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Troppa poca malinconia / La solitudine non esiste

È successo che mi sono ritrovato all’improvviso in un cocktail party, in una casa sontuosa, con la servitù filippina (mi sono informato) che insisteva a darti da bere del vino stupendo dentro bicchieri bellissimi. Negli angoli, tutti gli angoli, per ogni tipologia di oggetto c’era un’intera collezione, affascinante. Dalle grandi finestre si vedeva persino una collezione di giardini, un parco suddiviso in tante parti ciascuna tipizzata con piante e arredi caratteristici. Alle pareti pezzi d’autore, di grandi autori. Un paio di opere già le conoscevo, dai libri. Qualche chiacchiera di nessuna consistenza con alcune delle tante persone, mi spostavo come stordito, l’arredamento era completato da un certo numero di volti piuttosto noti. Lo stordimento veniva soprattutto dallo sbigottimento per me stesso: che cosa diavolo ci facevo lì?    Me ne sono uscito – il vino era davvero buonissimo – ripetendo tra me che no, così non va, lì c’era troppo poca malinconia. C’è chi pare vivere in un continuum di serenità complessiva, in uno stato di appagamento globale. Persone che vivono come in un microclima ideale staccato dalla realtà che li circonda. Lì c’è il denaro che aiuta...

Il non simbolico / Una cartografia della tecno-arte

La sempre maggiore distanza tra le pratiche artistiche e le nostre vite quotidiane sembra farsi ancora più estrema nell’osservazione di alcune opere o eventi dell’arte contemporanea. La sensazione è quella di un percorso che, partito dalla necessaria conquista moderna dell’autonomia dell’arte da altri ambiti, come la morale o la religione, si è risolto oggi in una estenuata lontananza, un dissolvimento della potenza dell’arte e della sua importanza nelle nostre esistenze. Anche quando subentra un altro principio, questo pure del tutto eteronomo, ovvero quello del mercato. In ogni caso, l’esperienza artistica sembra essere divenuta oggi, per lo più, qualcosa di separato, isolato dalle dimensioni che hanno un peso forte nella nostra esistenza individuale, sociale, politica in senso ampio. Come fare a ritrovare il senso radicale di un’arte che possa invece parlarci davvero, o addirittura incidere e cambiare le nostre vite? E come fare a ritrovarlo senza cadere nel recupero di aspetti moralistici, o addirittura di propaganda?   Il libro di Vincenzo Cuomo, Una cartografia della tecno-arte, prende l’avvio dalla ipotesi generale e convincente secondo cui l’arte ha sempre a che fare...

L’ebraismo è una concezione del tempo / La leggenda di Bruno Zevi

La vita di Bruno Zevi potrebbe essere narrata come quei racconti della tradizione chassidica in cui – con la velocità di un sogno o di una novella russa – si susseguono viaggi verso terre lontane, insegnamenti ricevuti o impartiti in una scuola e testimonianze di saggezza sapienziale.   L’incipit – come scrive lui stesso in Zevi su Zevi, 1993 – è «tutto sbagliato: data, cognome e nome»). La data, il 22 gennaio 1918: «Nascendo il 22 gennaio di quell’anno, […] in una fase intermedia, grigia, in cui si placa il trauma della disfatta, ma l’eventualità di un rilancio appare ancora remota […], ti precludi la disperazione e l’abbandono gioioso, sei costretto in un arco psicologico tra stupito e critico». Il cognome, Zevi: «Roland Barthes ha scritto esaustivamente sulla lettera Z, la “déviance”, dura, spezzettata, interrotta, rovesciata, innaturale, l’opposto della S fluida e continua. […] Zevi è un’intenzionalità verso Levi, perennemente frustrata? Neppure, c’è di peggio. In ebraico non esiste Zevi, bensì Zvi, ancora più breve e stridente». Infine il nome, Bruno: «[…] bisognava cercare un nome che lo integrasse, distendendolo, temporalizzandolo, rendendolo meno nevrotico. Che so?...

Bergamo, Palazzo della Ragione / Jonas Mekas: il quotidiano filmato

Nel 1962, Jonas Mekas si era ritrovato a guardare per la prima volta tutto il suo materiale girato. I filmati avevano registrato la vita quotidiana, nei momenti stessi in cui accadevano al di là della cinepresa, gli avvenimenti della città e ciò che era attorno alla sua vita familiare e pubblica, con ritratti di persone frequentate o incontrate di sfuggita: “Le immagini che pensavo non avessero collegamento, improvvisamente incominciarono a sembrare come notebook con molti parti di congiunzione. Dal momento in cui stavo studiando queste immagini, divenni curioso nei riguardi della forma del diary film e questo certamente incominciò a influenzare il mio modo di girare, il mio stile. E in un certo senso ciò mi aiutò a unire alcuni miei pensieri. Mi dissi: “Bene, molto bene, se non ho tempo di spendere sei o sette mesi per fare un film, non voglio soffrire per questo; filmerò brevi annotazioni, giorno per giorno, ogni giorno” (da un’intervista in: P. A. Sitney, Visionary Film: The American Avant-Garde, Oxford University Press, New York, 1974, p. 190).   Attratto dal mistero di qualcosa che si rivela in modo casuale, immaginò le varie riprese in un modo tale che si...

Godere senza limiti / Le cinque passioni del '68

Nel 1968 compii vent’anni. Ero da un anno studente alla Sorbona di Parigi, e quindi potetti partecipare al maggio 68 – da ossimorico militante individualista, non ero organico ad alcuna organizzazione politica. Ho ripercorso la mia esperienza all’epoca in un libro appena uscito, Godere senza limiti (Mimesis). Allora mi consideravo un comunista trotzkista, quindi in opposizione ai partiti comunisti pro-Unione Sovietica, il partito comunista italiano di Berlinguer e il partito comunista francese di Marchais. In quegli anni ho viaggiato molto tra Italia, Francia e Inghilterra, per cui ho potuto confrontare de visu i diversi “68”.  Che cosa è stato allora, il 68 francese? Lo chiamo francese, ma è evidente che quello italiano aveva molte affinità con esso. Rispondo che esso può essere capito in riferimento a cinque passioni: liberalismo libertario, dionisismo, spettacolarismo, fraternismo, dadaismo. Le illustrerò brevemente.   Liberalismo libertario     All’epoca la cultura dominante tra gli intellettuali sia in Italia che in Francia era comunista marxista. Era la cultura che avevamo ereditato dai nostri nonni, padri o amati professori. Eppure proprio nel maggio 68...

Nel quarantennale del sequestro / Le tre foto di Moro

L’editore Guanda ripubblica il volume Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse, di Marco Belpoliti, che analizza le fotografie scattate ad Aldo Moro dai brigatisti. Uscito otto anni fa, rilegge quelle immagini con cui ancora oggi ricordiamo l’avvenimento del sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, il più importante politico dell’epoca. Nella nuova edizione sono comprese nuove pagine. In occasione di questa uscita, nel quarantennale del sequestro di Moro, Marco Belpoliti discute con il fotografo Ferdinando Scianna di quegli scatti.    Scianna: Tu scrivi che nessuno degli autori, scrittori compresi, all’epoca del sequestro, e anche dopo, si sono occupati delle foto di Moro, non c’è stata un’analisi delle immagini. Tutti si sono occupati dei testi, delle lettere, delle oltre novanta missive scritte da Moro. In quel momento, come del resto tu ricordi, l’attenzione era concentrata su cosa stava dicendo Moro. Ma in certo senso mi pare di vedere in modo evidente che quella discussione su “è lui o non è lui”, ovvero se Moro era ancora Moro o invece era manipolato dai brigatisti, parte dalle fotografie. È a causa delle due foto che nasce il problema. Tra...

Figli degli anni ’80 / Filippo Ceredi: frammenti di un teatro politico

“Nel giro di un paio d’anni era cambiato tutto: il movimento non c’era più, un sacco di gente era in galera o all’estero e quelli rimasti erano completamente spiazzati, non sapevano cosa fare. Erano tutti depressi e il bisogno di aggregazione a cui li aveva abituati la politica si è trasformato nel rito  di uscire e andare nei bar (…) perché l’unica cosa che restava da fare era consumare”. Bastano poche righe per una fotografia generazionale anni ‘80: a scattarla è Anna Negri, figlia di Toni, nel suo Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli, 2009) dedicato ai decenni più caldi della nostra storia recente. Esattamente in quello storico passaggio affonda le radici il lavoro di Filippo Ceredi, Between me and P. A leggere la presentazione dello spettacolo, si potrebbe pensare a un lavoro prettamente biografico: Ceredi, videomaker e artista visivo, affida alla sua performance un frammento della sua storia famigliare. È il 1987: il fratello Pietro scompare improvvisamente quando Filippo ha solo cinque anni, lasciando i genitori senza notizie.     Ma lo spettacolo trascende il personale per arrivare al collettivo; non a caso torna in scena (dopo un debutto a...

L’uguaglianza dei diritti trascende qualsiasi diversità / L'antirazzismo scientifico e la Costituzione

È del 2016 l’appello al presidente della Repubblica Italiana per l’abolizione del termine razza nell’articolo 3 della Costituzione Italiana (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”). L’appello è stato di recente appoggiato dalla senatrice a vita Liliana Segre (sopravvissuta ad Auschwitz); e in piena campagna elettorale si sono detti favorevoli anche Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Nel 2013, l’allora presidente della Repubblica Francese Nicolas Sarkozy, aveva annunciato con enfasi trionfale lo stesso provvedimento in Francia, sostenendo che l’eliminazione della parola “razza” dalla Costituzione francese era un passo fondamentale nella lotta al razzismo (il che non ha impedito a una deputata del suo partito, Nadine Morano, di dichiarare nel 2015 che la Francia è un paese “giudaico-cristiano di razza bianca”).    Sul termine razza grava il ricordo delle leggi razziali e dei crimini nazisti, e questo potrebbe di per sé essere un motivo per eliminarlo dalla Costituzione (basta che non si creda di eliminare così...

Che Guevara tú y Todos / Il senso di una vita: il Che in mostra a Milano

A cinquant’anni dall’assassinio di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia (9 ottobre 1967), la mostra Che Guevara tú y Todos (Milano, Fabbrica del Vapore, fino al 1° aprile 2018, catalogo Skira) propone, con l’ausilio di un ricco apparato visuale, un nuovo sguardo prospettico su colui che, dopo la morte, è stato irrigidito nell’immagine devozionale del “guerrigliero eroico”. Sul Che – che nel 1960 Jean Paul Sartre aveva definito “l’essere umano più completo del suo tempo” – si è subito addensata la coltre della leggenda. Si è letto il suo Diario in Bolivia come testimonianza di un sacrificio tanto vano quanto necessario. Al Guevara in carne e ossa si sono sovrapposti l’impressionante somiglianza con Gesù – gli occhi aperti e il corpo morto adagiato nel lavatoio dell’ospedale del villaggio di Vallegrande, lo sguardo che perdona i suoi carnefici – e l’accostamento con il Cristo morto di Andrea Mantegna. Dopo la fortuna planetaria del poster del rivoluzionario dal volto corrucciato, il basco e lo sguardo rivolto al futuro, oggettistica, abbigliamento, orologi Swatch hanno reso il Che un marchio globalizzato. La sua effigie ha oltrepassato le ideologie, facendone un volto sganciato dalla...

In un tweet la conferma del licenziamento / Il pollaio della Casa Bianca

Mi ricordavo di un librino illustrato, per bambini, che racconta di un galletto a cui uno degli animali della fattoria ha rubato il chicchirichì. Mi è tornato alla mente alla fine della lettura del libro di Michael Wolff, Fuoco e furia. Dentro la Casa Bianca di Trump, quando cercavo un’immagine che sintetizzasse la confusione di figure e voci in esso contenute. Un pollaio. Un pollaio con tanti galli, in cui ognuno cerca di rubare il chicchirichì agli altri. Ammetto che non avrei mai pensato di poter associare una simile immagine alla Casa Bianca. Nel ripercorrere la sua storia, nei presidenti che l’hanno abitata, avevo incontrato: arroganza, spesso, dettata dalla consapevolezza del potere; poi, ma non sempre, competenza e autorevolezza; di sicuro, qualcosa che in qualche momento è stato definito grandezza. E infine anche varie tipologie e misure di inadeguatezza e di corruzione. Ma mai un quadro come quello descritto da Wolff.   La Casa Bianca di Donald Trump è un unicum. Non solo per la pochezza intellettuale e politica del presidente e del personale da cui è circondato. Credo non siano mai esistiti un disordine nei ruoli e un’instabilità negli accoppiamenti tra persone e...

Letto in un’altra lingua / Adolfo García Ortega. Inventore di compleanni

Fabula: «Tutti i romanzi affabulano, cioè tutti i romanzi inventano. Significa forse che stanno mentendo? Assolutamente no. Nessun romanzo è menzogna né mendace. Non saranno sinceri, ma dicono la verità». (Abecedario)   Quando, nel 2006, ho aperto l’originale spagnolo dell’Inventore di compleanni di Adolfo García Ortega, ho trovato in esergo la Schwarze Milch der Frühe, il negro latte dell’alba, di Paul Celan. E un proposito: dare una vita al Senza Nome, il bambino di forse tre anni morto agli inizi di marzo del 1945 dopo essere scampato ad Auschwitz e di cui Primo Levi parla in una pagina della Tregua. I suoi compagni di baracca lo chiamavano Hurbinek per il borbottio inintelligibile che emetteva. Nessuno gli aveva insegnato il linguaggio: era un simbolo del silenzio, uno dei più atroci che la Storia avesse creato. Prolungare i suoi giorni significava addentrarsi nell’orrore. Significava attraversare il secolo. Non ricostruire la Storia, ma piuttosto offrire ai lettori la crudele possibilità di viverla nei panni delle vittime. In una bella recensione su «Letra», Antonio Muñoz Molina osservava che più ci allontaniamo dall’epoca di quei fatti, meno ci bastano le informazioni...

L'attenzione / Una disattenzione volontaria: il romanzo della fine di Moravia

Archiviata e passata sotto silenzio una ricorrenza certo minore quale quella dei centodieci anni dalla nascita, sulla figura di Alberto Moravia non si sa più bene come esprimersi: fare di quel convitato di pietra al tavolo della letteratura italiana, di quell’assente ingombrante e incombente un comune scocciatore è stato un passo che molti hanno compiuto senz’alcuna remora, anzi con la soddisfazione e l’agio degli spregiatori di monumenti che siano a libro paga dell’amministrazione. Negli ultimi due decenni, perciò, a fronte di rarissime e felici eccezioni come quella più recente di Matteo Marchesini, innumerevoli anti-moraviani o a-moraviani sono sembrati passarsi la palla e procedere verso la più scontata delle mete, specialmente in quel mondo di mezzo sub- o para-accademico della critica online, nel quale ogni stanco soprassalto iconoclastico continua a riscuotere facili applausi.   Per la precisione, non si sa su che cosa, ancor più che come, esprimersi, perché non è tornando a ragionare sul Moravia più classico che si possa pensare di instillare il dubbio o determinare un ripensamento: per chi abbia l’ardire di contrapporsi alle idee ricevute e dominanti, i materiali non...

I ‘pulcini’ di Casiraghy / Alda Merini a Stoccolma con il pulcinoelefante

L’ultima volta che ci siamo visti mi ha offerto un Ginger, una bibita a base di zenzero in voga negli anni Sessanta. “Guarda, guarda come büscia [frizza]” mi dice in dialetto brianzolo e io guardo meravigliato nel bicchiere la festa delle bollicine. L’arte di Alberto Casiraghi è trarre gioia e meraviglia dalla banalità del quotidiano per valorizzare le cose semplici, come quella volta in cui, durante una delle sue innumerevoli telefonate ad Alberto, la poetessa Alda Merini in un momento di sconforto minacciò di buttarsi dalla finestra e farla finita una volta per tutte. Vista l’ora, Alberto le disse, rasserenandola: “ma no, hai appena pranzato!”.   Alda Merini, La Poesia. Osnago, Marzo 2004. Edizione di 33 copie. A partire dalle ore 07:30 di ogni giorno della settimana Alda Merini telefonava diverse volte nell’arco della giornata ad Alberto, talvolta dettando poesie per Pulcinoelefante: una serie sterminata di libretti da lui stampati a caratteri mobili nella sua fantastica casa popolata da ragni, maschere africane, viole e violini, pupazzi di Disney, stampi per i dolci, specchi, fotografie, sparititi musicali, fregi, merletti, libri in gran quantità e lucertole (solo d’...

Strade di Roma / Teatri d’amore

Sandro Penna e Raffaele Cedrino, via della Mole dei Fiorentini 28, 1957. SANDRO   Raffaele, perché vuoi scappare? Mi piaci, Raffaele, perché eri un poco animale, bestia, ti avevo visto a guardare il fiume, come se fossi una creatura che faceva parte di quell’ambiente. All’Isoletta fuori San Paolo splendevi, nel riverbero del sole, ti stagliavi come il compimento di un sogno. Lo sai che io non dormo la notte, devo vagare per la città, per trascorrere il tempo e battere le ore. Già che le poesie io non le volevo nemmeno pubblicare, mi stava bene la fama di lirico segreto. Vuoi scappare perché non ti ho dato il premio, dici che te l’avevo promesso. Già che è stato un premio tanto faticato, che proprio non mi volevano dare, uno dei giudici disse che si sarebbe coperta di vergogna tutta Italia, e sulla stampa hanno commentato che la sinistra foraggia la pornografia e il cattivo gusto. Forse sì, te li ho promessi quei denari, ma in un momento di felicità creativa, quando mi pareva che questo avrebbe cementato la nostra unione per sempre. Te lo ricordi, no, quando all’Acqua Acetosa ti dicevo di scegliere le poesie, per il libro? Pier Paolo diceva che sbagliavo, che ero sciocco a...

Parla proprio di noi / Perché insegnare letteratura (e non solo agli studenti di Lettere)

Insegno Letteratura italiana contemporanea da parecchi lustri, ma per una serie di circostanze che ora non è il caso di ripercorrere non mi è mai capitato di trovarmi in un corso di laurea in Lettere. Gli studenti con i quali ho a che fare non hanno interessi prevalentemente letterari; in molti casi, non hanno affatto interessi letterari. La letteratura occupa una posizione marginale nel loro orizzonte mentale. Analogamente, un’ipoteca di marginalità pesa sull’immagine che noi stessi docenti (italianisti e contemporaneisti) tendiamo ad avere degli insegnamenti letterari inseriti in corsi di laurea il cui focus formativo punta altrove.     Ovviamente esiste sempre la possibilità di declinare gli insegnamenti letterari in una chiave prossima agli interessi degli studenti. Ad esempio, insegnando (come a me è avvenuto per anni) in un corso di laurea di Scienze dell’Educazione, ci si può soffermare sull’immagine di certi ambiti sociali o di certe condizioni esistenziali; si possono scegliere testi che parlano non solo di minorazione fisica o psichica, di emarginazione, di carcere, ma anche di dinamiche familiari, di rapporti fra le generazioni, di Bildungsroman. Il punto...

Figure dell'araldica / Michel Pastoureau. I colori del blasone

Tutti noi possiamo avere uno stemma, ce lo assicura Michel Pastoureau nel libro Figure dell'araldica. Dai campi di battaglia del XII secolo ai simboli della società contemporanea, edito da Gallimard nel 1996, ora tradotto da Guido Calza per Ponte alla Grazie. Lo stemma – spiega l'autore – non è mai stato prerogativa esclusiva dell'aristocrazia: si sono contati circa un milione di stemmi medievali, di cui almeno un terzo non appartenenti alla nobiltà, e più di dieci milioni per il periodo compreso tra il Cinquecento e la Rivoluzione francese, diffusi soprattutto nell'Europa centrale. Oltre ai nobili e alla Chiesa che, pur diffidente in un primo momento verso un sistema elaborato al suo esterno, finì per ricoprire di stemmi i luoghi di culto, li adottarono anche le donne, i borghesi, gli artigiani, le città, le corporazioni delle arti e dei mestieri, in certe regioni a volte anche i contadini. L'impossibilità di un preciso censimento permise agli stemmi di adattarsi anche ai nuovi regimi, fino a raggiungere nel Novecento le comunità rurali del comunismo sovietico.   Il libro si apre con la definizione delle origini degli stemmi che Pastoureau colloca in un periodo preciso...

Il cuoio e il gesso / Lucio Mastronardi: Calzolaio e Maestro di Vigevano

«Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti, cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una. Non volevo crederci. Poi mi hanno spiegato che ce n’era una in via del Popolo [...]. Chiusa per fallimento, da più di un anno. Diciamo che il leggere non si concilia con il correre e qui, sotto la nebbia che esala dal Ticino, è un correre continuo e affannoso». È questa la Vigevano descritta da Giorgio Bocca nel gennaio del 1962, quando su “Il Giorno” pubblica il reportage Mille fabbriche nessuna libreria. Non è la penna di Lucio Mastronardi, ma poco ci manca. Ci manca così poco che quella libreria fallita apparteneva al padre di quello scrittore che trovò nella città della Lomellina la sua più felice fonte di ispirazione: «Io – confessava a Italo Calvino – mi sono accorto di avere un vantaggio enorme [...]: una città tutta mia, da illustrare e, nei miei limiti, da interpretare». E pensare che l’altro principale referente einaudiano, Elio Vittorini, avrebbe potuto slegare da subito autore e città natale, quando – approntando Il calzolaio di Vigevano per...

Intolleranza e potere / Le razze non esistono

Lo sviluppo della scienza costituisce una continua smentita delle percezioni immediate. Le apparenze di superficie, si tratti del moto del Sole rispetto alla Terra o del colore della pelle come tratto distintivo degli umani, si consolidano in pre-giudizi resi forti dalla loro comoda semplicità. Le ombre che appaiono sul fondo della caverna platonica offrono un falso sapere più rassicurante della verità, come ben sapeva Galileo in lotta contro i sostenitori dell’universo tolemaico. Il che spiega perché il concetto di “razze umane”, dato per morto da tempo dalla cultura scientifica, non smetta di resuscitare e far sentire con prepotenza la sua voce. Le dottrine razziste intendono per razza umana un gruppo fisso, geneticamente distinto e omogeneo, nel quale tratti fisici, attitudini intellettuali e disposizioni morali si trasmettono per via ereditaria. Il razzismo scatta quando si ritiene che gli atteggiamenti di un gruppo umano siano determinati da specifiche caratteristiche biologiche, per cui mentalità e carattere non sarebbero modificabili dall’educazione. Uno dei massimi studiosi dell’evoluzionismo, Stephen J. Gould, ha ricordato in Intelligenza e pregiudizio (Il Saggiatore...

Tempo di libri – incipit / Fine del gioco, Julio Cortázar

Oggi è l'ultimo giorno di Tempo di Libri, ma il nostro speciale doppiozero | Tempo di Libri resta: continuiamo oggi con gli incipit dei romanzi più amati.   «Con Leticia e Holanda andavamo a giocare sui binari del Central Argentino nelle giornate calde, aspettando che mamma e zia Ruth cominciassero la loro siesta per scapparcene via dalla porta bianca.»   Questo è l’incipit di “Fine del gioco”, un racconto di Julio Cortázar contenuto nella raccolta omonima pubblicata la prima volta nel 1956 da una casa editrice messicana e che qui citiamo dal volume italiano dei racconti completi a cura di Ernesto Franco.     In questo racconto Julio Cortázar narra la storia di tre sorelle cui piace uscire di casa all’insaputa della mamma e della zia per andare a giocare a quella che si potrebbe definire una variante da viaggio del gioco delle belle statuine: «Aprivamo lentamente la porta bianca, e nel richiuderla era come un vento, una libertà che ci prendeva per mano, per tutto il corpo, e ci lanciava in avanti. Allora correvamo dandoci la spinta per arrampicarci con un balzo sulla breve scarpata della ferrovia, e appollaiate sul mondo contemplavamo silenziose il nostro...

Tino Seghal alle OGR di Torino / Contro il principio di produzione

La stagione 2018 delle OGR inaugura con un progetto internazionale di grande richiamo realizzato da Tino Sehgal, autore anglo-tedesco tra i più interessanti della scena internazionale. Forte del grande successo critico e di pubblico raccolto negli ultimi anni, già Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2013, Sehgal sbarca alle OGR di Torino con un progetto a cura di Luca Cerizza. L’intervento, coerente con la poetica riduzionista dell’artista, non ha titolo e prosegue la ricerca di un’arte relazionale, una pratica aperta che ponga al centro della propria esperienza l’incontro umano tra lo spettatore e il performer. Chi ha assistito a una performance ideata da Sehgal sa che l’artista sviluppa delle “constructed situations” in cui coinvolge danzatori e spettatori. Si tratta di situazioni che prendono vita in spazi museali e sono sempre pensate specificamente in relazione al luogo che le ospita. Sehgal elabora le sue performance attraverso un lungo lavoro di preparazione che coinvolge i performer e spesso si compone anche attraverso la consultazione del pubblico.   Nella sua arte immateriale, la relazione con lo spazio appare come uno dei fulcri della sua riflessione: si...

Ritratto di un quartiere / Palermo Brancaccio (parte quarta)

Continuarono i miei giri nel quartiere anche nel mese di luglio, avevo smesso di compilare il diario e persi il conto dei giorni. Avevo caricato nella macchina fotografica il quarto rullino da trentasei pose (seguì, dopo uno stop di un paio di settimane, un quinto e ultimo rullino).   Ph A. Costa. Quella mattina prima di andare a Brancaccio avevo letto il Giornale di Sicilia. La cronaca parlava del ritrovamento di un giovane pestato a sangue e ridotto in fin di vita, abbandonato sotto il ponte di via Giafar. Ph A. Costa. Ero stato su quel ponte diverse volte nei giorni precedenti. Vinto il dispiacere iniziale, andai a cercare i segni del pronto soccorso per fotografarli.   Ph A. Costa. Rientrato a casa, non ebbi nei giorni a seguire lo spirito di continuare il reportage; lo ritrovai alcune settimane dopo. Ero così tornato nel quartiere, ma dal lato marino.   Ph A. Costa. Il calendario segnava il 17 agosto. Avevo percorso la spiaggia di Romagnolo fino al vecchio pontile; un folto gruppo di ragazzi vi si era accampato sotto, per starsene all’ombra.

Tempo di libri - maestri / Bobi Bazlen

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Cristina Battocletti, domenica 11 marzo alle ore 16.oo, parlerà di Bobi Bazlen.   Nomade, disinibito, informale, dissipatore, inesperto, maldestro, veggente, ondivago, indeciso, enigmatico, geniale, innocente, attratto dall’insolito, dal bizzarro, dallo sconosciuto, dall’imprevedibile. L’uomo per cui sono stati formulati questi giudizi da amici, ammiratori, nemici e detrattori, si chiama Bobi Bazlen, uno che voleva essere sempre libero, senza alcun punto fermo: “non un matrimonio, non un figlio, non un contratto di lavoro stabile, non una casa di proprietà”, come ricorda Cristina Battocletti nel libro dedicato a lui, Bobi Bazlen. Romanzo di una vita (La Nave di Teseo), vera e propria narrazione delle sue vicende personali, delle amicizie, degli amori, della rete di...

Mast Foundation for Photography Grant 2018 on Industry and Work / Fotografare è saper scegliere

Cosa fotografano i giovani selezionati da una giuria internazionale per il premio “Mast Foundation for Photography Grant 2018 on Industry and Work”, assegnato dal Mast di Bologna? Cosa si vede nelle loro immagini, così distanti per provenienza e temi affrontati? Le migrazioni, la corruzione, la vita sul fiume Po, l’uso del colore nella moda. E cosa le rende simili? L’intento di mettere in discussione la realtà. Criticare, o meglio, individuare il punto critico inteso come lo spazio di una instabilità. Poiché una fotografia, sembrano suggerire i giovani fotografi, se non rappresenta anche i confini di una scelta, rimane solo una porzione morta di spazio. Non è più sufficiente chiedersi, come faceva W.J.T. Mitchell, “cosa vogliono “davvero” le immagini?”, ma cosa cerca ognuno di noi nelle immagini che produciamo e che vengono incessantemente prodotte. Poiché guardare delle fotografie non equivale ad accumulare una moltitudine di istanti ridotti alla loro unicità temporale, significa ideare connessioni fra eventi lontani e intuirne le “possibilità strutturali”: tanto la contemporaneità, quanto il futuro del non-contemporaneo, ovvero di ciò che nell’immagine, dopo lo scatto, è...

Note in margine alle elezioni italiane / Che cos'è il metodo democratico

Nel XX secolo le condizioni di successo del metodo democratico erano state riassunte da Schumpeter in quattro punti, tuttora validi. Il primo riguardava il materiale umano delle macchine politiche: il personale di governo deve essere di qualità sufficientemente elevata. La cerchia e i metodi di selezione che costituiscono la classe dirigente devono assicurarne un elevato rendimento. Il personale politico deve essere abbastanza aperto e insieme non troppo aperto all’outsider, deve avere tradizioni e codici professionali, e un fondo comune di idee. Un quadro molto vicino alla lezione weberiana sulla politica come professione. Ma è proprio questo professionismo politico ad essere entrato in crisi in tutte le società Occidentali. La selezione è spesso aperta agli outsiders, la diretta influenza delle lobbies economiche è crescente, il rendimento delle istituzioni appare dovunque in declino.    La seconda condizione di successo della democrazia è la limitazione dell’effettivo raggio di azione della decisione politica. Non tutto deve essere soggetto alla decisione politica, e ampio spazio va lasciato alla sfera tecnica. Soprattutto non deve essere oggetto di decisione ciò che...