la determinante tecnologica del mutamento. La variabile indipendente che egli utilizza per spiegare il mutamento sociale è la società stessa. In tal modo, a rischio di cadere in una sostanziale tautologia, egli è stato in grado di formulare una visione onnicomprensiva che, seppure ragionando in termini di grandi categorie, giunge a spiegare i fenomeni nella sfera del “micro”. La riedizione de Il vuoto delle apparenze di Michel Maffesoli, nella collana iMedia di Edizioni Estemporanee (curata da Tito Vagni) con postfazione di Nuccio Bovalino, è una buona occasione per tornare a riflettere sulla particolarità dell’approccio di questo filosofo-sociologo, la cui produzione ha saputo resistere all’usura del tempo, per corrispondere in modo quasi adattivo al cambiamento sociale e culturale che oggi viviamo.   Con il Tempo delle tribù (1988), Michel Maffesoli esprimeva un punto di vista alternativo sulla postmodernità, rispetto a quello di...

15 novembre 1917. Perché leggere ancora Durkheim? / Non finiremo di ammalarci d’infinito

Émile Durkheim, il padre nobile e fondatore della sociologia come scienza e disciplina accademica, meglio noto come l’autore de Il suicidio, moriva cento anni fa, nel novembre 1917, quando, da alcuni mesi, era sbarcata la prima divisione americana in Francia e, da una settimana, i bolscevichi avevano assaltato il Palazzo d’Inverno. Una guerra maledetta, la Grande Guerra, perché gli aveva strappato l’affetto più caro, nel dicembre 1915: il figlio André, promettente studente di filosofia alla Normale di Parigi. E, a causa del dolore, Durkheim, in preda ormai alla depressione, non gli sopravvivrà oltre un paio di anni. Sono molte le grandi correnti culturali nel Novecento nelle quali è facile rinvenire un debito o un’ispirazione nei confronti del suo imponente lascito teorico e concettuale, al di là del solco positivista in cui esso è maturato: la sociologia funzionalista di Merton e Parsons, la linguistica di Saussure, la psicoanalisi di Lacan, l’antropologia culturale di Mauss e di Lévi-Strauss. Perché leggere ancora Durkheim, allora? Per almeno due ragioni.    In primo luogo, ci fa capire la natura fondamentalmente sociale di tante angosce, ansie, apatie o stati di...

Il ranking come misura della propria personalità / Reputazione. Non resta che esibirci

L’ultima cosa che impariamo nella vita, ha scritto una volta George Eliot, è l’effetto che facciamo agli altri. Eppure nell’età dei social network questo è diventato una delle cose più importanti. Come ci ricorda la filosofa Gloria Origgi in La reputazione (Università Bocconi Editore, pp. 209, € 18), possediamo due Io, che ci condizionano, sia per quello che siamo sia per come agiamo. Da un lato c’è la nostra “identità” composta di esperienze propriocettive, sensazioni fisiche incarnate nel corpo; dall’altro la nostra “reputazione”, il sistema potentissimo di “retroazioni del sé su se stesso che costituisce la nostra identità sociale e che integra nell’autopercezione il come ci vediamo visti”. Si tratta del nostro secondo Io, che un sociologo americano, Charles Horton Cooley, all’inizio del Novecento ha definito “l’io che si riflette allo specchio”. Da quando esistono quegli specchi sociali che sono il Web e i social network, e la stessa pratica del selfie, la nostra immagine è moltiplicata nello sguardo degli altri.   Di più. “L’io sociale, che controlla la nostra vita fino a condurci ad atti estremi – scrive Origgi – non ci appartiene: è la parte di noi che vive negli altri...