Sloterdijk, Macho, Byung-Chul Han

La filosofia è morta, viva le scienze della cultura!

 

Un rapido sguardo ai nomi delle cattedre, ai programmi delle lezioni, alle monografie pubblicate dai docenti afferenti ai dipartimenti di filosofia delle università tedesche è sufficiente a rendere evidente quello che ai più potrà sembrare a prima vista un dato stupefacente: la filosofia intesa come teoria e produzione di teoria sulla realtà, e analisi critica della stessa, in Germania, nei dipartimenti di filosofia, è scomparsa.

 

Resta al suo posto la storia della filosofia (una filosofia trattata come bene museale, come un oggetto in sé conchiuso, immutato e immutabile, e per questo oggettivamente analizzabile), dunque – nel migliore dei casi – l’analisi storica di un oggetto concettuale cristallizzato in uno spazio e tempo altri, del tutto separati dal presente e dalla sua interpretazione. Accanto ad essa la filosofia analitica, di matrice anglo-sassone. Ma della filosofia come interpretazione critica dell’esistente, analisi e produzione di immagini del mondo, non resta praticamente (fatte salve le dovute, rare ma presenti, eccezioni) traccia.

 

Martin Heidegger era solito dire che la filosofia parla solo due lingue, di cui l’unica “vivente” è il tedesco (l’altra era il greco antico). In realtà, paradossalmente vista la premessa di cui sopra, la frase di Heidegger è ancora valida: se è vero che nei dipartimenti di filosofia la filosofia è musealizzata, è altrettanto vero che, se ci si sposta leggermente – a volte anche solo di qualche metro, o decina di metri, aprendo un paio delle porte che collegano (o meglio, separano, come compartimenti stagni) i diversi dipartimenti universitari – la si può ritrovare più interessante e vivace che mai, mascherata sotto altre etichette. I dipartimenti di Literaturwissenschaften [Scienze della letteratura] e, soprattutto, di Kulturwissenschaften [Scienze della cultura], nonché le Accademie di Belle Arti nelle parti più teoriche dei loro insegnamenti e corsi di studi, hanno dato ospitalità a quella che, nei dipartimenti di filosofia propriamente detti, sembra essere diventata una persona non grata: la filosofia teoretica.

 

Forse non è un caso che le più grandi produzioni teoriche della filosofia tedesca del Secondo Dopoguerra si debbano alla Scuola di Francoforte, che dell’ibridazione con campi non-filosofici (come la sociologia, la psicoanalisi, l’economia) fece il proprio punto di forza teorico.

È negli archivi dell’Institut für Sozialforschung [Istituto per le ricerche sociali] di Francoforte, che andrebbe ricercato, con ogni probabilità, l’atto di nascita di quella branca del sapere (in Italia, se si escludono le interessanti ricerche di Michele Cometa, praticamente ignota che possiamo chiamare “scienze della cultura”. Le scienze della cultura (bisogna sempre tenere presente che in tedesco “Kultur” indica in senso più generale la “civiltà”, e che quindi ha un significato più ampio, e ad ogni modo non del tutto coincidente, con la nostra “cultura”) integrano antropologia, sociologia, filosofia, psicoanalisi, etnologia, letteratura, (mass-)mediologia. Spesso gli istituti di storia della cultura sono dei serragli del pensiero, nei cui consigli di dipartimento si confrontano – non di rado ferocemente – filosofi ed etnologi, designer e storici delle particelle, esperti di letteratura, economisti, studiosi di etnogastronomia e altro ancora.

 

Gerhard Richter

  1.  

Dalla Scuola di Francoforte alla Scuola di Karlsruhe

 

È da queste fucine intellettuali che sono usciti, e in esse spesso sono ancora attivi, i più interessanti pensatori di lingua tedesca viventi. Peter Sloterdijk, rettore della stupefacente realtà (su cui tornerò) della Hochschule für Gestaltung (HfG) di Karlsruhe, uno dei più importanti centri di studio per l’arte contemporanea d’Europa, è autore di più di 30 opere, e negli ultimi anni, grazie all’opera meritoria di traduzione dei suoi testi principali da parte dell’editore Raffaello Cortina di Milano [qui], sta trovando diffusione e riscontro (e generando dibattito) anche in Italia. Sloterdijk si è occupato – e si occupa – di una quantità stupefacente di temi, dall’antropologia delle famiglie stanziali del Neolitico, alla nascita del soggetto nel mondo intrauterino, dalle peregrinazioni nel deserto dei monaci altomedievali, alle vicende del violinista Carl Hermann Unthan, che suonava coi piedi, essendo nato senza braccia. Solo avendo presente l’approccio interdisciplinare delle scienze della cultura una tale molteplicità di temi può essere compresa – entro una cornice concettuale di tipo filosofico, che Sloterdijk sempre mantiene – senza farla ricadere (ingenuamente e ingiustamente) nell’opera stravagante di un erudito. Sloterdijk è autenticamente filosofo perché è un Kulturwissenschaftler, uno “scienziato della cultura”, e viceversa, è uno scienziato della cultura perché la sua è un’opera genuinamente filosofica, retta da tesi teoriche forti, certo criticabili, ma in ogni caso di un’attualità potente e bruciante, che obbliga alla riflessione e alla discussione.

 

Joseph Vogl, titolare a Berlino di una cattedra il cui nome è indicativo nell’ambito del nostro discorso, vale a dire quella di Scienze della letteratura, cultura e media, si muove, occupando una feconda posizione ibrida a metà tra letteratura e ricerca economica, analizzando temi tanto decisivi quanto inindagati, quali, ad esempio, la zoologia politica (ossia lo studio delle metafore animali nella retorica politica, da Platone a oggi) e l’influsso dell’economia nella letteratura, e viceversa. Boris Groys, ormai “star intellettuale” di caratura mondiale, considerato uno dei più grandi esperti di media viventi, dopo aver studiato matematica, filosofia e linguistica strutturale tra Germania e Russia, è stato autore (tra gli altri) di studi controversi sullo Stalinismo nei suoi rapporti con le avanguardie, sull’arte contemporanea, sulla linguistica e la propaganda russa. Anche Groys è “passato” per la HfG di Karlsruhe, dove ha insegnato a partire dal 1994, e di cui è ancora Fellow. L’austriaco Thomas Macho è probabilmente il più importante storico della cultura vivente di lingua tedesca, materia che insegna dal 1993 alla Humboldt Universität di Berlino. Musicologo e filosofo di formazione, Macho si è occupato e si occupa dei temi più disparati: dalle metafore della morte, a cui ha dedicato a metà degli anni ’80 un libro ormai standard negli studi sulla tanatologia, al problema etico, religioso e filosofico dell’ingiustizia della vita, dalla teoria dell’arte a quella dei modelli sociali, dal tema del suicidio nella storia comparata delle civiltà all’animalità, da Pier Paolo Pasolini a Ludwig Wittgenstein. Anche Macho, che recentemente ha conosciuto alcune traduzioni in lingua italiana, è in stretto contatto scientifico con Karlsruhe, dove tiene spesso seminari e partecipa all’attività di ricerca, non da ultimo in virtù del rapporto di collaborazione e amicizia intellettuale con Sloterdijk, con cui ha curato a 4 mani agli inizi degli anni ‘90 un interessante libro sullo gnosticismo, e più recentemente uno sulla questione della – presunta – rinascita delle religioni e del religioso. Sempre alla HfG di Karlsruhe insegna – ormai come professore emerito – Heiner Mühlmann, a cui si deve una delle più geniali (e altrettanto ignorate) teorie sulla genesi delle culture, sviluppata a partire da algoritmi genetici, unendo modelli matematici e biologici a temi classici di sociologia, al fine di ricavare una teoria della società che si basi sull’analisi fisica degli esseri umani come portatori di un quantum specifico di stress psico-fisiologico, a partire da cui è possibile comprendere l’aggregazione (e la disgregazione) degli agglomerati umani.

 

Possiamo dunque senza troppo timore sostenere che la HfG di Karlsruhe, l’accademia di belle arti di cui Peter Sloterdijk è rettore, è stata (ed è) il luogo in cui si sono sviluppate, incrociate e confrontate, alcune delle voci intellettuali più interessanti del panorama filosofico contemporaneo (il lettore italiano può farsi un’idea della ricchezza dei dibattiti culturali che hanno avuto, ed hanno ancora, luogo in quella sede, leggendo il testo, pubblicato in traduzione dall’editore Mimesis nel 2011, dal titolo Il Capitalismo divino, dove tra gli altri, i succitati Sloterdijk, Macho, e Groys si confrontano con il tema del sostrato teologico e filosofico del capitalismo). Sloterdijk, insieme a un altro personaggio di estremo rilievo, attivo nel mondo dell’arte e dell’estetica, come Peter Weibel, ha avuto la libertà di plasmare a Karlsruhe – tranquilla città del Baden-Württemberg, nel sud della Germania, di poco meno di 300.000 abitanti – un centro in cui si incontrassero teoria e performatività, arti contemporanee e storia della cultura, media e design. Da questo progetto è nata una generazione di intellettuali che sta scrivendo un pezzo importante della storia culturale filosofica in lingua tedesca da trent’anni a questa parte.

 

Alva Noto (Carsten Nicolai), 2008

 

Byung-Chul Han: un apocalittico integrato

 

Ultimo di questa serie (parziale e forzosamente incompleta, che meriterebbe l’inclusione di molti altri nomi, come ad esempio quelli di Friedrich Kittler, Dietmar Kamper, Dieter Claessens, morti negli scorsi decenni, o Hans Belting e Horst Bredekamp, ancora in fervida attività), per motivi anagrafici e di collocazione temporale, ma non per interesse e rilevanza è il coreano Byung-Chul Han.

 

Han scrive e lavora in lingua tedesca, e insegna a Berlino alla Universität der Kunste (UdK), letteralmente “Università delle arti”, un altro interessante esempio di come in Germania si sia tentato di coniugare l’ambito dell’istruzione accademico-teorica con quello artistico e performativo. Prima, però, anche Han è stato docente a Karlsruhe, dopo aver avuto una formazione giovanile nel campo della metallurgia nel suo paese di origine, e una in Germania (a Friburgo) in quelli della filosofia, della teologia e della letteratura tedesca. L’editore Nottetempo, particolarmente attento ai più interessanti autori del panorama filosofico contemporaneo (non a caso il più volte citato Thomas Macho e molti libri del filosofo italiano Giorgio Agamben sono usciti per i suoi tipi), ha recentemente pubblicato la quarta traduzione italiana di un libro di Han, dal titolo, Nello Sciame. Visioni del digitale, presentato in un’ottima traduzione a cura di Federica Buongiorno, a cui si deve il merito, oltre che della traduzione, anche del primo saggio scientifico di analisi critica su tutta l’opera dell’autore, dal titolo Communication in the Digital Age. Byung-Chul Han’s Theory of the Power and Information Exchange di prossima pubblicazione per la rivista “Azimuth. Philosophical Coordinates

 

Il libro di Han merita una duplice analisi: contenutistica e formale, in quanto i due elementi, nel caso specifico e negli altri 4 testi disponibili per il pubblico italiano, sono peculiari e intrecciati, e necessitano di un’analisi comparata. Dal punto di vista contenutistico il libro (leggermente più ponderoso dei tre che lo hanno preceduto, La società della stanchezza, Eros in agonia, e La società della trasparenza: 98 pagine effettive, 105 note incluse) è una raccolta – come indica il sottotitolo – di visioni del digitale. La parola “visioni” è qui importante perché indica di che genere sono le riflessioni esposte nel libro: non si tratta, infatti, di “argomentazioni” o di “analisi” filosofiche, che quindi presupporrebbero una concatenazione logica basata sul rigore argomentativo, fatta di ipotesi, tesi, dimostrazioni, prove e controprove. Il genere a cui appartiene il libro di Han è quello delle “visioni” filosofiche, in cui il rigore argomentativo lascia il passo alla perentorietà della tesi descrittiva. Han non analizza il digitale, ci dice cosa esso è, secondo la sua visione, direttamente, senza troppi filtri argomentativi o teoretici.

 

Per comprendere meglio questo punto, questo dispositivo scritturale che Han utilizza, ci viene in soccorso la prima analisi stilistica, o meglio, “morfologica” dell’opera: il libro, che come detto consta di 98 pagine, è diviso (includendo la premessa) in 18 paragrafi: abbiamo come risultato una media di circa 5 pagine a paragrafo. Questo ci dice molto del tipo di scrittura di Han, uno stile frammentato, fatto di immagini forti, impressionistiche, che trova nella sua perentorietà sia la sua grandezza apocalittica, che il proprio limite argomentativo:

 

«Il medium digitale porta alla progressiva scomparsa della controparte reale, la percepisce come un ostacolo. In questo modo la comunicazione digitale diviene sempre più priva di corpo e di volto. Il digitale sottopone la triade lacaniana di Reale, Simbolico e Immaginario a una trasformazione radicale: riduce il Reale e totalizza l’Immaginario. Lo smartphone ha la funzione di uno specchio digitale per la riedizione post-infantile dello stadio dello specchio: dischiude uno spazio narcisistico, una sfera dell’Immaginario nella quale rinchiudermi. Attraverso lo smartphone non parla l’Altro.» (Nello Sciame. Visioni del digitale)

 

Questo breve estratto è emblematico del modus argomentativo di Han: frasi brevi, incisive, riferimenti spesso impliciti ad autori della tradizione filosofica (in questo caso psicoanalitica: il francese Jacques Lacan) uniti a riferimenti a temi  e oggetti di bruciante attualità (lo smartphone). L’analisi di Han lascia il segno, colpisce il lettore, ma al contempo resta in qualche modo indigesta per il filosofo, o per lo studioso in generale: ad esempio qui l’analisi dei tre registri (Reale, Simbolico, Immaginario) lacaniani è superficiale, il complesso concetto di “Reale” sembra quasi essere schiacciato su quello di realtà (per Lacan, invece, i due concetti sono, si potrebbe dire semplificando, antitetici), così come l’Immaginario sembra venir schiacciato da Han sul concetto di “immagine”. Anche l’idea di uno stadio dello specchio che si ricrea attraverso lo schermo (idea che fu già dell’ultimo Baudrillard) resta evocata, ma non argomentata, né approfondita, né tantomeno spiegata. Lo stile di Han è per questo quasi-aforistico, vicino per pessimismo e forma ai Minima Moralia di Adorno, di cui però non sembra avere il rigore teoretico, pur mantenendone – invece – intatto il furor critico (non a caso, in una recente intervista del quotidiano Repubblica ad Han, questi viene definito un “apocalittico”) e la lucida, disincantata tristezza dello scienziato sociale.

 

Tomas Saraceno, On Space Time Foam, 2012

 

Gli argomenti trattati nel libro – nell’ambito della critica al medium digitale – sono i più disparati: dalle profonde considerazioni sul tema del “rispetto” nell’epoca digitale (che con l’unione di comunicazione anonima e possibilità di risposta veloce può creare vere e proprie shitstorms – “tempeste di merda” – in cui all’analisi e alla critica si sostituiscono l’insulto e la derisione virali), fino a una revisione mediologica della nota definizione di “sovranità” del filosofo e giurista Carl Schmitt, secondo cui il sovrano sarebbe “colui che decide sullo stato d’eccezione”. Secondo Han, nell’epoca dei digital media, sovrano sarebbe chi è in grado di sollevare ondate di diffamazione subitanee e virali, insomma «chi dispone delle shitstorms in rete». Tra le molte visioni haniane degne di nota, che occupano e preoccupano il lettore nel corso del libro, vanno a mio parere indicate almeno tre immagini, sia per la potenza evocativa che per il portato di riflessione che esse possono suscitare.

 

La prima è quella che dà il titolo al libro: la visione dello “sciame”. Han ci dice che l’espressione sociale del medium digitale è non una folla (che a suo parere albergherebbe, in qualche modo, ancora, quello che il coreano chiama “spirito”, categoria filosofica passata in disuso dai tempi dell’Idealismo tedesco, ma che sembra essere qui riaffermata come istanza valoriale), bensì uno “sciame”: formato da individui isolati (e anonimi, anche se possessori di un “profilo”) pur nella loro interconnessione, non ha né anima né spirito, non forma alcuna comunità, non è un “noi”. Ancora una volta qui il lettore di Han si trova scisso: da un lato si prova una sicura fascinazione per la tesi dell’autore, e una certa identificazione con essa. Dall’altro lato, se si analizza a livello storico-filosofico la proposta di Han, non si può fare a meno di essere tentati di comparare (e criticare) la prospettiva haniana attraverso le profonde analisi dedicate al “noi” dal filosofo francese Jean-Luc Nancy, o di capirne l’eventuale derivazione (e le differenze specifiche) dal concetto di “sciame” che, ad esempio, il già citato Heiner Mühlmann propone da molti anni nelle sue opere, e di cui Han probabilmente è a conoscenza.

 

 

La seconda è quella che unisce la critica allo sciame con la critica a quella che Han chiama “società della trasparenza” (a cui l’autore ha dedicato, come ricordato sopra, un testo a parte): Han crede che la trasparenza, lungi da essere un valore, sia un disvalore, qualcosa che impedisce ad esempio – attraverso l’obbligo costante della presentazione dei dati parziali – una politica che porti avanti (con la necessaria lentezza) progetti e programmi, che necessariamente sono a lungo termine. È forse questo il punto propriamente filosofico analizzato con maggiore pregnanza teorica da Han, che connette le nostre “società della trasparenza” con le “società del controllo” analizzate da Michel Foucault. La trasparenza sarebbe – agli occhi del pensatore coreano – il modo con cui la verità (che ha a che vedere con le narrazioni, con le storie dunque, e con la possibilità di un rapporto dialettico con l’errore e l’oblio, quindi con l’interpretazione) lascia il passo alla categoria post-storica della calcolabilità: nell’epoca dei megaflussi di miliardi di informazioni – sostiene Han sulla scorta di un articolo di Chris Anderson apparso su Wired – i modelli teorici, le narrazioni in cui trovavano precedentemente spazio la teoria e la verità, perdono valore e non hanno più significato. Perché, infatti, produrre una teoria, laddove si dispone di dati sufficientemente grandi e affidabili da creare un modello descrittivo verosimile? Questo in qualche modo diviene automaticamente un modello prescrittivo, in quanto una tendenza descritta da dati sufficientemente ampi indica non solo qualcosa che è, ma anche qualcosa che verosimilmente si ripeterà. Non importa il perché, quando si sa – e si può prevedere con un determinato grado di certezza – il come di un evento.

 

Questa analisi apre il campo all’ultima visione del digitale haniana, che è pure quella che conclude il libro, e quella con cui vogliamo concludere le nostre analisi: la visione paventata di uno “psicopotere” (tema a cui Han ha dedicato un volume – rispetto a quelli fin’ora tradotti in italiano – decisamente più ponderoso, dal titolo Psychipolitik), molto più temibile del biopotere che pensatori critici della contemporaneità (da Michel Foucault a Toni Negri, passando per le varie declinazioni critiche che il concetto di biopolitica ha nel corso degli ultimi trent’anni assunto, grazie alle riflessioni – tra gli altri – di Roberto Esposito e Giorgio Agamben, per restare al panorama italiano) hanno a fondo analizzato e criticato. Per Han lo psicopotere delle società della trasparenza contemporanee, la psicopolitica digitale, è ciò che viene dopo la biopolitica delle società del controllo, perché si basa sul potere che hanno i media digitali di fare previsioni verosimili sul comportamento delle persone. Queste previsioni possono essere generalizzate grazie ai sistemi di controllo digitali e permetteranno in futuro la gestione dei trend comportamentali su scala globale.

 

È su questo quadro apocalittico che si chiude Nello sciame, lasciando scosso il lettore, angosciato dalla prospettiva dell’inserimento in una macchina governamentale globale basata su una sua stessa adesione di massima, espressa ogni volta che accede al proprio profilo di facebook. Resta però la perplessità del filosofo di fronte alle analisi di Han, che più diventano oscure meno si fanno argomentate e dialettiche. Nelle ultime quattro pagine e tre righe del libro (di tanto consta il capitolo finale, quello appunto dedicato alla “psicopolitica”) più diventa oscuro l’orizzonte descritto, più appare profetico il tono. Il tono profetico è però quello che maggiormente si allontana sia da quello filosofico che da quello scientifico. Bastano poco più di quattro pagine, un riferimento a Foucault, uno a Wired e uno a Walter Benjamin a delineare in maniera convincente i confini di un’apocalisse psicopolitica?

 

È forse l’analisi comparata di carattere squisitamente filosofico e testuale che può venire qui incontro. Da anni il filosofo francese Bernard Stiegler, con il collettivo da lui stesso fondato Ars Industrialis, si occupa – usando esattamente gli stessi termini di Han – di psicopotere e di psicopolitica, integrando analisi di antropologia e teoria dei media, e cercando soluzioni possibili, in particolare tramite proposte di riformulazione dei format mediatici, televisivi e digitali. Han non solo non si confronta con un interlocutore diretto (per termini e temi) come Stiegler, ma al contrario di Stiegler si accontenta di schizzare un’apocalisse mediatica in meno di 100 pagine.

 

In questa stringatezza argomentativa (che non può non ricordare – per paradosso e contrappasso – il limite di battute che si ha quando si scrive un post su Facebook o su Twitter), che sembra in qualche modo rinunciare all’argomentazione e alla filosofia per la previsione e la profezia sta forse il limite del testo di Han. Han ci consegna un libro di oscure visioni del digitale, pieno di immagini potenti, spunti acuti e a volte al limite del geniale, ma manca laddove la prova della filosofia maggiormente lo chiama: alla produzione di una teoria, alla lentezza dell’hegeliana fatica del concetto, ricadendo in quella velocità comunicativa, in quella rapidità dell’informazione che non è riflessione, che è il suo stesso oggetto precipuo di critica.

 

La verità del mondo racchiusa in una sfera, convegno internazionale sul pensiero di Peter Sloterdijk, 13-14 maggio, Università degli Studi di Milano.

 

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