Argo e altri cani

In casa dei miei nonni, tutti, e dopo in quella di mio zio sono transitati un’infinita di cani, e sempre in un rapporto forte, quasi simbiotico.

In realtà in casa non entravano mai, perché stavano rigorosamente sulla soglia oppure nel cortile, nella legnaia, nel fienile o nella stalla; oppure ancora liberi nell’aia. il posto per i cani nelle ore del riposo non mancava. Diversamente, il cane era sempre al fianco del pastore, sulla strada.

Un rapporto duro, sincero, nel rispetto reciproco, privo di ogni dipendenza passiva e dove il cane pastore manteneva una sua personalità, anche riottosa, pur nella fedeltà al padrone e al lavoro. Un rapporto così come deve essere stato per secoli, per millenni.

Un’immagine che ho fatto in tempo a intravedere nella vita di mio zio e ascoltato molte volte nei racconti dell’infanzia; un’immagine, che per analogia e differenze, ho poi sovrapposto all’impressione che ho ricevuto da un passo di Omero, quando scrive di Argo, il cane di Ulisse. 

Niente di strano… il cane dei pastori o dei cacciatori per millenni è stato in fondo lo stesso cane e quel cane ha vissuto dello stesso rapporto, dello stesso legame. 

 

 

In casa dunque, come parte della vita del pastore – ma non dentro casa – c’erano sempre due o tre cani alla volta, tanti erano necessari per aiutare nel lavoro. Cani pastore naturalmente, selezionati non per la razza ma per l’intelligenza, l’abilità, il coraggio. Tutti avevano un nome, anche se in realtà erano i fischi, modulati diversamente secondo i comandi da impartire, il consueto richiamo per l’animale.

Tutti i cani avevano un nome ma ai cani, almeno in terza persona, non ci si rivolgeva mai con un nome proprio, bastando semplicemente “al can”. Credo che così era perché dovesse rimanere una differenza sostanziale pur nella familiarità quotidiana con l’uomo, una differenza che, nel rispetto e nella “simbiosi”, definiva lo spazio dell’umanità oltre il quale al cane non era concesso passare, dove non entrava; era un limite come per la soglia di casa, simbolico prima che fisico. Quel limite simbolico significava il riconoscimento delle differenze naturali tra esseri viventi, credo che segnasse la silenziosa, reciproca dignità davanti a Dio e alla natura.

Anche per questo, il cane prima di essere Nuvola, Diavolo o Brenda… era semplicemente “al can”.

 

Quel rispetto antico e che è stato anche quello dei miei avi, credo sia lo stesso che in città mi fa rifiutare anche solo l’idea di un cane convivente, un cane sacrificato dentro un appartamento, talvolta minuscolo, essere vivente umanizzato in modo distorto ad animale di compagnia, a succedaneo di mancanze affettive, a moda e passatempo.

Perché ridurre il cane ad animale da salotto può essere oltraggio che si fa all’essere vivente e a se stessi.

Dove è la dignità tra creature nell’imporre all’animale modi di vita lontanissimi dai suoi? 

Non può essere anche una qualche forma di invisibile egoismo vestita di benessere quella a cui involontariamente pieghiamo la natura dell’animale? E la simbiosi quando esiste può essere anche malata. Cosa sono le cure assolute per un’alimentazione praticata in funzione della sua salute certamente ma anche a immagine e somiglianza dei nostri gusti, dei nostri consumi?

E cosa sono quei baci sul muso che si danno al cane umanizzato, ignorando (?) che la sua natura prima e dopo quei baci lo porterà a seguire fino a lambire qualunque traccia odorosa dei suoi simili?

 E ancora dove sono quella dignità e quell’umanità mentre abitualmente ci chiniamo a raccogliere con le mani le feci dell’animale?

 

Certo vale l’educazione nei confronti degli altri e quella data dal rispetto dell’ambiente… ma forse non basta come spiegazione, come non basta avvolgere la mano in un sacchetto di plastica mentre pazienti aspettiamo che Billy, Bonnie, Otello, Gilda, Joe, Viola… loro malgrado indifferenti, defechino. 

Sono spariti da tempo i fischi dei pastori a tagliare l’aria, vibrazioni modulate alle quali i cani rispondevano senza alcun nome e nella sapienza dei millenni. Ora, nel silenzio degli appartamenti come nel caos delle strade non sembra che abbiamo aggiunto nulla alla nostra umanità, quella stessa con cui facciamo convivere i nostri cani, dai nomi improbabili come la nostra felicità.

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