In tempo reale. “Mektoub My love: canto uno”

Cercando su YouTube “Mektoub My Love Trailer Originale Ufficiale”, il rimando è a un unico video. Guardandolo, si ha l'impressione di un testo a carattere amatoriale, sospetto autorizzato principalmente dall'uso della musica off, che suona giustapposta al punto tale da ascriverlo quasi fra i videoclip. Tuttavia, la versione italiana ne ha rispettato forme e contenuti. 

 

 

In realtà, a ben vedere, il silenziamento brutalmente artificiale del suono in (o forse più naturale dei consueti stralci di dialogo lasciati liberi di ricompattarsi alla ricerca di un discorso coerente?), fa sì che i labiali, privi di corrispondenza audio, facciano emergere la sua imperfezione e contemporaneamente la sua volontarietà. Il risultato sembra essere qualcosa di diverso da un trailer, qualcosa che trailer non è, o, per lo meno, non per come siamo abituati ad intendere comunemente questi testi. 

 

Il video ci appare più vicino a quello che potrebbe essere un teaser, con tutta la vaghezza che questo stesso termine si porta dietro, per almeno due motivi: dura poco (un minuto e mezzo), e non ci racconta nessuna storia, dando piuttosto l'idea di presentare prevalentemente frammenti tratti da una sola, lunga scena. È la rivoluzione del trailer: la trama è completamente preservata. Ma se da un lato la strategia sembra agire per sottrazione, dall'altro (lo vedremo nel dialogo fra il trailer e il film vero e proprio) essa contribuisce a restituire in pieno il sospetto e il senso di una crescita, dovuta a una trasformazione, a un'evoluzione che sboccia dal naturale progredire dei fatti sull'asse temporale, dove la durata avrà il suo peso specifico. 

 

 

E se questo potrebbe essere immaginabile per gli spettatori che conoscono il “metodo” di Kechiche, magari avendo visto il suo precedente La vita di Adele (non a caso citato nel trailer), lo stesso non si può dire per chi ne ignora la poetica. Il trailer insomma decide di rischiare: nel primo caso va sul sicuro, nel secondo non lascia in alcun modo supporre la profondità di sguardo che attraversa il film. 

  

Tutto quello che vediamo è sottomesso alla musica, coinvolgente per lo spettatore tanto quanto per i personaggi, e diventa fusionale rispetto al piano del racconto (o quantomeno ne dà l'impressione), tanto da assoggettarli e guidarli lungo un ballo che essa stessa anima: un ballo di gruppo. Dentro vi si tesse, più che una logica narrativa, una dimensione descrittiva: una breve panoramica di quello che sarà. Ma con un'ulteriore, determinante caratteristica. 

 

 

Cercando di farci un'idea del film che andremo a vedere, che cosa ne possiamo dedurre? Poco ma,  a conti fatti, quanto basta. Nessun protagonismo emerge (tanto meno sotto forma di quel punto di vista forte che pure sorregge il film, e che alla fine avrà un ruolo decisivo nella vicenda); al contrario, quello che traspare in maniera più immediata è il lento dispiegarsi delle esperienze di un gruppo di giovani, e sicuramente il sentimento di una coralità. Qualità e quantità di scene ripetute, simili se non uguali, più che di un film sembrano parlarci di una soap opera, di una serie, di una saga. Guardando il trailer non sappiamo ancora se si tratta di giorni diversi, di un routinario rifare lungo il corso del tempo le stesse cose con le stesse persone, oppure del découpage di un ideale piano-sequenza che non prevedeva in origine alcuna frammentazione. A giudicare da ciò che il trailer ci mostra, la vicenda potrebbe coinvolgere sia un tempo mediamente lungo, sia un'unica giornata, da mattina a sera. Ritornano luoghi, personaggi, situazioni: il mare, la spiaggia, la discoteche, i balli, i baci, sguardi, invidie, gelosie, e poi ancora altri baci, nuovi sguardi, e sguardi uguali, ma diversi. Come in una serie, così in una singola scena, l'insistere di elementi crea compattezza. 

 

 

Ma i film sono una via di mezzo: non ripetono in serie, né durano un'unica, irripetibile scena. Piuttosto, fanno un'operazione di fusione tra le due cose, dando la durata per ellissi, sintetizzando. Eppure, è proprio in questo suggerimento di indefinita forma a metà che il trailer crea il punto di contatto con il film, traducendone la sua operazione più profonda. Almeno una. Vediamo perché. 

 

Anche senza contare banalmente la sua effettiva durata/lunghezza (tre ore, in ogni caso non irrilevanti ai fini del discorso complessivo), Mektoub ha dichiaratamente un'andatura dove è il tempo stesso, è la sua durata a caratterizzarsi come soggetto principale, agente di cambiamento. Il racconto si prende il suo tempo per operare una trasformazione impercettibile e tangibile insieme, carsica e tuttavia precisamente individuabile sotto forma di svolta irreversibile, punto di non ritorno, nella scena della discoteca in prossimità della fine. È proprio lì che il personaggio, in procinto di soddisfare quel desiderio così a lungo protratto, cambia repentinamente rotta. È un movimento duplice e parallelo, anche se lo scopriamo solo alla fine: lo spettatore giudica a sua volta, nauseato dalla lunghezza estenuante di una scena che dura il tempo sufficiente per renderla proprio così, disgustosa (perché troppo dilatata nell'eccessività dei suoi contenuti) come appare allo sguardo dello stesso protagonista. Eravamo infatti noi a guardare con gli occhi del personaggio, si tratta di una durata interna che si sovrappone a una durata di fruizione. 

 

 

Che la durata sia in questo film dichiaratamente una questione narrativa e qualcosa che sta a cuore al regista, ce lo conferma la scelta di filmare, in tempo reale, il parto di una pecora. Dal giorno alla notte, cambiamenti di luce compresi. Ancora una volta, l'esatto contrario della contrazione cinematografica. Così come il trailer lasciava intravedere nella sperimentalità delle sue forme, che abbiamo scoperto essere, per precisi intenti, analoghe al suo testo di partenza. 

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