I dolori della classe disagiata

Nel libro Il posto Annie Ernaux ricostruisce la propria infanzia nel Nord della Francia e il tentativo di ascesa piccolo borghese del padre operaio che con un mutuo apre un bar-drogheria. Ernaux scrive che i suoi genitori “avevano bisogno di vivere”, cioè di uscire dalle barriere di una condizione ondeggiante “tra la felicità e l’alienazione”. E aggiunge: “Grazie alla nuova attività non rientravano più nel novero dei più umiliati”. Poi chiarisce: “Si sono fatti strada passo passo, vicini alla miseria, poco al di sopra di essa”, preoccupati di ritrovarsi al punto di partenza, avendo paura “di una ricaduta operaia”. Il padre “metà commerciante, metà operaio, apparteneva a entrambi i fronti allo stesso tempo, destinato alla solitudine e alla diffidenza. Non era sindacalizzato”. Racconto di esistenze comuni, di speranze, di timide scalate sociali, di lussi della domenica. 

 

Fuori dalla sensibilità visionaria della letteratura, l’analisi storica, nell’immensa varietà di eventi e passioni che non accetta di essere semplificata, ci ricorda come il timore del declassamento sia stato spesso motore di un allargamento del consenso verso le destre, con la piccola borghesia che ha paura di veder ridotto il proprio spazio vitale, paventa la proletarizzazione e insieme ha terrore delle nuove masse che sono in moto e premono alle spalle. Oggi, come ha efficacemente ricostruito Denise Celentano, la parola stessa “classe” è desueta, appena sussurrata, a evidenziare un contemporaneo “imbarazzo”, legato alla “natura divisiva del concetto” che sconterebbe la crisi del marxismo tradizionale. Ciò è indice da un lato dei processi di individualizzazione della società (connessi, aggiungerei, ai nuovi modelli organizzativi del lavoro), dall’altro dell’allargamento di stili di vita prima riservati a una fascia ristretta di persone. Il ceto medio, gruppo sociale di ibrida e incerta definizione, si ingrandisce e insieme si precarizza e si impoverisce, generando una nevrosi di classe che è ciò di cui soffre anche la classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura. 

 

Sul tema e sul libro di Ventura, Teoria della classe disagiata, è in corso un dibattito già da qualche tempo. Il testo è esattamente la narrazione di un declassamento, resoconto della frustrazione della volontà di potenza di una generazione che voleva incontrare il gusto per la vita e invece è diventata dodo, animale goffo e destinato all’estinzione, causa ingresso nell’era dell’industria culturale. La tesi che percorre le 262 pagine è che la società attuale è disfunzionale perché ha deluso le aspettative dei lavoratori cognitivi che sono diventati oggettivamente poveri – anche se di denaro non parlano – e con ciò costretti a vivere l’esperienza disforica di una mobilità discendente, che preclude a quegli status symbol che si dovevano ottenere grazie agli sforzi di una cultura conquistata con crescenti investimenti mentre i posti disponibili si riducevano. Posti occupati ma non ci si siede dalla parte del torto, sullo sfondo non si agita un conflitto di classe, ma un’acredine generazionale contro “quei ribelli del Sessantotto” le cui domande di cambiamento sono state appagate dalle risposte del marketing: “Lubrificata da ampie dosi di ironia, la critica del capitalismo e dell’industrialismo è diventata il core business dell’industria culturale”. Allora, in questo contesto desolante, si ha “l’effetto devastante del declassamento” che produce uno sfasamento tra aspettative e risultati individuali, miseri scarti di status.

Su un punto centrale convengo con l’autore: il disagio, e da lì non la rabbia ma il rancore, è un sentimento rilevante nel presente. Diffuso, palpabile, naturalmente nasce e cresce anche perché i guadagni sono magri, le ascese sociali pressoché impossibili e l’esistenza si porta dietro più fatiche che spinte. Sul lato opposto, perfettamente speculare, “nessuna parola rende bene come glamour la condizione contemporanea, che è fatta appunto di un impasto inedito d’invidia e di risentimento, alimentatori del consumo e insieme dispensatori di forme subdole di vergogna”, come ha notato Marco Belpoliti già da qualche tempo. 

 

 

Non è la nostra la prima epoca a essere intrisa di malinconia. La depressione è il tratto emotivo non di una generazione, come il libro vorrebbe, ma di una parte del mondo, l’invecchiato Occidente zeppo di confini e di frastuoni di guerra. Nel dispiegarsi della crisi economica, delle politiche dei tagli, delle ragioni dell’austerità, si sono fatte largo mortificazione, colpa e paura, aumentano sfiducia e rassegnazione. Tramonta l’imperativo neoliberale a godere, ma declina anche l’enfasi di una nuova lotta rivoluzionaria sempre pronta dietro l’angolo. Va messa in conto l’interiorizzazione del senso di sconfitta, che impregna questi anni, e li fa bui. La classe creativa, vittima designata dell’economia della promessa, oggi combatte per riuscire a sopravvivere, macinando frustrazione e risentimento, una sorta di patologia del riconoscimento sociale, che è all’origine di innumerevoli casi di una sofferenza esistenziale profonda, “strutturalmente programmata, quindi resistente a ogni terapia”, che possiamo denominare come “sindrome di Emma Bovary o Julien Sorel”, come ha scritto, qualche tempo fa, Alain Accardo su Le monde Diplomatique. Raffaele Alberto Ventura ci dice infatti che la classe disagiata è ammalata di bovarismo. 

 

Da dove viene questo dolore? La risoluzione dell’enigma potrebbe farci scoprire che qualcosa si è spezzato nel rapporto tra individuo e società. Il problema ha a che vedere con una critica all’ontologia individualista imposta dal paradigma capitalistico attuale e con la finzione di un soggetto completamente autonomo e sovrano, che rimuove il ruolo del contesto collettivo. Il dolore conferma che è impossibile essere davvero in un qualche equilibrio con sé stessi se la dimensione personale non trova modo di intrecciarsi con un contesto collettivo.

Viceversa, il “lavoratore autonomo”, lavoratore cognitivo, della conoscenza e della relazione, che si muove nell’ambito della ricerca, nelle professioni “letterarie”, nell’“arte”, fatica da sempre a cogliersi come momento di un processo più largo, che è oggi esplicitamente un processo produttivo, a partire dalla messa a valore della singolarità delle esistenze. Soggiace dunque all’ideologia dominante dei “talenti” e del “merito”, da cui verranno il riconoscimento e la distribuzione del capitale. Se non succede, sperimenta la sofferenza di non essere “l’autore” ma solo la sua riduzione, talmente umana e desiderante, “l’intellettuale di sé stesso”, sottoposto, per richiamare un ottimo saggio di Roberto Ciccarelli, “alla valutazione della ricerca, il cosiddetto sistema-Anvur, come quello della scuola incarnato dall’auto-valutazione degli istituti o delle prove Invalsi.

 

Mentre il capitale (di pubblicazioni, di status, di relazioni) accumulato nel “portafoglio” dei titoli e dei meriti, costituisce la ricchezza dell’impresa personale”. 

“Dis-società”, basata su algoritmi e automatismi, perdita di sapere, proletarizzazione della psiche e del sociale mediante un processo continuo di esteriorizzazione della memoria, diremmo, inoltre, con Bernard Stiegler. Nell’articolo di Accardo, già sopra citato, a proposito della patologia da riconoscimento sociale di cui soffrono i lavoratori cognitivi, e in particolare i giornalisti, si sostiene che “l’unico modo per rimediare alla situazione sarebbe rompere con la logica del sistema che porta a interiorizzare in profondità l’idea che sia necessario partecipare a una competizione spietata per ottenere miseri effetti, dove il successo e il premio non provano nulla se non, appunto, che si è davvero condizionati”. 

 

La generazione Millenials descritta da Ventura, particolarmente quella parte a cavallo tra i trenta e i quaranta anni che già opera pienamente nel campo delle professioni cognitive, è la più sottoposta alla logica della competizione individuale, dell’assoggettamento meritocratico in nome dell’illusione di un possibile – seppur temporaneo – posto al sole. Ci si lascia sedurre, va detto, anche per l’attuale incapacità collettiva di rappresentare e di fare esistere concretamente alternative dove possano diventare reali nuove modalità di vita, di relazione, nuovi indicatori di valore, nuove possibilità di essere visti e viste e di operare collegamenti e connessioni. Ma il libro di Ventura questi passaggi in avanti non li assume. Non assume il problema che esista anche una forma di tossica devozione verso l’assoggettamento, che non consente di impegnarsi a costruire le condizioni per pretenderli, quei beni posizionali ai quali si anela. Perciò ogni dichiarazione disagiata assume un’impronta idealistica, emotiva, incorporea, intimistica, estetizzante. Benché si parta da una denuncia che coinvolge tante e tanti, e questo spiega il successo del libro, il comando resta tale e soprattutto il mondo dei dominati egualmente triste e marginale poiché non si va oltre la descrizione e non ci sarà, alla fine, un gesto, neppure invettiva, neppure parolaccia. 

 

Certamente, la spettacolarizzazione piace, la scena nel mezzo della quale si muove un martire o una vittima quale la classe disagiata si presta a essere, è attraente e dunque nel dibattito intorno al libro c’è chi ha affermato che di tali riflessioni c’è bisogno come il pane, bevendo un prosecco in treno – ma non è cheap? Qualcun altro ha approfittato di Ventura per arrivare alla conclusione che il problema siano le troppe lauree in lettere, effetto perverso dei rigurgiti elitari contro la massa, la scuola di massa, la massificazione dei consumi, lo champagne del supermercato che la lettura della Teoria della classe disagiata può sollecitare. Sarebbe questo, si conclude soddisfatti, il lato oscuro dell’eguaglianza, laddove democratizzare significa immediatamente proletarizzare – e non vi è alcuna presa di posizione critica della cultura come privilegio, tanto meno della cultura come condanna. 

Perciò, a mio parere, sono corrette le critiche di Valerio Mattioli che, anche in un confronto con Ventura stesso, ha sostenuto, tra le altre cose, come il disagio venga semmai dal troppo lavoro, poiché il lavoro si è insinuato in ogni recesso dell’esistenza. Per uscirne, è tempo allora di disincantare il lavoro, di liberarsi dal sortilegio che lo ha avvolto negli ultimi due secoli, edulcorando progressivamente il ruolo dell’estrazione di valore e quello dello scambio, fino a rendere simbolica la forma del salario, fino a coinvolgere psicologicamente i salariati nel loro stesso sfruttamento. Di questo passo si rischia di finire a pensare che le diseguaglianze siano prodotte per generazione spontanea e che i sistemi di organizzazione del lavoro piovano dal cielo, insieme alle rane.

 

Il reclamo di Ventura è comprensibile ma si sviluppa come introverso e misantropo. Non si scava veramente nel significato della creazione di un’intellettualità diffusa funzionale alla gerarchizzazione della conoscenza, cioè alla divisione cognitiva del lavoro, portato all’estremo dai processi di aziendalizzazione e privatizzazione della produzione del sapere stesso. La comparsa di nuovi soggetti, incessantemente stimolati ad auto-attivarsi, è l’altro lato di processi che producono il potenziamento delle capacità cognitive e relazionali. Dietro queste precise dinamiche si celano poteri, responsabilità, finalità. 

In tale situazione, l’autore non sollecita una reazione, né esprime il desiderio di creare collegamenti con altre e altri. Tuttavia, sentiamo tutte e tutti come il dato della fragilità e della precarietà dell’esistenza – così evidente nei morti che arrivano dal mare – renda faticosa, per non dire insopportabile, ogni proposizione priva del coraggio che la vita attuale – e dunque anche il pensiero – richiedono.

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