Filippo Ceredi: frammenti di un teatro politico

“Nel giro di un paio d’anni era cambiato tutto: il movimento non c’era più, un sacco di gente era in galera o all’estero e quelli rimasti erano completamente spiazzati, non sapevano cosa fare. Erano tutti depressi e il bisogno di aggregazione a cui li aveva abituati la politica si è trasformato nel rito 

di uscire e andare nei bar (…) perché l’unica cosa che restava da fare era consumare”.

Bastano poche righe per una fotografia generazionale anni ‘80: a scattarla è Anna Negri, figlia di Toni, nel suo Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli, 2009) dedicato ai decenni più caldi della nostra storia recente.

Esattamente in quello storico passaggio affonda le radici il lavoro di Filippo Ceredi, Between me and P. A leggere la presentazione dello spettacolo, si potrebbe pensare a un lavoro prettamente biografico: Ceredi, videomaker e artista visivo, affida alla sua performance un frammento della sua storia famigliare. È il 1987: il fratello Pietro scompare improvvisamente quando Filippo ha solo cinque anni, lasciando i genitori senza notizie.

 

 

Ma lo spettacolo trascende il personale per arrivare al collettivo; non a caso torna in scena (dopo un debutto a Danae Festival nel 2016) all’interno del bellissimo focus “Politics” di Zona K, uno spazio di pensiero che la realtà milanese dedica alle nuove forme di teatro politico. Ceredi, abituato a dare vita alle sue opere dietro la telecamera, si toglie dal centro della scena anche in questo caso. A parlare sono invece i materiali di archivio della sua ricerca sul fratello; Filippo li condivide con il pubblico attraverso un video che proietta su uno schermo l’intero desktop del computer. Seduti in platea, osserviamo il cursore che apre le cartelle, seleziona i documenti, li espande uno dopo l’altro a schermo intero. Foto di Pietro, foto scattate da Pietro, articoli di giornali tenuti da parte da Pietro, corrispondenza a proposito di Pietro. Filippo non parla, se non attraverso scarne didascalie che digita su file di testo nell’hic et nunc della performance.

 

Lo spettatore, ancora prima di esserne consapevole, costruisce il suo mosaico di ipotesi e compone la sua personalissima e parziale immagine di Pietro, nutrendola del proprio vissuto, delle proprie paure, dei propri schemi ideologici. Ceredi è preciso nel selezionare, all’interno di un insieme di materiali ben più ampio, documenti capaci di restituire le diverse dimensioni della personalità del fratello: la passione politica frustrata dal riflusso descritto sopra; la voracità intellettuale, la vocazione quasi ascetica per la lettura; la fragilità psicologica dovuta in parte alle condizioni famigliari. Ci si accorge presto di come sia impossibile isolare uno solo di questi aspetti, e di come questi deflagrino in un’unica urgenza: l’impossibilità di sopravvivere all’interno delle maglie sociali sempre più strette, soffocanti, insofferenti a chi resta indietro. Ed è in questo momento che Ceredi dichiara – almeno sul piano performativo – che l’indagine sul fratello lo riguarda non solo come ricostruzione di una biografia altrui: il suo corpo, che è rimasto celato dietro la consolle, guadagna infine il centro della scena e, attraverso una fisicità scomposta e non didascalica, si sovrappone letteralmente alle immagini proiettate sullo sfondo.

 

 

Ci sono diversi motivi per cui Between me and P. va considerato uno spettacolo politicamente rilevante (e allo stesso tempo profondamente toccante). La prima è la capacità di dare voce alla vulnerabilità umana, alla difficoltà di trovare un luogo o un tempo per il dolore e l’alterità in una società che non sembra prevederlo: chi non aderisce alle dominanti cronache di realizzazione e successo è destinato a essere escluso. La seconda è la riflessione formale che propone: in questo spettacolo – come in molte delle proposte presentate da Zona k nel focus “Politics” –  si può riscontrare una profonda coerenza tra i codici formali scelti e l’oggetto stesso dell’atto performativo.

 

Nel caso di Between me and P la forma disorganica, aperta, anti-narrativa scelta da Ceredi corrisponde perfettamente a una storia che non può essere ridotta a una sola e rassicurante chiave d’accesso. Infine, particolare attenzione merita la riflessione sugli anni ’80 proposta indirettamente a partire dal gesto estremo di Pietro. Il cruciale snodo politico – sul quale i recenti esiti elettorali dovrebbero indurci a riflettere con maggior profondità – viene evocato da Ceredi attraverso musiche, videoclip, articoli di giornale. E anche se non è lecito ricavare trattazioni socio-politiche a partire dalla drammaturgia frammentaria scelta dall’autore-regista, veniamo chiamati come spettatori a fare i conti con quell’eredità ancora non metabolizzata: lo spettacolo ci invita a ripensare a quel momento storico come a una porta che serra i suoi battenti chiudendo per sempre delle possibilità. C’è chi, come Pietro, decide di sottrarsi e scomparire. C’è chi invece, come Filippo e gli spettatori, si trova a fare i conti con ciò che resta. Anche della politica, o dei suoi frammenti.

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