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Spagna. Le elezioni 26 giugno

Venerdì scorso ho visitato con due nipoti trentenni la mostra Campo cerrado. Arte y poder en la posguerra española. 1939-1953 che prende il titolo da un’opera dello scrittore nato francese e nazionalizato spagnolo Max Aub. Di idee socialiste, durante la Guerra Civile Aub si impegnò con la Repubblica e tra le altre azioni, collaborò con André Malraux nel film L’espoir. Sierra de Teruel (1939). Campo cerrado (Barcellona brucia, tr. Ignazio Delogu, Roma, Editori Riuniti, 1996) è stato scritto e pubblicato in esilio in Messico nel 1943. Si tratta del primo volume del monumentale progetto El laberinto mágico che comprende i titoli Campo de sangre, 1945; Campo abierto, 1951; Campo del Moro, 1963; Campo francés, 1965 e Campo de los almendros, 1968 dove partendo dalla propie esperienze personali, prima del colpo di stato, in guerra e in fuga, nei campi di concentramento e in esilio, presenta la molteplice realtà della Spagna dei vinti.   Nel percorso della mostra si parlava con le giovani nipoti e mi è venuto in mente un libro appena pubblicato in versione spagnola, Miedo y progreso. Los españoles de a pie bajo el franquismo. 1939-1975, opera di Antonio Cazorla, uno storico che...

Interview with Mugendi K. M’Rithaa / African design

Italian Version   “Until lions have their own historians, tales of the hunt will always glorify the hunter” The Nigerian proverb   lettera27 and Mugendi K. M’Rithaa met in Milan, where he came for his presentation at Meet the Media Guru: Future Ways of Living series in collaboration with Triennale of Milan that took place at the Fabbrica del Vapore. The below interview is the result of the passionate conversation between Mugendi K. M’Rithaa, Elena Korzhenevich, Adama Sanneh and Tania Gianesin. A special thank you to Anna Barbara and Luca Poncellini for providing us with some stimulating questions for the interview.     Elena Korzhenevich: You are the curator of Design Indaba, one of the most important festivals of creativity in Africa, can you tell us about the vision behind Design Indaba?   Mugendi K. M’Rithaa: Design Indaba is hosted every year and has been running for the last 22 years. I have been specifically curating the industrial design section.  What I know of Indaba, which is an institution I have a lot of respect for, is the realization to that we know very little about the creative potential of Africa. It’s about bringing the creative...

intervista a Mugendi M’Rithaa / Design africano

English Version   “Finché i leoni non avranno i loro scrittori, i racconti di caccia continueranno a glorificare il cacciatore”. Proverbio nigeriano   lettera27 e Mugendi M’Rithaa si sono incontrati a Milano in occasione della sua presentazione a Meet the Media Guru - Future Ways of Living, in collaborazione con la Triennale di Milano che si è tenuta alla Fabbrica di Vapore. L’intervista che segue è il risultato di un'appassionante conversazione tra Mugendi M’Rithaa, Elena Korzhenevich, Adama Sanneh e Tania Gianesin. Ringraziamo in particolare Anna Barbara e Luca Poncellini per aver contribuito "da remoto", con spunti e domande stimolanti che ci hanno guidato nell'intervista.     Elena Korzhenevich: In qualità di curatore di Design Indaba, uno dei più importanti festival africani dedicati alla creatività, può dirci qual è l’idea di fondo che anima quest’iniziativa?   Mugendi M’Rithaa: Design Indaba si tiene ogni anno da ventidue anni. Mi occupo in particolare della sezione dedicata al design industriale. Alla base di Indaba, organizzazione per la quale nutro un profondo rispetto, vi è la consapevolezza che il potenziale creativo dell’Africa è ancora del...

Apre il museo della multinazionale del mobile / IkeaMuseum

Coraggio, l’attesa è finita, il 30 giugno apre il museo di Ikea. Finalmente potremo visitare quello che fu il primo negozio del più grande produttore di arredi del pianeta ad Älmhult in Svezia, tuffarci in tutti quei mobili, guardare come sono fatti e come si montano, esaminare l’incredibile magazzino, goderci la qualità della comunicazione visiva, vedere la fotografia di chi ha disegnato la nostra poltrona da lettura preferita… ma un attimo, tutto questo possiamo già farlo in un qualunque Ikea. Che dovremmo andarci a fare allora all’Ikea Museum? Che razza di operazione mediatica è questa? Cosa ci vogliono vendere questa volta questi virtuosi del desiderio?   Dal momento che nessuno ha ancora visitato il museo in questione, non potete aspettarvi di trovare delle risposte a domande come queste. Confido però che guardando a ciò che è stato fatto trapelare su questa nuova iniziativa, ma anche a ciò che sappiamo di Ikea avendone frequentato i templi per svariati anni (e avendo avuto come ospite fisso della libreria del bagno il fortunato catalogo), qualche considerazione la si possa fare. Nessuna luminosa risposta, al più qualche domanda pertinente.   Comincerei allora con...

Ritratto di una leggenda / Franco Vimercati

La prima volta che ho sentito parlare di Franco Vimercati è stato da parte di Mario Gorni, direttore di Care/of, allora a Cusano Milanino, quasi in confidenza, come se ne dicesse solo a chi pensava che potesse apprezzarlo. Ne parlò come di una figura semileggendaria di artista chiuso in casa da dieci anni che fotografa un unico oggetto, una zuppiera, come una specie di monaco zen che l’aveva scelta quale oggetto di meditazione. La cosa mi aveva colpito, ma poi non lo sentii mai più nominare e passarono anni finché seppi che una nuova galleria, quella di Raffaella Cortese a Milano, ne aveva fatto una mostra personale. Anche quella galleria era nuova, aveva aperto appunto con quella mostra, che però era ormai finita. Volli andare a chiedere, per vedere finalmente le opere di questa leggenda. Fui accontentato con premura. Raffaella e la sua segretaria di allora – ricordo ancora il suo nome, Ornella – andarono a prendere una scatola e, facendomi indossare i guanti – una sorpresa per me, segno della cura che prestavano a quegli oggetti –, mi lasciarono maneggiare le opere.   Monforte d'Alba, Pettinatrice, 1973, Courtesy Galleria Raffaella Cortese, Milano (C) Eredi Franco...

Una mostra a Venaria / Steve McCurry

Le fotografie di Steve McCurry meritano di essere osservate più e più volte. Può  sembrare banale, ma invogliano al viaggio, alla scoperta di culture lontane, visi, espressioni, abitudini per noi incomprensibili. C’è un prezioso pezzo di mondo all’interno delle sue mostre e raccolte fotografiche. Un regalo, una concessione (a tratti quasi istruttiva), che permette di scaraventare a migliaia di chilometri anche chi non si potrà mai permettere (o a cui mancherà la voglia) di spingersi oltre la propria realtà. La mostra organizzata alla Reggia di Venaria (attiva dal 1 aprile al 25 settembre 2016) merita decisamente una visita. Ben congegnata, appaga il visitatore con una vastissima quantità di foto (oltre le duecentocinquanta per la precisione) organizzate senza un ordine rigido, cosa apprezzabile perché permette di scegliere un percorso proprio, libero e non influenzato da una gerarchia o da una ‘forzatura concettuale’.     Vanta inoltre due esposizioni inedite, la prima relativa all’esperienza giovanile in Afghanistan presso i guerriglieri-profughi del Nuristan (rigorosamente in bianco e nero) e la seconda legata al progetto di sostenibilità Lavazza ¡Tierra! di cui...

Liberate gli animali / Contro l’acquario di Genova

Genova, in una giornata di pioggia. Pellegrinaggio ai luoghi caproniani: l’ascensore di Castelletto, il monumentino di Enea… Scendo al porto antico, e salgo sull’ascensore del Bigo. Lì sotto, l’acquario. A Genova – mi dice un passante – vengono tutti ormai solo per questo. Titubo, non so se visitarlo anch’io. Ma piove, sono a due passi e non c’è un’anima all’ingresso. La pubblicità lo spaccia per il più grande acquario d’Europa, ma non credo lo sia. E, benché disegnato da Renzo Piano, che ha rifatto i connotati dell’intera area, dubito pure sia il più bello. È un grande scatolone rettangolare, grigio, ormeggiato in banchina. Lì vicino, a ponente, Neptune, il vascello secentesco che Roman Polanski fece costruire per il film Pirati con Walter Matthau, approdato qui come attrazione. Ma dopo il Vasa a Stoccolma nulla, nemmeno l’ingresso a soli 5 euro, può indurmi a entrare in questa ridicola brutta copia.    Scendo dal Bigo e mi decido, in fondo non ho mai visitato un acquario. Non ho mai visto nemmeno la leggendaria vasca tattile di Annastella, la collega che insegna didattica della biologia. Prima spiacevole sorpresa: 25 euro per l’ingresso mi sembrano eccessivi. Ma...

La fotografia come domanda / Luigi Ghirri: chiedi alla nebbia

A Milano, attorno al 1991, Luigi Ghirri confida a Mario Cresci che, dopo aver esplorato per tanti anni il paesaggio e le cose dell’esistenza con innumerevoli scatti, sta pensando ad altro, e in quel momento non gli resta che fotografare la sola nebbia della sua terra, come segno estremo di cancellazione del mondo, per dirigersi verso l'imponderabile o l’ignoto. Roncocesi, una delle ultime fotografie, scattata nel gennaio del 1992, coglie la luce che avvampa come un cielo di bruma, facendosi orizzonte tra due campi separati da una roggia. L’acqua nel fossatello pare latte di brina, specchio del biancore nebbioso. Lo stato di sospensione, sia della luce sia della bruma, viene colto in una visione estatica, così come avrebbe potuto viverla un mistico medievale. In questa immagine il fotografo si lascia condurre nella non delimitazione del reale, in una frazione del tempo in cui è in atto una rarefazione dello spazio.   Luigi Ghirri, Formigine 1985. Eredi di Luigi Ghirri.    Invita a vedervi qualcos’altro, il resto del visibile, evocando l’assenza dei limiti, un altro aspetto della realtà, ovvero ciò che non può essere delimitato: “La cancellazione dello spazio che...

Il duca bianco nei musei di Italia / David Bowie: un’infinita iconografia

L’iconografia di David Bowie a pochi mesi dalla morte, si rivela di ricchezza sconfinata, nell’incrocio di iconografie e immaginari. Da gennaio giro per l’Italia, di fronte ai pubblici più diversi, per raccontare il mio libro Ziggy Stardust. La vera natura dei sogni (add), scritto lo scorso anno. Alla fine incontro storici dell’arte, del design e della moda, fans certo, ma anche studiosi e tutti mi danno un ulteriore dettaglio del quadro, un altro tassello del mosaico, estremamente complesso da ricostruire, che mi era sfuggito nel lavoro di ricerca. Non era mai accaduta prima una così fitta sequenza di mostre su una icona del rock in Italia e vale la pena di ripercorrere gli itinerari di questa vera e propria stagione bowiana in Italia. Ha inaugurato la piccola e agguerrita galleria ONO a Bologna, che in primo luogo ha realizzato la mostra dedicata al maestro Sukita, noto per aver creato l’immagine di Heroes, con il cantante in veste robotica su sfondo grigio. Questa esposizione è stata poi riproposta dalla Cassa di Risparmio di La Spezia con un bell’allestimento (inaugurazione il 30 aprile, la chiusura è il prossimo 19 giugno): il lavoro del maestro nipponico era iniziato a...

Una mostra a Milano / Muybridge. Fotografia in movimento

Grande appassionato di cavalli, il ricco e influente Leland Stanford chiede nel giugno del 1872 a Eadweard Muybridge di fotografare la corsa del suo celebre Occident per verificare la tesi che c’è un istante durante il galoppo in cui il cavallo ha tutte le zampe sollevate da terra: comincia così la storia della cronofotografia. Muybridge si era trasferito nel 1850 dalla natìa Gran Bretagna negli Stati Uniti, per il suo lavoro in ambito editoriale e librario, poi, dopo qualche anno passato di nuovo in Gran Bretagna, dal 1866 si era stabilito a San Francisco. Qui aveva avviato un’attività fotografica professionale, dedicandosi a soggetti vari, soprattutto paesaggistici, di cui nella mostra milanese (Muybridge Recall, a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio, al Palazzo delle Stelline, fino al 1 ottobre) ci sono alcuni esempi significativi. Ambizioso ed eccentrico, accetta la sfida e la decisione segna da quel momento il tracciato della sua vita, che sarà tutta dedicata al miglioramento, alla variazione e alla diffusione della sua invenzione.   La sfida consisteva nel fatto che l’occhio umano non riesce a cogliere con certezza la posizione delle zampe e i dettagli del...

Una mostra a Venezia / Sottsass: Olivetti Synthesis

Nel 1964 l’americana Herman Miller presentava il sistema di arredi per ufficio Action Office. Il progetto fu disegnato da George Nelson, direttore creativo dell’azienda, cui spettò il compito di dare forma al dettagliato programma funzionale definito da Robert L. Propst, capo dell’Herman Miller Research Department, il quale si era preso la briga di ripensare i modi di abitare e vivere l’ufficio alla luce delle veloci trasformazioni che stavano attraversando la struttura stessa del lavoro.   Prima di essere un cambiamento fisico dell’ambiente ufficio, si trattava infatti di una trasformazione culturale, che vedeva il baricentro della società e dell’economia americana iniziare a slittare dal rigido modello offerto dalla fabbrica verso quello indefinito ed elastico proposto dallo scambio e dal consumo. A metà degli anni ’50 i colletti bianchi in America sono oramai più numerosi degli operai dell’industria, a riprova del fatto che la ricchezza non deriva dal prodotto in sé quanto dalla sua capacità di rendersi attraente, disponibile, convincente, seducente. Il problema non è più produrre, ma gestire, spedire, comunicare, contabilizzare, promuovere, pubblicizzare, impacchettare,...

A Reggio Emilia: edizione 2016 di Fotografia Europea / Walker Evans. Italia

  Un mondo che c’è ancora, il passato sempre vivo, il documento e il ricordo; ragioni di cui la fotografia si è sempre fatta carico, ma qui qualcosa è diverso. Qui, l’occhio è alle prese con una semplicità quasi austera, con la neutralizzazione di ogni intento idealista o anche solo commovente. Questi sono sguardi che si scambiano, in silenzio, e tuttavia dicono molto.   Lucille Burroughs, daughter a cotton sharecropper Hale County Alabama 1936, Collezione Marco Antonetto.    Se volessimo guardarci, anche solo per gioco, dall’assumere il significato di ogni parola come dato, dovremmo considerare, per esempio, che il senso originario della “crisi” (dal verbo greco κρίνω: “separare, decidere”) non si riferisce a un baratro, che spartisca la terra aprendosi sotto i nostri piedi ma, piuttosto, a un nuovo orizzonte, che scardina la continuità e vi traccia un sentiero improvviso, imprevisto. Crisi, allora, sarebbe soltanto il futuro che disattende le nostre aspettative e diventa qualcos’altro, non necessariamente peggiore. D’altro canto, vallo a raccontare a chi nella crisi ci ha perso il lavoro. In quella attuale, che dura dal 2008, o in quella che iniziò dal...

Una mostra fotografica di Antonino Costa / Milano. Il tempo che passa

Un certo giorno di qualche tempo fa Antonino Costa è andato ad abitare in via Boffalora, una strada che si trova tra la Barona, Famagosta e Gratosoglio. Periferia di Milano, una di quelle zone dove finisce la città e inizia la campagna, o almeno dovrebbe iniziare, perché a volte non succede.  Luogo di confine con palazzoni, rogge e fiumi, cavalcavia, plinti di cemento, vecchie case di ringhiera, prati. Lì il vecchio fronteggia il nuovo, che tra poco inesorabilmente rovinerà: il nuovo è già consunto, logorato, decrepito. Zona ibrida, di mescolanze, zona di solitudini e incontri strani.  Con la macchina fotografica Antonino Costa è andato in giro. L’attirano cose minime e minori. Scatta e poi scrive. È il “Fotogiornale”: fotografie e parole. Un giornale personale e privato esposto in pubblico.  Sulla roggia Carlesca un bambino sta seduto sui parallelepipedi di cemento che costeggiano le acque: un grande tubo, e dietro, oltre la trave di cemento, il ciglio della strada, al di là delle erbe che crescono spontanee, ci sono i camini di metallo e i silos. Tutto è abbandono e dimenticanza, come se gli déi fossero fuggiti da questo luogo. Ci sono invece uomini e donne. Come...

How do I imagine being there? / Claudia Losi alla Collezione Maramotti

Finis Terrae. La Collezione Maramotti, che galleggia nelle placide linee verdi della pianura padana, si è trasformata temporaneamente in un cul-de-sac geografico, uno di quei luoghi in cui si arriva e un ostacolo naturale invalicabile impedisce al viaggiatore di proseguire oltre. Il suo guscio grigio di corazza industriale somiglia adesso più al basalto delle falesie che al cemento armato e tendendo l’orecchio, lontano, ci si aspetta di sentire un sibilo d’uccello in planata, un moto d’onda. La ragione della trasmutazione risiede nella mostra How do I imagine being there? Nelle sale della Collezione, Claudia Losi ha scelto di dare un corpo a ciò che inizialmente veniva concepito come progetto per un libro. Dopo una gestazione di 4 anni, il risultato è sì un volume d’arte edito da Humboldt Books ma anche un corpus di oggetti, tessuti cuciti, disegni, fotografie che testimoniano un andare-oltre, un andare-verso, che da sempre è uno dei tòpos del lavoro dell’artista. Presentato attraverso una conversazione con Matteo Meschiari, Professore di Geografia all’Università di Palermo, antropologo e scrittore, erudito e appassionato studioso del paesaggio, e una performance con Zero Vocal...

Regrediti nella paura / Muri

La vita ci presenta situazioni in cui non può esserci spazio per il dubbio. Sia a livello personale che sociale. Il dubbio è un decisivo compagno di viaggio, ma in certi casi non si riesce a dargli spazio. E con ogni evidenza sarebbe sbagliato farlo. Il “muro” al Brennero appartiene a quelle situazioni sulle quali non possono esservi dubbi. Ogni analisi giunge alla stessa evidenza. Ogni smentita non ha consistenza. Tutto è chiaro. Quella chiusura risponde solo a un errore. Continuare a fare una manutenzione straordinaria tardiva e inefficace di situazioni deteriorate serve solo a farsi del male. Una particolare forma di manutenzione tardiva e inefficace è quella linguistica: il ministro degli interni austriaco ha sostenuto che non si tratta di un muro ma di un recinto. Salti mortali linguistici e lingua trattenuta per dissuadersi e dissuadere dalla realtà delle cose. Un recinto, ci dice il dizionario, è: “Spazio scoperto cinto intorno e racchiuso da muri, siepi, filari di piante, reti metalliche e palizzate, o anche da capanne e piccole case: il recinto di un parco, di una villa; un recinto in muratura, di filo spinato; i cavalli pascolavano in...

In mostra a Palazzo Braschi / Mario Giacomelli. Fotografia poetica

Basta l'incontro con una singola immagine di Mario Giacomelli per capire di trovarsi di fronte a una fotografia poetica: ovvero, un lavoro in cui il mezzo, che è sia la macchina fotografica che la realtà che essa riprende, agisce allo scopo di esprimere qualcosa che è dentro e oltre l'immagine e il mondo da cui questa era stata attinta. Visitando la mostra La figura nera aspetta il bianco, a lui dedicata ora a Palazzo Braschi fino al 29 Maggio, si possono osservare varie serie fotografiche che richiamano un senso dello spirito originato dalla materia, da Ospizio a Lourdes, fino ai seminaristi giocondi de Io non ho mani che accarezzino il volto. La carne è qui un oggetto consumato che decade e soffre, sia per i vecchi all'ospizio che per i malati in preghiera, ma proprio dalle sue fondamenta crollate esala uno spirito di umanità, di dolcezza e rabbia che aumenta di pari passo con l'apparente crudezza delle immagini di Giacomelli: perché l'animo dei derelitti fotografati, derelitti comuni nella misura in cui tutti nella vita, invecchiando e ammalandoci, siamo destinati a diventarli, sovrasta i loro corpi come in una delle sue fotografie più famose, un bacio fra due anziani fragili...

Festival de Cannes 2016 / Cannes. Neruda, la parola e la realtà

I giornalisti si lamentano spesso dei programmi elefantini dei festival che sempre più spesso sovrappongono film importanti e rendono oggettivamente impossibile riuscire ad avere il tempo materiale e la giusta attenzione verso tutto quello di cui sarebbe necessario parlare. Ci sarebbe poi da discutere sulla sostenibilità di un programma che costringe a scegliere tra Marco Bellocchio e Ken Loach, tra Pablo Larraín e Bruno Dumont e che ha deciso di concentrare in pochissimi giorni gran parte del cinema più importante di un intero anno. Ma d’altra parte si sa che la competizione a Cannes non è solo tra i film in concorso ma anche (e soprattutto) tra il festival francese e gli altri festival del cinema che in giro per il mondo fanno di tutto per riuscire ad accaparrarsi le première più importanti. E Cannes quest’anno ha davvero preso tutto quello che c’era da prendere. Se l’anno passato il concorso era sembrato a tutti particolarmente debole spostando gran parte dell’attenzione dei giornalisti verso Un Certain Regard e la Quinzaine des Réalisateurs (ricordiamolo, l’anno scorso Miguel Gomes, Philippe Garrel, Arnaud Desplechin, Apichatpong Weerasethakul, ovvero molti dei film più di...

Sulla via Emilia / Nura danza ai giardini pubblici

  Nura Bingaladish viaggia sulla via Emilia in direzione ovest di ritorno da una serata al Nilo Blu e si addormenta sul treno di mezzanotte, i piedi troppo stanchi anche per sollevarli sul sedile di fronte. Si sveglia appena in tempo per scendere a Reggio, prende la bici e pedala fino a casa senza accorgersi che – succederà di mattina – nel vagone già sfrecciato da qualche altra parte ha dimenticato tutto l’archivio di fotografie di quindici anni di danza del ventre, le immagini delle esibizioni e gli articoli di giornale, il ricordo degli spettacoli dove le transenne bloccavano il flusso migratorio qualche passo prima di raggiungere i piedi di questa ballerina irresistibile, rossa di henné, un metro e ottanta di Occidente irrorato di potenza orientale. Dieci anni dopo, viaggiando sulla via Emilia verso est alle dieci di sera, un controllore si offre di praticarle un massaggio plantare, in uno scompartimento troppo vuoto per frenare la misericordia.   Tornando da Bologna dopo un incarico a Catania, Nura Bingaladish prende atto che insegnare alle ostetriche la danza del ventre può essere un compito gravoso, e mentre le gravide apprendono l’arte di muovere l’addome con...

L'ultima conversazione / Giacometti. Preferisco le sculture dei pittori

Lunedì 22 marzo 1965   – Il futuro è piuttosto chiuso... Mi chiedo per quanto tempo potrò ancora fa­re della scultura... Uno, due anni, sei mesi?... Sono in un vicolo cieco. Non so ve­ramente come ne uscirò... Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono stato operato. Mi hanno tagliuzzato per quattro ore e mezza. Mi hanno tolto tutto lo stomaco... Me ne resta solo un pezzetto... Pare che basti...   Trovo un Alberto Giacometti dimagrito, curvo, fluttuante nei suoi vecchi ve­stiti, il volto sempre più scolpito, rilavorato dalla sofferenza. Tuttavia la luce che brilla nei suoi occhi arrossati dall’insonnia è intatta e la sua voce è rimasta al­trettanto seducente, sicura, calda. Giacometti parla con vivacità. Dimagrito, la sua somiglianza con Cocteau di­venta ancora più flagrante. Questa somiglianza l’ha prima divertito molto, poi infastidito. Ma le lunghe mani di Alberto sono più solide, la sua testa più robusta e come tagliata con l’accetta, le sue spalle più forti e i suoi capelli, ribelli come quelli di Cocteau, non si rizzano a spatola, ma brulicano come i mille serpenti di Medusa. È un Cocteau incrociato con un paesano del cantone dei Grigioni che mi parla rapidamente...

Reggio Emilia, Fotografia Europea / Pezzetto sull’Emilia

  Per uno che abita in Emilia, scrivere un pezzo che parli dell’Emilia, o della via Emilia, a me sembra una cosa difficilissima. Mi viene in mente il periodo in cui una rivista di viaggi mi aveva mandato nel Mississippi a scrivere di blues, nel 2002, e io ci ero andato e molti di quelli che incontravo per strada e ai quali chiedevo cosa pensavano del blues mi guardavano stupiti e poi mi dicevano che loro, del blues, non ne pensavano niente, e che ascoltavano della musica tutta diversa.    E io mi ero sentito come credo si sarebbe sentito un americano che fosse venuto in Emilia convinto che tutti gli emiliani ascoltassero il liscio, bevessero il lambrusco e mangiassero i tortellini quando si fosse accorto che c’eran degli emiliani che il liscio non lo ascoltavano e erano astemi e vegetariani.  E mi è tornato in mente un esempio che mi torna in mente spesso, in questi ultimi mesi, l’esempio  di quegli antropologi bolognesi che qualche decennio fa avevano invitato un cantastorie senegalese, uno che scriveva delle storie e poi le metteva in musica e le cantava ai suoi concittadini, l’avevano invitato a Bologna e gli avevano detto di osservare i bolognesi e...

Reggio Emilia, Fotografia Europea / Via Emilia. 2016

      Un lungo tavolo attraversa la sala, al primo piano dei Chiostri di San Pietro. L’infografica che lo riveste interamente mostra gli elementi che sono le ragioni stesse non solo e non tanto delle esposizioni di queste sale, ma dell’intera edizione 2016 di Fotografia Europea. Il percorso in essa ricostruito esordisce dal 1980, anche se le date chiave su cui occorrerà porre subito l’attenzione sono il 1984, l’anno di pubblicazione di quel Viaggio in Italia che avrebbe cambiato il modo di guardare il nostro Paese nei decenni seguenti, e il 1986 delle Esplorazioni sulla Via Emilia, anch’esse, come il primo progetto, fortemente volute e ispirate da Luigi Ghirri e da Gianni Celati. Qual era la storia di quei territori, di quei paesaggi? Quanto poteva avvicinarsi a essi la lente d’ingrandimento dello straordinario gruppo di artisti che hanno fatto parte del progetto e fino a che punto costoro avrebbero saputo affondare il loro scandaglio in quel magmatico e sotto molti aspetti inedito pan orama? La risposta più efficace, nei trent’anni che sono seguiti, la dà il fatto che non solo le immagini, le mostre e i libri che sono nati da quelle esplorazioni, ma lo stesso...

Arte cinese a Berna selezionata da Ai Weiwei / Il telefono senza fili

Chinese Whispers è l’espressione utilizzata nella lingua inglese per indicare il “telefono senza fili”, ovvero il gioco che consiste nel sussurrare un messaggio all’orecchio di una persona, per poi scoprire alla fine della catena se lo stesso messaggio sia giunto integro o corrotto. La trasmissione delle parole che passa attraverso il malinteso e la deformazione costituisce la base concettuale su cui è stata costruita la mostra in corso (dal 19 febbraio al 19 giugno 2016) al Kunstmuseum e al Centro Paul Klee di Berna, costituita da 150 opere selezionate da Ai Weiwei, provenienti dalla collezione di Uli Sigg.   Una comunicazione a catena, orale e visiva, testimonia le condizioni culturali del passato prossimo cinese, la presa di potere del modello turbo-capitalista, e il lento sgretolamento nelle grandi metropoli dei princìpi e della tradizione di una cultura millenaria, tra mondializzazione nei grandi centri del superstato e particolarismi regionali nei vasti territori della Provincia cinese.  È così che opere dello sperimentalismo sotterraneo represso degli ultimi anni Settanta sono presentate insieme a quadri del primo sino-pop e a opere di giovani artisti cinesi nati...

Di chi è il primo dipinto astratto? / Hilma af Klint un’artista da scoprire

«Primo pittore astratto!»   La scena si ripete con poche varianti. Esame orale di Storia dell’arte contemporanea, sulla scrivania svetta un mucchietto di cartoline, riproduzioni di opere d’arte che sottopongono il candidato ai cosiddetti riconoscimenti, essenziali per passare alla discussione del corso monografico. Il Professore chiede allo studente chi ha realizzato il primo dipinto astratto: Vassily Kandinsky? Frantisek Kupka? Kazimir Malevich? Robert Delaunay? Il tono indagatore della domanda è da caserma di polizia, alla ricerca dell’identikit e delle generalità dell’indagato. Dal megafono viene gridato: «Primo pittore astratto! si qualifichi! È circondato, non ha scampo, si arrenda ed esca allo scoperto con le mani in alto!» Solo così la giustizia della storia dell’arte potrà seguire il suo corso e fissare il suo canone. In realtà la questione è meno un trabocchetto da esame universitario che un casse-tête epistemologico su cui non abbiamo smesso di ragionare. Nell’astrazione più che altrove persiste, infatti, quell’approccio storiografico che schiaccia la storia dell’arte su una sterile successione cronologica, cui l’ombrello della filologia fornisce un sicuro riparo...

Letizia Battaglia / Let (it) B

Non è facile scrivere su Letizia Battaglia. Sul suo modo di fotografare, su quello che ha ritratto e sui risultati che ha ottenuto. Specialmente dopo aver visto la mostra dal titolo Anthologia (fino all’8 maggio ai Cantieri Culturali della Zisa a Palermo) che raccoglie 140 fra le sue fotografie migliori. Bisognerebbe essere oggettivi, entrare nel merito del livello estetico dei suoi scatti, della composizione, dell’uso sapiente del bianco e nero, ma anche del loro valore politico e sociale: finestre su un’umanità spesso inquietante e terribile in cui magicamente l’occhio del fotografo riesce a scoprire lampi di bellezza e di verità. Ci sono gli anni terribili delle guerre di mafia a Palermo, quelli di Falcone e Borsellino, che Letizia immortala lavorando come reporter per il quotidiano L’Ora, e c’è la città, con i suoi eterni, stridenti contrasti, ma soprattutto ci sono le persone, le donne in particolare, come si è potuto vedere in un'altra sua mostra, Qualcosa di mio, a cura di Laura Barreca e Alberto Stabile, conclusasi qualche settimana fa al Museo Civico di Castelbuono e centrata appunto su figure femminili colte nei loro scenari quotidiani (un consiglio, se...