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Recensione

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Stranger Things. Fuori dal blu e dentro al nero

Deve essere questo che intendiamo quando parliamo della persistenza del ricordo, questo o qualcosa di molto simile, qualcosa che si vede al momento giusto e dall'angolazione giusta, un'immagine che fa erompere un'emozione sconvolgente. Ti si presenta così nitida che tutto quello che è avvenuto nel frattempo scompare. Se il desiderio è l'anello che chiude il circolo fra il reale e l'agognato, allora il circolo si è chiuso. Stephen King, IT   Stranger Things, la serie tv disponibile su Netflix dal 15 luglio scorso, sembra essere diventata il nuovo fenomeno virale che promette di far parlare di sé ancora per molto tempo.  Se il lancio sulla piattaforma Netflix le ha garantito un'immediata notorietà, è stata la dinamica del “passaparola” tipica dei social network ad assicurarle un cospicuo numero di visioni durante i dieci giorni appena trascorsi. I dialoghi del chief Hopper e della sua segretaria, le biciclette lasciate nell'erba, i ragazzini con gli occhiali molto grandi e orrendi tagli di capelli sono già stati trasformati e ridotti in gif, meme e screenshots, assicurando a Stranger Things lo statuto di serie di culto al pari di Mad Men e Breaking Bad.   Nei giorni...

Sul suo libro più recente / Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti

Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti, noi che come salmoni abbiamo percorso controcorrente la via dell’italica narrativa; noi che abbiamo balbettato le poesie di Luigi Di Ruscio, guardato ammirati i reportage di Mario Dondero, noi che increduli abbiamo giurato a noi stessi che non avremmo mai mangiato dai vassoi della piccola cerchia editoriale ma che avremmo continuato a usarla per raccontare il mondo dei vinti; noi che abbiamo visto il mondo culturale italiano infiacchirsi e prostituirsi, immemore dell’ammaestramento dei suoi figli migliori, dei suoi figli virtuosi, chiedendoci come potesse vivere di tanta incoerenza, di tanto fango; noi che abbiamo considerato il triste balletto delle anime brutte del mondo culturale italiano, disposte a tutto in cambio di una comparsata televisiva, una collaborazione giornalistica, un premio; brutte queste anime tanto quanto quelle di chi le governava e che per questo nulla hanno potuto contro il malaffare che infine li ha fagocitati; noi abbiamo trovato in Ferracuti un maestro di integrità e coerenza intellettuale. Molto dobbiamo noi ad Angelo Ferracuti che nel tempo ha accantonato l’impotente romanzo postmoderno per dedicarsi al reportage...

Il suo libro più recente / Elena Stancanelli. La femmina nuda

La femmina nuda di Elena Stancanelli è la confessione di un anno di follia, un altro studio ravvicinato di quel particolare tipo di dolore femminile causato dall'abbandono, tradizionalmente più pazzo, più affilato, devastante e autolesionista del corrispettivo maschile.   Anna, dopo cinque anni di convivenza, scopre l'infedeltà recidiva del suo uomo. Lui se ne va di casa, ma a intermittenza e lei non lo lascia andare via definitivamente, ci rimane attaccata, a lui e alle sue appendici digitali, alla sua pagina facebook, all'assurdità della vita di quell'uomo che continua senza di lei, nonostante lei.   La protagonista descrive gli avvitamenti del suo tormento in una lettera a Valentina, saggia amica e punto fermo nella tempesta della sua follia: è lei la seconda persona singolare che fa di quel liberatorio flusso di coscienza una professione di colpa e a lei Anna racconta di come ha iniziato a leggere la posta elettronica dell'ex, a seguirne gli spostamenti con la geolocalizzazione sullo smartphone, a spiare i suoi messaggi su facebook, a scardinare gradualmente la sua privacy fino a sconfinare in quella della sua nuova amante, fino a perdere la testa.    ...

Torino 1943-1945 / Carlo Greppi, Uomini in grigio

24 ottobre 1945: la Corte straordinaria d’assise di Torino condanna a dieci anni di detenzione il quasi cinquantenne Antonio M., originario di Paternò. Una sentenza che, come molte altre, è annullata un anno dopo dagli effetti dell’amnistia Togliatti. Prima della Liberazione Antonio M. è stato un brigadiere dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, autista e – forse – addetto alla persona del maggiore Gastone Serloreti, anima nera della caserma di via Asti, sinistro simbolo della violenza del fascismo repubblicano a Torino. Dopo l’8 settembre 1943, Antonio M., appartenente alla Milizia, ha disertato, si è dato malato ma, arrestato, al principio del 1944 ha accettato di servire la Repubblica sociale nella Gnr. Durante il dibattimento gli specifici capi d’accusa a suo carico – avere arrestato due partigiani, Carlo Pizzorno, poi fucilato, e Pierino Cerrato, deportato a Dachau e sopravvissuto – si rivelano fragili. Per contro si accerta che, senza volere compensi, ha dato aiuto ad alcuni suoi coinquilini perseguitati, in un caso addirittura nascondendo uno di essi, ebreo, in casa propria. Eppure, Antonio M. ha continuato fino alla fine a prestare...

Ritratto di una leggenda / Franco Vimercati

La prima volta che ho sentito parlare di Franco Vimercati è stato da parte di Mario Gorni, direttore di Care/of, allora a Cusano Milanino, quasi in confidenza, come se ne dicesse solo a chi pensava che potesse apprezzarlo. Ne parlò come di una figura semileggendaria di artista chiuso in casa da dieci anni che fotografa un unico oggetto, una zuppiera, come una specie di monaco zen che l’aveva scelta quale oggetto di meditazione. La cosa mi aveva colpito, ma poi non lo sentii mai più nominare e passarono anni finché seppi che una nuova galleria, quella di Raffaella Cortese a Milano, ne aveva fatto una mostra personale. Anche quella galleria era nuova, aveva aperto appunto con quella mostra, che però era ormai finita. Volli andare a chiedere, per vedere finalmente le opere di questa leggenda. Fui accontentato con premura. Raffaella e la sua segretaria di allora – ricordo ancora il suo nome, Ornella – andarono a prendere una scatola e, facendomi indossare i guanti – una sorpresa per me, segno della cura che prestavano a quegli oggetti –, mi lasciarono maneggiare le opere.   Monforte d'Alba, Pettinatrice, 1973, Courtesy Galleria Raffaella Cortese, Milano (C) Eredi Franco...

La politica dell’impossibile / Stig Dagerman, il genio suicida

Nelle pagine finali di Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman scriveva “Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione”. Quel testo, pubblicato su un periodico svedese nel 1952 (e disponibile da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari), venne considerato il suo testamento. L’autore di Bambino bruciato aveva ventinove anni. In cinque anni di scrittura forsennata, tra il 1945 (anno di uscita del suo romanzo d’esordio, Il serpente) e il 1950, aveva pubblicato romanzi e racconti che gli avevano fruttato un grande successo. Dagerman era l’enfant prodige della letteratura svedese del dopoguerra. Nella sue pagine i lettori potevano trovare disperazione e rabbia, e un radicalismo che era la conseguenza più diretta di un inesausto arroverallarsi sul tema della libertà.   “La libertà ha inizio con la schiavitù e la sovranità con la soggezione”, scriveva ancora in Il nostro bisogno di consolazione. “Il più sicuro indizio della mia mancanza di...

Simona Vinci, Teresa, Basil / La prima verità

Qualche settimana fa, a Venezia, si è tenuto il Festival dei Matti, e lì ho avuto ho avuto occasione di incontrare Simona Vinci e di parlare con lei del suo romanzo La prima verità, uscito da qualche mese e finalista al Premio Campiello. La prima cosa che le ho domandato è stata, quasi inevitabilmente, da dove arrivasse l’idea del libro, quale fosse il punto di partenza. Simona Vinci disse di essere partita da un’immagine, quella di una donna che nuotava in un mare invernale, allontanandosi dalla riva. Quell’immagine nel libro è diventata Teresa, una delle protagoniste, reclusa nel manicomio di Leros, Grecia. Isola sulla quale si svolge gran parte del romanzo. Vinci mi ha confermato quello che penso da tempo, ovvero che sia quasi sempre un’immagine che si fissa nella mente – e che si trasforma in un’ossessione – qualcosa che nasce prima ancora dell’idea di ciò che si andrà a scrivere, o almeno in contemporanea. Una donna che nuota e circa otto anni dopo un romanzo che è bello e straordinario. Un libro che è narrativa pura, memoir, reportage, storia di fantasmi, un libro che c’entra con la poesia, fin dal titolo (La prima verità viene da un verso del grande poeta greco Ghiannis...

La legge del desiderio maschile / Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Nel 1984 Bruce Springsteen – in quegli anni una vera e propria icona della mascolinità americana – include in quello che diventerà il suo album di più grande successo commerciale, Born in the U.S.A., una canzone che può essere considerata un paradigma per le descrizioni di amicizie maschili. Il pezzo, che si intitola Bobby Jean, è una specie di lettera d’amore indirizzata al suo chitarrista di allora, Stevie Van Zandt, che poco prima dell’uscita dell’album lasciò la band per intraprendere una propria carriera solista. La lingua inglese, rispetto all’italiano, presenta però una differenza decisiva: quando indirizza un discorso alla seconda persona singolare – dato che gli aggettivi non vengono modificati a seconda del genere – è pressoché impossibile stabilire se l’interlocutore sia un uomo o una donna. Springsteen, non sappiamo se consapevolmente o inconsciamente, non solo dà al destinatario della canzone un nome che potrebbe essere indifferentemente sia maschile sia femminile – Bobby Jean appunto – ma non dà nessun elemento descrittivo che possa chiarire quest’ambiguità. Sarà soltanto grazie a degli elementi extratestuali – interviste o dichiarazioni dello stesso Springsteen –...

Ricordare in analisi / Terapia della sabbia

“Siamo un labirinto di parole, di immagini, di gesti e di espressioni, in continua germinazione, ci perdiamo nella ‘selva oscura’ delle nostre rappresentazioni, ciascuna essenziale, legata dal senso con ogni altra, poi, in un lampo, i fantasmi scompaiono come quando si solleva la nebbia, e resta una sola cosa, l’immagine germinale racchiusa in una foglia, un sasso, una conchiglia, un seme, un fiore”. Maurizio Franco, medico psichiatra che lavora in un servizio pubblico, a lungo responsabile di una comunità per la riabilitazione di pazienti psichiatrici gravi, torna sul luogo del trauma come luogo del delitto, in stanze dove, inesauribile, una corrente continua a circolare. È una stanza, quella dell’incontro analitico, alla quale si approda e poi si ritorna, dove capita di risentire la voce del padre, rivedere i castelli eretti in faccia al mare. Dove “riprovare a scavare nella sabbia asciutta” è una delle esperienze possibili in un setting che prevede la presenza di sabbiere dal fondo e dal bordo azzurro (cm. 57 x 72 x 7). E scaffali “dove la realtà è esplosa, i suoi componenti sono in ordine sparso, per quanto allineati. Regno animale, vegetale, minerale sono apparentemente...

Caterina Bonvicini. Tutte le donne di… / Sesso e fallimento

Tutte le donne di Vittorio lo aspettano la vigilia di Natale, sedute intorno al risotto con i porri e al branzino con le patate al forno. Ci sono la moglie, l'ex moglie, le due figlie, la madre, la sorella e l'amante. Lui non c'è. Dà forfait. Avvisa giusto la figlia più giovane con un sms e lascia tutte appese a quell'abbandono, a fare i conti con la sua ingombrante assenza. La scomparsa, la fuga, la perdita di un uomo è il movente per raccontare le sue donne, “le donne di”, e quella preposizione che esige appartenenza e proprietà è il pretesto per tenere insieme tutte quelle declinazioni del femminile, senza lasciarle sbriciolare ognuna nelle sua personale confessione di fragilità («ci sembrava di essere una cosa o un'altra per colpa o per merito suo. Ora siamo quello che siamo, senza scuse»). Quel genitivo garantisce specificazione e relazione, così le donne di Vittorio possono raccontarsi a partire dal vincolo che le lega a lui e ai rapporti che si formano tra loro in sua assenza.   L'ultimo romanzo di Caterina Bonvicini mette a punto un particolare gioco prospettico in cui –  attraverso l'uso mirato della differenziazione stilistica di forme, timbri, registri e punti...

Come si diventa Gesuiti / Adriano Prosperi, “La vocazione”

La vocazione è un libro che riprende un tema che appassiona Prosperi da sempre: il misto di ammirazione per la straordinaria capacità di affermarsi della Chiesa cattolica e di orrore di fronte alla ferocia del suo dominio sulle persone. Ma l'ammirazione prevale, specialmente in questo libro in cui sono al centro i Gesuiti nel primo secolo della Compagnia: l'intelligenza, la capacità psicologica e l'utilizzazione della comprensione antropologica della società nel mondo cattolico appaiono qui dispiegate nel rafforzare la Compagnia, nel selezionare i militanti, nell'imporsi dentro e fuori dalla Chiesa. Tutta la lettura di questa vicenda è fatta da Prosperi attraverso i documenti relativi alla procedura che porta alla vocazione per divenire gesuita, alla selezione e al controllo successivo per garantire la formazione, l'obbedienza e la perseveranza degli adepti. E la documentazione è essenzialmente quella delle memorie scritte specialmente dai nuovi aderenti, autobiografie apparentemente personali – perché tutte raccontano vicende specifiche e proprie – ma di fatto create secondo una struttura mutevole ma sempre riferita a temi costanti: la nascita della vocazione come un messaggio...

Da Matilde Serao a Pier Paolo Pasolini / Scrittori italiani a Gerusalemme

«All’alba del XX secolo Mosè si ferma in Alessandria d’Egitto, come Cristo ad Eboli». Invero un po’ poco, in un’età che invece vede diffondersi e confermarsi il viaggio sia in quanto catarsi, o esperienza iniziatica, sia come percorso di conoscenza e condivisione. L’oggetto manifesto del volume al quale stiamo dedicando la nostra attenzione è dichiarato fin dalle primissime pagine, trattandosi del tema del viaggio a Gerusalemme nella cultura letteraria italiana a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi sessant’anni del secolo successivo. La data limite è il 1967, con la Guerra dei sei giorni, quando l’intero scenario regionale sarebbe mutato, da subito con gli effetti della vittoria militare d’Israele ma anche sul lungo periodo, con processi in atto i cui risultati dobbiamo ancora verificare ai giorni nostri. Non di meno, poiché l’autore è uno spigolatore di professione, uso a ripassare, con arguzia e metodo, quanto da altri parrebbe già essere stato fatto oggetto di una più che soddisfacente pulitura e mondatura, quel che dal suo fare ne deriva sono ricostruzioni di quadro dai tratti inediti.   L’acribia premia, a tale riguardo. Alberto Cavaglion con il suo...

Di volatili e regimi / Le creature di Alejandra Costamagna

Durante un conflitto a fuoco raramente si ha l’occasione di fermarsi a riflettere sulle sorti dei volatili di piccola taglia, quelli che, come i passeri, ben si adattano alla prossimità dell’uomo, locatari di tetti, muri, tegole e comignoli. Tuttavia, nel caso in cui lo scontro avvenga in zone ad alta densità abitativa, i primi a lasciarci le penne pare siano proprio loro, colpiti dalle raffiche dei mitra nel cielo o carbonizzati nei nidi sulle case che bruciano. In un quartiere di una metropoli cilena, forse la capitale, mentre gli uccellini si trasformano in pezzi di carbone che puzza, un uomo sparisce al passaggio dei camion blindati della polizia che terrorizzano tutti, comprese le bestiole domestiche e quelle semidomestiche.    È il padre della protagonista del testo “C’era una volta un passero”, contenuto nella breve, omonima raccolta in cui Alejandra Costamagna racconta l’epoca della dittatura senza mai nominarla, attraverso punti di vista poco informati, perché troppo giovani. Sono ragazzine impegnate costantemente nell’indagine della realtà circostante, mosse da una curiosità che non è solo caratteristica della loro età ma deriva da un personale e prepolitico...

La nuova traduzione di “Io sono vivo, voi siete morti” / Emmanuel Carrère e Philip K. Dick

La prima volta che ho letto questo libro, da poco tradotto per Theoria con il titolo di Philip Dick. Una biografia (1995), è stato solo per Dick, e confesso, da frequentatore alquanto deficitario del genere biografico, di averlo letto volentieri ma un po’ disorientato, perché non aveva molto delle classiche biografie da una parte, ma nemmeno di una tradizionale monografia critica dall’altra: la vita mi sembrava troppo narrata, con intrusioni del narratore che peraltro non mi dispiacevano, mentre il discorso critico era troppo incline al biografico e alla psicologia, cioè a usare disinvoltamente il dato fattuale per l’interpretazione dei testi e viceversa i testi come materiale per la ricostruzione della complessa psiche dell’autore e dei suoi conflitti.   La seconda volta invece, pur senza trascurare quanto diceva di Dick anche alla luce di una conoscenza più estesa della sua opera, l’ho letto vari anni dopo per il suo autore, attento a quanto rivelava di Carrère, del suo modo di procedere, cioè di scrivere, pensare e proporsi: come se l’oggetto del libro fosse, sia pure indirettamente, lui, cioè una figura (persona, autore e personaggio) che nel frattempo avevo visto...

Il debutto di Andrea Bottalico / Il fuoco a mare

Negli anni Cinquanta, quando ancora era forte l'urgenza di dire, di testimoniare il presente e il passato prossimo, ci fu una collana editoriale, "I Gettoni" di Einaudi, che assolse più di tutti questo compito. Elio Vittorini battezzò grandi scrittori che poi fecero carriere anche molte diverse come Lucentini, Fenoglio, Lalla Romano, Anna Maria Ortese, Testori, Ottieri e altri nomi, alcuni dei quali oggi sepolti nell'oblio. Mi sono venuti in mente "I Gettoni" leggendo Il fuoco a mare (Monitor, p.216 15 euro), debutto di Andrea Bottalico, un Gettone dei nostri tempi, volume passato tra le mani di editori importanti e poi tornato al punto di partenza: la redazione di Napoli Monitor in uno scantinato dei Quartieri spagnoli.   Pur essendo meritevolissima, l'attività di Napoli Monitor (qui abbiamo segnalato il volume collettivo, Lo stato della città), il libro avrebbe meritato una sorte diversa, perché è bello e importante. Racconta di Castellammare di Stabia, ultima città del Golfo di Napoli prima della Costiera Amalfitana. "La grande metropoli a stento s'intravedeva, la sua eco chiassosa non arrivava fin qui. Napoli era finita da una trentina di chilometri, ma era come se non...

Meacci: Il cinghiale che uccise Liberty Valance / Si può dire amore in cinghialese?

Siamo nella primavera del 1917, e Igor Stravinskij, come leggiamo nelle sue memorie, dopo aver soggiornato a Napoli e a Roma sta viaggiando verso la Svizzera; presso la frontiera, a Chiasso, gli succede un’avventura che non dimenticherà mai più:   Portavo con me il ritratto che Picasso mi aveva disegnato a Roma. Quando le autorità militari ispezionarono il mio bagaglio i loro sguardi caddero su questo disegno, che per nessuna ragione al mondo vollero lasciar passare. Mi chiesero che cosa rappresentasse, e quando dissi loro che era il mio ritratto disegnato da un eminente artista, non vollero assolutamente crederci: «Non è un ritratto, ma un piano» mi si rispose. «Sì, il piano della mia faccia, non altro» replicai io. Ma non riuscii a convincere quei signori. Questa discussione mi fece perdere la coincidenza e mi costrinse a restare fino all’indomani a Chiasso. Quanto al mio ritratto, dovetti spedirlo all’Ambasciata britannica, a Roma, indirizzandolo a Lord Berners, il quale me lo rispedì più tardi a Parigi a mezzo della valigia diplomatica. (Cronache della mia vita, SE, traduz. di Alberto Mantelli)     Vale la pena di ripartire da questa vicenda per cominciare...

Auschwitz e la cura della memoria / Goldkorn. Il bambino nella neve

La zia Nachcia, sua madre e la figlioletta Rut furono deportate assieme, ad Auschwitz. Nachcia teneva Rut tra le braccia. Quando scesero dal treno la madre capì tutto. Aveva un aspetto giovanile e dimostrava meno dei suoi anni. Così disse a Nachcia: “Dammi la bambina”. Pensava di farsi passare per la madre di Rut. “Va avanti da sola, ti salverai. Io vado con la bambina: penseranno che sia io la madre”. Nachcia rispose: “Non è un mondo degno di essere vissuto. Non è un mondo degno di me”. E andò nella camera a gas con Rut tra le braccia… Questo racconta il giornalista polacco-italiano Włodek Goldkorn, figlio di ebrei sopravvissuti alla Shoah, nel suo straordinario libro Il bambino nella neve (Feltrinelli).   Bisogna e si deve raccontare l’irraccontabile. “La vendetta è il racconto”, sosteneva Pier Vincenzo Mengaldo, nel suo acuto libro (Bollati Boringhieri, 2007) dedicato alle testimonianze e riflessioni sulla Shoah: un evento che ci sovrasta ancora e ci mette di fronte, con Macbeth, a una storia “piena di frastuono e di furore, che non significa nulla”. Si ha a che fare con qualcosa che costituisce una rottura epistemologica e ontologica ed è l’assenza stessa della parola,...

Come cambia la lingua / Il rap e il napoletano

È uscito in questi giorni Lo stato della città (a cura di Luca Rossomando, Monitor edizioni). Un profilo dell’area metropolitana di Napoli che abbraccia tutti gli ambiti, dall’urbanistica all’ambiente, dall’economia al lavoro, dalle politiche sociali e sanitarie fino alla produzione culturale. Un  volume di 536 pagine, con 86 articoli, saggi, storie di vita, grafici e tabelle con i dati più aggiornati. Un libro collettivo – firmato da 68 autori – che si propone come supporto denso e affidabile per una discussione sulla città finalmente al riparo da stereotipi e semplificazioni.  Il testo che segue – una riflessione sull’uso e le trasformazioni recenti della lingua napoletana – è un estratto dell’articolo che apre la sezione dal titolo “La città immaginata”, dove si prendono in esame le ultime rappresentazioni della città offerte da cinema, televisione, teatro, musica e letteratura.     Mai possibile che per avanzare debba inevitabilmente morire qualcuno?  Me lo chiedevo osservando gli schizzi di sangue dei moscerini schiacciati sul parabrezza del bus che a centocinquanta all’ora, su una deserta autostrada del sole, mi scarrozzava da sud a nord, qualche...

Un libro di Maurizio Bettini / Contro le radici

«Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi». Sono parole del grande paleontologo André Leroi-Gourhan, uno dei maggiori specialisti dell’evoluzione umana, che continua affermando che la storia del nostro genere è fatta con i piedi, perché gran parte del nostro essere umani dipende dalla posizione eretta, per conquistare la quale i piedi sono fondamentali. Senza i piedi saremmo ancora tutti in una torrida depressione della Dancalia dove è nato l’Homo Sapiens. Nonostante questo, mai come negli ultimi decenni nelle retoriche politiche di certi movimenti localistici, identitari e spesso xenofobi si è sentita evocare così spesso la parola “radici”. I dibattiti politico-mediatici ne sono ormai intrisi, e le “radici” sono una sorta di fondamento per rivendicare una identità forte, altro elemento divenuto la cifra politica di alcuni partiti xenofobi a partire dalla Lega in Italia, fino al Fronte Nationale dei Le Pen padre e figlia in Francia, al movimento di Geert Wilders in Olanda, al Perussuomolaisset (i veri finlandesi) in Finlandia e a gruppi politici affini in Ungheria, Austria, Danimarca che hanno fatto dell’etnicità la loro chiave retorica...

Ritorna in libreria il volume / Il pane selvaggio di Piero Camporesi

Il pane selvaggio di Piero Camporesi (1926-1997) riappare in libreria pubblicato dal Saggiatore, già editore di alcuni fondamentali classici della produzione dello stesso autore: La carne impassibile. Salvezza e salute tra Medioevo e Controriforma (1983); La terra e la luna. Alimentazione, folclore, società (1989); La miniera del mondo. Artieri inventori impostori (1990). Il volume di Camporesi fu pubblicato nel 1980 dalla casa editrice il Mulino a Bologna, città dove Camporesi era docente di Letteratura italiana da oltre un decennio presso l’Alma Mater Studiorum. Tre anni dopo, nel 1983, il libro conobbe una seconda edizione (che fu poi ristampata da Garzanti nel 2004), «riveduta e ampliata» e arricchita dell’Introduzione apparsa con il titolo Avant-propos à l’édition française del 1982 de Le Pain sauvage.    Dietro al titolo Il pane selvaggio, tanto fascinoso quanto inquietante, si apre l’inedito scenario di un «vissuto» che vede come protagoniste le «folle stracciate e affamate dei secoli moderni», in balia di Fame, Carestia, Malattia. Nel suo lungo raccontare «il dramma quotidiano» dei poveri, Piero Camporesi giunge al «paese dello stento e dell’indigenza» più...

Note non ortodosse di Carmine Cimmino / Baccalà, stocafisso, bagnacauda

Che legame può esserci tra un saggio che esamina la diffusione e la tradizione del baccalà sulle pendici vesuviane – Note di storia del baccalà nella dieta vesuviana e napoletana di Carmine Cimmino (Dante & Descartes) – e un piccolo grande libro come Il Salto dell'acciuga di Nico Orengo (Einaudi), ormai quasi un classico della letteratura a sfondo gastronomico ?   La comune vulgata televisiva, così come il giornalismo enogastronomico  più superficiale e parte dell'immenso arcipelago internettiano, vogliono la "dieta mediterranea" costituita da alimenti quasi totalmente vegetali, dove pasta e pomodoro predominano insieme all'olio di oliva, al vino (preferibilmente rosso) con l'eccezione del pesce in quantità. Poco indietro le carni bianche, le lattughine e la rucola, i broccoli e poi in genere frutta e verdura colorata di rosso-blu, ovvero i colori degli antiossidanti, della dietetica versione 2.0, delle mode alimentari... Una dieta mediterranea appunto "alla moda", rivisitata si potrebbe dire se si trattasse solo di una ricetta del territorio, in realtà ampiamente ricca di imposture, eppure largamente accredita e ortodossa, almeno rispetto ai gusti e alle convinzioni...

Rosso nella notte bianca / Valenti. La follia della vendetta

Bianca è la neve, il «bianco incorrotto del mondo» che annulla ogni forza, ogni violenza, ogni voce, bianchi sono i gas tossici e la polvere nel cotonificio e il cielo vuoto di novembre, chiuso a rimpianti e preghiere.  Nero è il fumo di un recinto di bestie a cui viene dato fuoco, il colore dentro le palpebre chiuse mentre si ascolta il lamento degli animali che bruciano e si viene trascinati via dai fascisti, neri sono i fascisti, nero è il fango che appesantisce la fuga e ciò che resta sui muri di una casa bruciata, nero è il nome di Nerina. Rosso è la lotta, la vergogna, la colpa, il fuoco che brucia, rosse sono le budella e il sangue che macchia e che tutto lava, rossa è la vendetta, rossi i capelli di Ulisse, Rosso il suo nome di battaglia sui monti. Dal titolo alla copertina, fin dentro le storie dei personaggi, Rosso nella notte bianca ((Feltrinelli, p. 160, € 12), l'ultimo romanzo di Stefano Valenti è interamente impregnato di questo cromatismo.   Ulisse Bonfanti eredita dalla madre Giuditta l'origine contadina, il destino di miserabile in una Valtellina arida e ingrata e una fede che non vacilla. Una fede che si fa forte, invece, di tormenti e paura, elaborando...

Un romanzo sul cinema in quanto retropensiero della cultura americana / Aleksandar Hemon. Zombi

L’arte della guerra zombi è Il dono di Humboldt di Aleksandr Hemon. È la sua versione contemporanea, l’unica possibile, oggi, di quel romanzo con cui Saul Bellow rinunciava a tutto, a una progressione drammatica, una costruzione coerente del racconto, anche a una sorta di pudore o affetto nei confronti dei personaggi, per raccontare, a metà anni Settanta, il vuoto di rappresentazione e l’impasse creativa che aveva già colto la cultura modernista. Era una romanzo su Chicago, Il dono di Humboldt, così come quasi vent’anni dopo, a fine anni ’80, un altro libro di Bellow, Ne muoiono più di crepacuore, pur senza specificarlo, era un romanzo sulle Twin Cities del Midwest americano, Minneapolis e Saint-Paul, così pulite ed eleganti e ricche e anche alte, ma così irrimediabilmente piatte, così vuote e fallimentari, tenute insieme dal denaro, e vivacizzate dalla sola cosa rimasta all’uomo contemporaneo, non la politica, non l’arte e nemmeno la cultura, ma il cuore (e forse, non sempre, il sesso), in una sorta di “umanesimo oltre l’uomo”, di umanesimo come ultima spiaggia prima della dissoluzione.    Il dono di Humboldt girava volutamente a vuoto attorno a una promessa, un dono...

Ricordi berlinesi / Hans Magnus Enzensberger. Tumulto

Dalla copertina del libro ci guarda un irriverente signore dall’aria giovane, che tuttavia ha superato da un pezzo la trentina, un casco di capelli biondi da paggio, stravaccato su una sedia da ufficio anni Sessanta, una gamba che scavalca il bracciolo, il tavolo da lavoro inondato di fotografie e di carte, sullo sfondo la libreria, davanti ad essa una macchina da scrivere.    È lui, non ci sono dubbi, sebbene l’Enzensberger di oggi con il suo aspetto di raffinato gentleman europeo sembra quasi agli antipodi dell’enfant terrible che negli anni Sessanta a Berlino Ovest scandalizzava i benpensanti tedeschi insieme a Rudi Dutschke e agli altri membri del movimento studentesco. Il ‘tumulto’ a cui si riferisce il titolo del libro (Tumulto, Einaudi, 233pp., 19,50 €), ottimamente tradotto da Daniela Idra, è il ‘disordine’ generalizzato – “lo sconvolgimento dell’ordine tedesco” – a cui aderì una generazione di giovani in lotta in quegli anni col perbenismo piccolo borghese della Germania postbellica, una generazione antisistema, come si diceva allora, che all’ordinato conformismo borghese dei padri aveva opposto la fantasia irriverente delle forme di lotta, la contestazione...