Europa e globalizzazione: cosa ci mostra Brexit?

I paragoni tra le epoche storiche sono occasionali: quando studiamo un’epoca lo facciamo perché siamo attratti da un’inconsapevole rispecchiamento in essa e conseguentemente la rileggiamo attraverso quello che vorremmo capire di quello che siamo. In questo modo il passato ci aiuta a orientarci e per questa ragione non si finisce mai di studiarlo, perché nella misura in cui si sposta il nostro punto di vista mentre viviamo, anche il passato rivela aspetti che prima non ci erano visibili.

 

La crisi dei sistemi di governo, ieri di ducati come Parma e Piacenza, Guastalla, Toscana, le vecchie repubbliche di Genova e Venezia prima dell’arrivo di Napoleone, oggi l’inadeguatezza degli stati nazione alle domande della contemporaneità, che in gran parte li esauterano. Le nostalgie della destra, dalla Francia all’Ungheria ma che oggi nella Brexit trovano la più seria delle realizzazioni, lo rendono estremamente evidente. Fuori dall’Europa esiste solo un’involuzione economica, sociale, culturale che non può che avere nostalgia di vecchi passaporti e di retoriche evocazioni della seconda guerra mondiale, dalla Darkest hour di Winston Churchill del film di Joe Wright all’evacuazione di Dunkirk nel film di Christopher Nolan. L’altra sera, girando da un canale all’altro della televisione inglese, mi ha fatto un’impressione tristissima vedere tanti programmi dedicati alla seconda guerra mondiale: uno sulla figlia di Churchill, un altro su documenti appena scoperti che rivelano la vera storia di Dunkirk e così via. Anche se fosse involontario, questo tentativo di corroborare un’identità ne rivela fragilità. Come un vecchio signore che inizia a elencare i suoi passati successi,  prima o poi inizia ad apparire un vecchio trombone.

 

 

Al di là dell’Europa, il vero problema è la globalizzazione: né per gli inglesi né per nessun altro è possibile immaginare un destino fuori dalla crescente globalizzazione. Dovremmo disinventare internet, i voli aerei, il flusso di beni, persone e soprattutto informazioni a una società al di fuori da qualunque controllo non solo statale, ma di chiunque. Siamo in una crisi delle democrazie, in generale una crisi proprio della governance in cui la politica diviene solo uno degli attori, e neppure il più potente, delle vicende sociali. Paradossalmente, rivolgendosi alla perduta sovranità, i cosidetti populismi ne mostrano e accellerano la crisi, come si vede appunto in Brexit. Perché indietro non si torna mai e quello che è stato presentato come un “riprendere il controllo” (take back controls) precipita le dinamiche disintegrative. La politica inglese è paralizzata in questa discussione da un anno e mezzo, non riesce a far emergere nessuno dei temi di cui di solito si occupano le amministrazioni statali, comunale, europee, mondiali. Dalle scuole agli ospedali, dalla spazzatura alla distribuzione delle ricchezze tutto è passato in secondo piano rispetto a una discussione ideologica sull’identità. Così è regredita a un rapporto con Scozia, Galles e Irlanda prenovecentesco in cui le altre nazioni sono trattate come colonie o possedimenti inglesi e l’autorevolezza del governo di Westminster si erode quotidianamente in uno spettacolo piuttosto triste. Aluni incolpano la debolezza di Theresa May, ma la crisi la supera (ed è per questo che non si fanno avanti altri candidati). 

 

Allo stesso modo è difficile capire in quale modo si possa sanzionare Facebook per il poco controllo che esercita sulle informazioni che raccoglie dai suoi utilizzatori: si è tentato di trattarlo come un editore, ma le leggi del vecchio mondo non sono imponibili dagli stati nazioni, come dimostra il caso della evasione fiscale di Google in Irlanda di cui si è infatti incaricata l’EU, la natura rizomatica del capitalismo che sposta risorse, beni e persone dove trova ostacoli e prolifera dove trova terreno fertile. 

In generale ci è chiaro, è la vita di tutti noi: la globalizzazione spinge le trasformazioni che descrivo dai cicli economici ai sistemi universitari, dalle informazioni alle biografie dei cittadini, tanto che è difficile capire cosa sia davvero un contesto nazionale. Io faccio avanti e indietro con Londra da tutta la vita e 35 anni fa viaggiare in aereo costava molto, c’erano un paio di voli al giorno, gli aerei erano semivuoti. Oggi tra Venezia e Londra ci sono una quindicina di voli al giorno, costano meno di un treno Venezia Roma, sono tutti pieni di gente che lavora. Questo senza prendere in cosiderazione Google e Facebook, la facilità con cui si può spostare il denaro in Europa (una volta bisognava svuotare le tasche alle frontiere, oggi all’interno di Schengen non ci sono più neppure quelle). 

 

L’Europa tenta di esercitare una funzione plasmatrice dei flussi migratori e delle crisi finanziarie, ma forse è lei stessa un’approssimazione, sospesa tra l’imitazione di un superstato federale e il futuro che cerca ma non riesce davvero a inventare, e quindi non arriva ancora a supplire al ruolo sempre più deficitario degli stati nazione. Forse questo non è un male. Soprattutto se guardiamo il settecento. Immaginare che il Granducato di Toscana, la Repubblica di Venezia o di Genova, Parma e Guastalla o lo Stato della Chiesa riuscissero a intravedere l’Europa dopo Napoleone è assurdo. Brexit ci mostra anche questo: con tutta la tenerezza, la gratitudine e l’affetto che si può avere per la storia inglese, riesce difficile immaginare che dal gruppo di populisti nostalgici che ha preso in mano il partito conservatore con il Referendum, possa emergere una visione per il futuro loro o di chiunque altro. Annaspano rifriggendo le stesse frittate senza riuscire a fare alcun progresso, dall’Irlanda al Mercato Comune o l’unione doganale, dai diritti dei cittadini europei in Gran Bretagna a quelli Britannici in Europa. Anzi, proprio nel cupio dissolvi della nostalgia identitaria, riappaiono tutte le ferite dell’Impero.

 

Quanto tempo ci vorrà ai vincitori delle elezioni italiane, che hanno flirtato con tanta leggerezza con un’agenda antieuropea, spesso generosamente sostenuti da quelle forze che dal crollo dell’Europa avrebbero diversi vantaggi, per rendersi conto che non è colpa di una classe dirigente che li ha preceduti o della corruzione se la crisi riguarda un po’ tutti, Venezia e Guastalla, i comuni liberi della Lega Anseatica e l’Europa medioevale? Certo che l’Europa non basta: ha infiniti problemi, ma certamente protegge chi vi partecipa in modo incomparabilmente superiore a quanto possano fare gli stati nazione. Matteo Salvini, che dall’alto delle sue competenze economiche ci avverte che l’Euro è condannato, non ha per la sua giovane età memoria di cosa fosse la lira, quando da un giorno all’altro venivano spazzati dai conti correnti e dalle proprietà immobiliari degli italiani il valore reale dei loro risparmi, che vuol dire che una casa che vale 100 la mattina dopo vale 50. Se lo ricorda invece bene la Grecia, che nonostante i prezzi terribili che le sono stati imposti ha cercato di tenersi aggregata a questa moneta. Lo sanno bene i paesi che dai margini dell’Unione si sforzano diligentemente di adeguarsi ai parametri economici per entrare nell’Euro e in Europa, lo dicono la Crimea e la guerra in Ucraina, i milioni di africani che cercano di attraversare il mediterraneo e a cui l’Europa, che vive una crisi demografica che la minaccia anche più di quella democratica, deve far spazio se vuole sopravvivere nei prossimi vent’anni.

 

In questo mondo travolto da crisi, in cui con genio e risolutezza si affacciano anche innovazioni e soluzioni meravigliose e non solo crolli e crisi, i cosidetti intellettuali hanno un ruolo diverso dal passato. Come durante l’illuminismo, godiamo di un’epoca solarmente razionale, illuminata, dove il sapere scientifico ha portato innovazioni tecniche in tutti gli aspetti della vita privata e sociale. Dalla medicina ai trasporti, dalle comunicazioni alla robottizzazione, sono proprio le innovazioni a determinare profondamente le trasformazioni dei territori e dei sistemi politici. Per non far rivoltare nella tomba Leopardi cerchiamo di distinguere bene queste trasformazioni da qualunque illusione di progresso. Non andiamo verso la felicità più di quanto non andiamo verso la catastrofe. Avviene tutto e il contrario di tutto. Noi lo abitiamo, siamo qui, ci sforziamo di attraversarlo. Ma proprio rifacendoci al paragone con il settecento, alcune cose ritornano. Alla figura dell’intellettuale romantico, parodiato dalla Palinodia a Gino Capponi e fino alle mosche cocchiere di Gramsci, si è negli anni sostituita una figura simile a quella degli avventurieri settecenteschi, in una declinazione deleuziana di intellettuali deterritorializzati. Piuttosto che identificarsi con una classe sociale o un territorio, proprio come Da Ponte e Casanova, Rousseau o Goldoni, Mozart o Mendhelsson, Canaletto ecc. ecc., gli autori, i pittori e soprattutto gli scienziati vivono attraversando i territori. Questo è contraddittoriamente parte del profilo accademico, che premia l’internazionalizzazione, e quindi delle varie forme di sostegno allo studio che fin dal programma Erasmus e poi attraverso tutta la carriera, promuove mobilità. Inevitabilmente questa mobilità separa le società nazionali in due: chi ha un’educazione universitaria (in Inghilterra il 40% contro il 2% del primo dopoguerra, in Italia 26%) ha una prospettiva diversa dagli ampi strati della popolazione che a questa mobilità non ha accesso. C’è naturalmente grandissima mobilità anche nel lavoro manuale, e proprio questa spesso produce una trasformazione sociale ieri impensabile. Chi è andato a lavorare in un bar a Londra o a Berlino, spesso lì inizia a studiare o anche se torna a casa senza una qualifica ma conoscendo l’inglese o il tedesco può fare un salto professionale. Lo stesso panorama delle istituzioni che erogano istruzione superiore si è articolato in direzioni diverse cercando di incontrare queste trasformazioni.

 

La disaffiliazione sociale e territoriale dei soggetti è l’inevitabile conseguenza di questa separazione: si svolge nei matrimoni e nelle amicizie, è lì che si radica l’antinazionalismo e l’antifascismo dei giovani a cui le nostalgie identitarie appaiono spesso quasi surreali, parlano di un mondo che corrisponde all’inadeguatezza della loro formazione rispetto alla dinamicità della loro esperienza. In fondo un processo positivo, che permette di sviluppare competenze. Ma questo è un problema che diviene periferico di fronte alle profonde trasformazioni della vita associata. Se prevarranno le impennate nazionaliste oggi agitate contro il buon senso da nuovi politici di inquietante incompetenza, se in altre parole prevalgono i vecchi ducati in cui era divisa l’Italia, ci prepariamo a essere il territorio di una nuova sanguinosa scorribanda, che sia Napoleone, Trump o Putin. Non c’è da stupirsi che Bannon giri per l’Europa come il profeta di questo disastro. Se invece l’Europa saprà continuare a costruirsi, non ci sarà certo l’Eldorado, ma forse un’epoca che ha la dolcezza di prima della rivoluzione, in cui nascono l’Encyclopedie e in cui lavorano Haydn e Mozart, un mondo in cui saremo progressivamente più estranei ad antiche identità, ma almeno continueremo a cercare la libertà, l’eguaglianza, la fraternità che dal 1789 guida il percorso di tanti europei.

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